Produttori, territorio e cooperazione nel Sud

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L’ultimo rapporto Censis Servizi-Associazione Città del Vino prende in esame una ventina di casi sulle Strade del Vino in Italia e all’estero (Slovenia e Croazia) tra cui due del Mezzogiorno, in Irpinia e Alcamo. Inutile dire l’immagine che ancora una volta emerge da questo studio fatto sul campo è quella che purtroppo ben conosciamo di un Sud impegnato a parlare, discutere, litigare come se il tempo fosse un valore soggettivo e soprattutto incapace di proporsi come territorio.
Mi sono spesso interrogato su questa caratteristica comune a tutto il Mezzogiorno: come è possibile che una terra così ricca di intelligenza, potenzialità, capacità produttive sia condannata all’impotenza mediatica? Quali sono le origini di questa impossibilità di formare consorzi in grado di funzionare, quale la genesi di questa litigiosità autolesionista? Da dove nasce il bisogno di distruggere anzitutto il vicino quando si parla con un visitatore o, peggio, con un giornalista? E, soprattutto, come si riesce a concepire la possibilità di affrontare da soli il mercato globale, come dire attraversare l’Atlantico in un canotto? Così labile dunque è il confine tra furbizia individuale e stupidità collettiva? Ancora oggi, sono ormai passati dieci anni dall’inizio del boom della viticoltura nel Sud, in molte aziende si parla dei vicini, anche amici, come della “concorrenza”….
Come in un rapporto amoroso, è molto più facile fare l’analisi ad un estraneo piuttosto che alle persone che ne sono coinvolte. L’origine di questa situazione di idiozia collettiva risale sicuramente alla trasformazione troppo rapida avvenuta negli ultimi decenni. Prendiamo la mia generazione che ha cominciato con la macchina da scrivere e con il piombo in tipografia e che adesso si confronta con acrobat, firefox et similia. Quando eravamo piccoli c’era un solo canale televisivo, il cellulare non esisteva. Ecco perché la battuta molto diffusa <io non sono in confidenza con i congegni elettronici> ha sempre una valenza giustificativa, quasi positiva, di snobismo, quando si è sopra i 40 anni, mentre già un trentenne non potrebbe mai concepirla. Ecco dunque come l’esperienza individuale finisce per diventare senso comune collettivo di fronte alle grandi trasformazioni che una singola generazione si trova ad affrontare.
Così noi dobbiamo dividere un Sud produttivo e un Sud, Napoli, commerciale secondo uno schema durato grosso modo dal Cinquecento all’inizio del Novecento. Da un lato la mentalità contadina legata all’agricoltura di autoconsumo e di scambio con la città, dall’altra quella metropolitana dei prodotti da contrattare sui mercati cittadini. Un rapporto simile che ha avuto la Francia con Parigi, l’Inghilterra con Londra. Questo equilibrio si è rotto con l’Unità d’Italia e l’introduzione del protezionismo alla fine dell’800. Per qualche anno ancora Napoli ha continuato ad essere la città più popolosa d’Italia, ma a partire dal primo decennio del ‘900 la leadership passa a Milano e a Roma. Così il rapporto tra la metropoli partenopea e le campagne continua, ad eccezione della Sicilia, segnando la mentalità del produttore che deve convincere il grossista che la sua merce è migliore di quella del vicino, il quale è, in questi racconti di contrattazione, colpevole di mille nefandezze. Era Napoli il mercato globale del Sud.
In pochi decenni, nello spazio di una generazione appunto, il mercato si è allargato, l’arretratezza degli scambi tra Napoli e il contado ha favorito l’inserimento delle merci prodotte dal Nord o, meglio, dei prodotti comprati al Sud e commercializzati da imprenditori del Nord. Ma il cambio è stato troppo rapido, così sia la prima che la seconda generazione di vino non sono state in grado di metabolizzare il cambiamento. In fondo sino alla fine degli anni ’80 le uve venivano vendute senza alcuna cura alle Cantine Sociali o ai grandi vinificatori alle porte di Napoli e quando le piccole aziende viticole hanno fatto il salto di qualità nella testa di questi pionieri il mercato da conquistare era ancora quello della metropoli vesuviana. Ecco perché la convinzione di tutti è che bisogna sgomitare per farsi largo e affermarsi distruggendo l’immagine dei vicini. Quante volte mi sono sentito dire in questi anni la fatidica frase: <Io ci metto solo Fiano, gli altri usano  schifezze>.
Insomma, per farla breve, la produzione meridionale non ha acquisito una mentalità commerciale e non riesce a fare questo salto perché le questioni personali sono ancora più importanti della convenienza. O meglio, si pensa che la convenienza generale sia in contraddizione con quella personale. Non è un paradosso che una provincia con tre docg come Avellino abbia un consorzio ai primi passi mentre altrove si costituisce prima del riconoscimento? E che nel Consorzio dei Campi Flegrei manchino alcune aziende leader? E che nel Vulture, 2.800.000 di bottiglie di Aglianico, un decimo della linea della Gallo, ci siano due consorzi? E che in Calabria il Cirò, il vino delle Olimpiadi, non abbia strutture?
Ora è molto facile prevedere la fine di questa storia: il vino del Sud è destinato ad essere un prodotto di nicchia fino a quando chi produce non capisce che deve promuovere il territorio, perché questa è l’unica possibilità per imporre l’appeal necessario sul mercato globale. Quando Napoli sarà invasa da Chardonnay australiani a tre euro cosa credete che berranno i consumatori? Un certo meccanicismo vede le condizioni economiche determinare la coscienza, ma in questa epoca di grandi cambiamenti è vero anche che la mentalità non solo resta indietro rispetto al mondo che si trasforma, ma finisce poi con questa sua arretratezza a determinare l’involuzione economica. Paesi del vino come Gragnano, Solopaca, Aversa, Tufo, Cirò, Barile, Taurasi, Rionero tano per fare dei nomi, non hanno nulla da offrire ai visitatori se non qualche punto ben conosciuto solo dagli appassionati. A volte solo lo squallore. Nelle riunioni tra produttori si parla, si ciarla, tutti davanti allo specchio a chiedere chi fa la falanghina più buona del reame e mentre si gioca e ci si trastulla per l’improvviso ma effimero benessere rispetto alla miseria patita per secoli, gli altri territori stanno preparando l’invasione commerciale.
Il capitolo degli enti pubblici merita poi un discorso a parte: la burocrazia prussiana di hegeliana memoria aveva nella efficenza la sua ragione ontologica, quella borbonica è impegnata a stabilire il suo livello di comando attraverso la deresponsabiizzazione dei suoi quadri. Dunque è meglio non fare piuttosto che fare perché così sicuramente non si sbaglia, non importa il risultato purché le carte siano a posto, ogni gesto deve sottolineare chi ha il potere e chi no e quanto più è assurda e improduttiva l’azione macinata sul campo tanto più si dimostra il livello di potere raggiunto, come ad esempio affidare uffici stampa a giornalisti non professionisti e studi di fattibilità alle proprie amanti. In questo senso Napoli è davvero la border line fra il dispotismo orientale che ha il suo presupposto nella discrezionalità senza controllo, e la statualità occidentale che si fonda sulla responsabilità del portiere come dell’impiegato.
Il problema vero è che il rapporto tra la città e il contado ha forgiato una mentalità individualistica nello scambio come nella produzione. Nel commercio si usano ancora i trucchi della Duchesca, la comunicazione è ferma all’affabulazione individuale in cui i napoletani sono maestri salvo poi essere totalmente incapaci di dire al resto del mondo quello che si sta facendo. Nella produzione ci si avvia a fare vini dando loro nomi incomprensibili per ribadire il puntiglio di piantare bandiere senza eserciti, ci si avvita in improbabili doc, dop e igt che mai nessun consumatore potrà mai ricordare con facilità, si stabiliscono i prezzi sulla base della sensazione individuale senza nemmeno abbozzare uno studio di mercato, ancora affidandosi alla legge della domanda e dell’offerta percepita giorno per giorno.
C’è però una eccezione, importante, che lascia ben sperare: l’esempio dei ristoratori. Sono loro, nuovi intelletuali del territorio, ad esprimere il meglio attraverso una rete continua di scambi di esperienza e di clienti, formazione in giro per l’Italia e all’estero, aggiornamento sui prodotti e i vini, presenza alle manifestazioni. Così in Campania, e in Puglia, si è creata una rete virtuosa, artefice tra l’altro del successo dei vini del Sud, capace di fare comunicazione e di essere alla pari, se non superiore, a molte realtà italiane. I ristoratori riescono di fatto a fare massa comune e a promuovere il territorio nel suo insieme. Ecco, in fondo i produttori dovrebbero imparare da loro. La speranza è che le giovani generazioni che hanno studiato fuori, e ci sono adesso tanti bravi enologi che si sono fatti le ossa in Toscana e in Piemonte, sappiano avere quello scatto di reni commerciale di cui ha bisogno davvero il Mezzogiorno. Perché, alla fine, la questione meridionale è tutta qui: il Nord sa vendere, il Sud no.