Quintodecimo. Punto

Letture: 179
Luigi Moio

di Alessandro Manna


Ogni favola è un gioco,

che si fa con il tempo,

ed è vera soltanto a metà 

 […]

e fa il giro del mondo,

e chissà dov’è nata,

è una favola, e non è realtà.

Edoardo Bennato


 

C’era una volta un territorio naturalmente e storicamente vocato alla produzione di vini pregiati; c’era una volta una vigna bellissima, ripida ma perfettamente lineare; c’era una volta un casolare, bello e funzionale che dominava la vigna; c’erano una volta i signori di questo podere, cortesissimi ed ospitali; c’era una volta un vino cui era difficile attribuire degli aggettivi, a causa del fatto che spesso risultava essere la somma di due aggettivi quasi contraddittori: complesso e chiaramente comprensibile, elegante e familiare, dinamico ed equilibratissimo, potente e clamoroso, ma persino un po’ leggiadro.

La tenuta

 

La vigna

Sembra una favola, ma invece è realtà: l’Irpinia, Mirabella Eclano, Quintodecimo, Laura e Luigi Moio, il Taurasi riserva 2007. Tutto vero, eppure quasi incredibile.

La bottaia

Si arriva la prima volta con un po’ di dubbi sulla svolta esatta (nonostante la precisione con cui il professore ti dice del km. 3 e 700 della Nazionale delle Puglie); si sale con qualche incertezza, finché in una curva, tra due alberi, guidando si vedono per un attimo file perfettamente parallele di viti: “Eccola, è l’etichetta”. Perché è effettivamente così, il disegno sulle bottiglie è esattamente la vista che si ha della vigna e della casa arrivandoci.

I filari

Osservando invece la vigna dall’alto (siamo a metà settembre, con l’aglianico già bello blu, che sta completando la sua maturazione) la prima cosa che stupisce è l’assoluto parallelismo tra il pendio, la cima delle viti in alto e al centro la linea – pressoché perfetta! – formata dai grappoli. Ordine e linearità, si scopre, sono una specie di mantra per Luigi Moio.

 

Tutto è al posto giusto a Quintodecimo, e questa necessità di ordine, questo gusto della linearità e spesso della simmetria, è enfatizzata dal progetto totale che conforma l’azienda. Già ho definito leonardesco il modo di approcciare globalmente il vino (ma poi scopro tantissime cose che sono affrontate a tutto tondo, anche nel mondo extra-vino) e di assommare in sé la scienza teorica e la pratica. E sono diventati quasi leggendari.

Luigi Moio con la moglie

Una specie di metafisica della vite e dell’uva, conoscenza assoluta del come-quando-perché:   “Felix qui potuit rerum cognoscere causas”: così Virgilio, proprio nelle Georgiche, definisce chi comprende i rapporti di causa-effetto tra i fenomeni. Sicuramente contento, quindi, è il professore: tutta la sua esperienza, prima familiare, poi accademica, poi da consulente esterno, infine da produttore in proprio (senza mai dimenticare, ovviamente, il ruolo fondamentale della moglie) lo ha portato a comprendere perfettamente i perché.

In cantina

 

In cantina

E questo cognoscere causas parte, ovviamente, dalla natura del terreno, dalla sua esposizione e dalla ripidezza, dalle condizioni microclimatiche, dal porta-innesto, dalla varietà dell’uva, dallo stress cui preferisce sottoporre le piante
«In undici anni non ho mai concimato», dal sacrificio di uva (Vigna Quintodecimo ha una resa – voluta, fortemente cercata già con le potature invernali e poi coi diradamenti – di poco più di 35-40 quintali.

 

La sala degustazione

 

I silos


La ricerca della “fatica” della vite, si associa ad una cura certosina e all’angoscia, alla pietas – ne sono stato testimone – per una pianta inspiegabilmente morta: Moio si china a controllare, prende una manciata di terreno, analizza i tralci secchi, con un affetto quasi paterno.

Dalla vendemmia si cambia registro comportamentale: ai grappoli è dovuta ogni cura. La raccolta è scandita in frazioni piccolissime a seconda della ottimale maturazione; l’uva viene trattata con ogni attenzione possibile, raccolta in cassette minime; portata in cantina (volutamente costruita sotto la casa, come simboliche fondamenta del progetto totale e per avere una distanza minima dall’aglianico vendemmiato); vagliata da occhi esperti ed amorevoli, ma implacabili; diraspata in maniera delicata e poi privata dei micro-pezzetti di legno superstiti da mani attente; trasferita nei tini di fermentazione mediante pompe peristaltiche super soffici per non schiacciare i vinaccioli. «Bisogna eliminare tutte le fonti improprie di amarezza e quelle che portano una precoce ossidazione, il vino deve poter maturare senza invecchiare».

Vista dall'esterno

 

Vista dall'interno

La pressatura è ovviamente specifica per ogni tipo di uva, e anche i percorsi dei vini sono differenziati: l’aglianico viaggia su una guida rossa; fiano, greco e falanghina seguono una traccia bianca. La sala dei tini di fermentazione e affinamento ha la stessa logica rigorosa, i rossi a sinistra su mattonelle vermiglie, i bianchi a destra su quelle chiare. L’illuminazione (sempre dettagliatamente pensata a priori) è una volta di lampadine quasi fioche, che di concerto formano una specie di omaggio alle notti stellate di Van Gogh. Con divertito orgoglio il professore mostra il quadro del controllo elettronico delle temperature di ogni singolo tino, specificando che sono pochi anni che l’hanno istallato: «Prima Felice (uno dei miei pochi collaboratori factotum) doveva arrampicarsi sulle scalette per le regolazioni».

Luigi Moio in vigna

Ha sempre considerato, Moio, la barrique uno dispositivo straordinario, e come uno strumento musicale, gli fa suonare spartiti diversi a seconda dei vini: con i rossi la malolattica e l’affinamento, i bianchi, invece, parzialmente vi fermentano. La sequenza delle botticelle è affascinante, e persino le macchie di sversatura diventano precise ed ordinate.

La visita continua in quello che diventa una specie di sancta sanctorum, gli ambienti di maturazione delle bottiglie, la cantina con l’archivio delle annate di Quintodecimo e delle aziende con cui Moio collabora, e tutti le bottiglie del cuore di Laura e Luigi.

Tutto, dunque, ha una logica, tutto una ferrea ricerca formale e sostanziale, fino all’etichetta (persino quando la firma sopra era – volutamente – poco leggibile) e alla ricerca vitruviana per l’armonia del marchio aziendale, costruito con rigore geometrico e proporzioni auree.

Dopo questo lunghissimo viaggio dentro Quintodecimo diventa inutile descrivere con aggettivi e persino con ardite metafore i vini. Gemme vinose scagliate nello stagno della consuetudine li avevo già definiti: oggi, avendo conosciuto i presupposti, i come, i quando e quanto, i perché, quasi non c’è meraviglia nell’assaggiare effetti così perfetti e logicamente – aristotelicamente – aderenti alle cause scatenanti.

Un caro amico di Moio mi ha raccontato che Felice, un omone forte e garbato, all’inizio dell’avventura di Quintodecimo diceva, del professore  « Chill è nu poc’ pazz’»: durante la vendemmia 2011, spontaneamente gli è andato a confidare  « ‘O pazz’ teneva ragione!»

Alessandro Manna

P.S.: la visita, il 16 settembre scorso, è avvenuta all’indomani della pubblicazione dei premi di una guida in cui tutte le aziende con cui Luigi Moio continua a collaborare hanno avuto il riconoscimento massimo, Quintodecimo no. Ricordando cosa scrissero i napoletani su molti muri della città quando il culto di San Gennaro fu declassato, la mia reazione è stata: “Prufesso’ futtatenne!”

Luigi Moio in vigna

 

La vigna

 

Vista dall'interno

 

Luigi Moio in vigna

P.S. 2: Ho taciuto – volontariamente –  una descrizione aromatica e olfattiva dei vini, ma una piccola serie – assolutamente non esauriente – di aggettivi su Exultet 2006 non posso ometterla: sorprendente, incredibile, giovane (!), lunghissimo, di perfezione sferica, affascinante ed elegante come una gentildonna (gentiluomo, ovviamente, per chi preferisce), quasi ineffabile (e quindi sono stato presuntuoso a volerlo aggettivare).

Foto di Alessandro Manna

37 commenti

  • Black Angus

    (15 ottobre 2012 - 19:11)

    Grandissimi vini!
    Fatti da chi i vini li ha fatti; li fa; li sa fare…Ma oggi è importante questa cosa? Pare di no.

  • claudio nannini

    (15 ottobre 2012 - 19:12)

    In assoluto secondo me, di gran lunga il miglior fiano che oggi si possa bere, Semplicemente entusiasmante.

    • Alessandro Manna

      (15 ottobre 2012 - 19:59)

      Assolutamente d’accordo. E la 2006 bevuta con sei anni di maturazione è sbalorditiva.

  • angelo m.

    (15 ottobre 2012 - 19:50)

    Un grande e fedele reportage, complimenti!

  • Alessandro Manna

    (15 ottobre 2012 - 19:57)

    Assolutamente: e infatti “A muso duro” di Bertoli era un’altra chiave di lettura per Quintodecimo.
    Grazie delle belle parole.

  • Francesco Mondelli

    (15 ottobre 2012 - 22:07)

    Per chi come me ha avuto la fortuna di visitare l’azienda modello che Luigi ha realizzato a Mirabella deve riconoscere che meglio di così non si poteva scrivere,ma la vera ciliegina sulla torta ,a commento delle disavventure di Quintodecimo con le guide,é la bruciante battuta alla De Crescenzo la cui acutezza può capire solo chi é aduso alla lingua napoletana.

    • Alessandro Manna

      (16 ottobre 2012 - 12:35)

      Grazie (anche per la notazione partenopea). Il merito comunque è di Laura e Luigi Moio.

  • claudioT

    (16 ottobre 2012 - 13:38)

    Tutto molto bello, tutto molto accademico, tutto tecnologicamente avanzato e poi?
    Il territorio, la tradizione, la tipicità, la prontezza che non trovo nei vini come invece il Prof. sostiene di realizzare fin dalla commercializzazione delle bottiglie bianche-rosse-Taurasi che siano, la spontaneità negli stessi dove sono?
    Non voglio essere dissacratore, pagnottista e demonizzatore, non ho la professionalità nè l’autorità per farlo, ma amo un elogio all’imperfezione piuttosto che una maniacale perfezione dei particolari, indipendentemente dalla qualità intrinseca, che qui non è in discussione!
    Ma ringraziando il buon Dio, io rappresento il 2-3% dei consumatori di vino, il resto è formato da Russi, Cinesi, politici,nobili, consumatori acritici, lettori di guide di settore come bibbia, il resto del mondo…che comprano molto spesso un marchio e non un contenuto.

    Sul progetto Quintodecimo in Mirabella Eclano alzo le mani, tanto di cappello, trattasi di vero e proprio Chateaux in Irpinia che può far solo bene al territorio e al turismo in quella zona e anche questo non è in discussione

    ps Non ho bevuto tutti i vini di Quintodecimo in tutte le tipologie e in tutte le annate dalla prima uscita, ma nè ho provati tanti e in tante occasioni differenti e tutti con lo stesso risultato per il mio palato e per il mio cuore, ad oggi.

    • Luciano Pignataro

      (16 ottobre 2012 - 15:49)

      Claudio, credo dovremo fare uno sforzo di maturità collettiva: non è che quello che non ci piace è per russi o consumatori idioti mentre quello che ci piace è territoriale, tipico e contadino. A parte che mi paicerebbe sentire una definizione più precisa di territorialità in Irpinia che non sia il solito Ave Maria.
      Io so che questo Taurasi nasce in quella vigna e fa pochi metri prima di finire il bottiglia.
      Cerchiamo di deideologizzare le nostre bevute. Sai chi sta difendendo più di tutti la viticoltura del Vuture in questo momento? I Feudi. Tanto per dire, alcuni dei nomi venerati nella riserva indiana a cui ti riferisci, sono in vendita.
      Moio non è un vinificatore, avrebbe potuto fare tante consulenze e far girare partite di vino da un territorio all’altro come pure alcuni giovani virgulti fanno prima ancora che gli spunti la barba. Coltiva uva, ha un progetto enologico coerente e ci presenta il suo risultato. E’ un esempio etico di agricoltura e viticoltura di cui dovremmo essere orgogliosi in Italia.
      Dunque, se mi dici che non ti piacciono le sue dolcezze al naso e via dicendo, accetto il tuo discorso perché nessuno può essere esente da critiche. Se ne fai una questione etico-politica ti dico che non ci sto: la Campania ha già avuto qualche sedicente critico bamboccione che ha tentato, per fortuna fallendo miseramente perchè disprezzato da tutti, di distruggere la sua viticoltura usando il blog come un manganello per farsi largo nei circoletti clandestini eno-chic. La colpa di Moio forse è di aver combattuto senza ipocrisie la viticoltura dei rabdomanti e di non blandire gente totalmente priva non solo di competenze ma anche di titoli di studio.

  • claudioT

    (16 ottobre 2012 - 17:17)

    Luciano,
    il mio discorso non è generalista, ma molto specifico, amo il mio territorio e chi investe in esso per il proprio tornaconto (ovviamente) ma anche per il ritorno di immagine e business per l’intera collettività di cui fa parte (quando si riesce a fare gruppo), il mio discorso è legato al prodotto finito e non ha pretese filosofiche, etiche, politiche o lotte di classe a cui non ambisco ponendomi in posizione di superiorità o con la puzza sotto il naso e meno che mai voglio essere accostato a sedicenti “critici professorini di quartiere” che senza neanche un capello bianco si ergono a contenitori del verbo senza possibilità di smentita (fin quando hanno piccoli discenti potranno gonfiare il proprio ego), a danno della nostra terra e a favore di qualche amico piccolo produttore locale.

    Su tradizione e tipicità, potremmo passare ore e ore e tu che degusti da oltre 30 anni sai a cosa mi riferisco, tradizione e modernità sono cose che possono coesistere ma anche no, non amo vini puzzolenti e difettati come nè esistevano molti in passato (solo 15/20 anni fa) ma non agogno, da consumatore finale appena consapevole, a vini status, vini da laboratorio, vini fatti prima sui libri e poi in bottiglia, anche se posso apprezzarne la bontà intrinseca quando la riscontro e la loro capacità di emozionare quando ci riescono indipendentemente dal prezzo pagato.
    L’improvvisazione non dev’essere di questo mondo e d’altro canto chi si improvvisa esce presto da mercato che è fin troppo feroce e violento, quindi non sono il paladino di quei produttori talmente di nicchia che non se li fila nessuno.

    Ripeto Luciano, il mio intervento non è da eno-fighetto, nè faccio un discorso logico: perchè io consumatore finale devo pagare il Taurasi di Moio 120/130 euro, ottenuto da vigne con meno di 10 anni, con processi e macchinari tecnologicamente all’avanguardia e con diradamenti al limite della follia per avere un prodotto che si esprime ancora in maniera così verde, concentrato, legnoso, terziarizzato fin da giovane e un bel pò bordoleggiante senza farmi riconoscere il territorio???
    Solo perchè acquisto il vino di un luminare dell’enologia campana, italiana, mondiale??? Io non ci sto, voglio poter scegliere ed esprimere il mio disappunto senza definire chi lo compra idiota o poco consapevole (non mi permetterei mai) ma semplicemete meno attento alla materia e più alla forma.

    Ti ripeto poi, sul progetto, sugli investimenti fatti, sulle prospettive dell’idea Quintodecimo ho solo la gioia che questa possa essersi sviluppata in Campania ed essere un vanto della nostra Regione, questo come sulla qualità dei prodotti finiti non metto bocca.

    Ti saluto con affetto Luciano.

    • Alessandro Manna

      (16 ottobre 2012 - 19:38)

      Caro Claudio,
      effettivamente la territorialità è un concetto astruso, e venendo da una degustazione di 8 Brunello, diciamo che tendo a smaterializzarla del tutto. L’esempio del Brunello è calzante nella discussione come paradigma. Un solo comune, 2100 ettari di docg, 208 produttori. Nei mie 8 assaggi (tutti di 2007), non solo 8 vini diversi, ma anche cercando di parcellizzare i 4 terroir di Montalcino, comunque non c’è una linea guida preponderante. Poi certo il Sangiovese grosso è quello, e quindi alcune caratteristiche hanno consonanza tra i produttori.
      Questione prezzo: e ritorna il paragone con il Brunello e con qualunque altro vino. Più di 100 euro per alcune bottiglie e appena più di 20 per altre, a parità di annata. E io non sono dell’opinione che quello che costa di più è per forza meglio, (ed infatti nella serata alla Botte i miei due preferiti di Montalcino non erano i più griffati e costosi) ma sono dell’opinione che la qualità si paga, e se il diradamento abbassa la resa di una vigna (quasi dodicenne, oramai) è ovvio che “il deficit di produzione” che crea un “surplus di qualità” sia un fattore moltiplicatore del prezzo. Poi tutto sta a farselo pagare. E dopo la vendemmia la selezione dell’uva non finisce, con una cernita pre diraspamento ed un’altra dopo
      Sulla tecnologia: il controllo automatico delle temperature è una acquisizione certamente non recente dell’enologia, mentre la pompa peristaltica che non stressa l’uva è semplicemente la risposta moderna al riempimento manuale dei tini di fermentazione.
      Ora è ovvio che per fare un vino buono o buonissimo può non essere necessario applicare tutte le attenzioni che usano a Quintodecimo, però non è che aumentando le cure (e sono tutte naturali, servono a togliere potenziali problemi, non a “fare magie”) si perda di vista la materia, tutt’altro. E’ il rispetto assoluto della materia naturale, spogliarla di possibili cause di problemi.
      Poi sulla degustazione potremmo continuare a battagliare (come facciamo di solito), ma il Fiano 2006 era, assolutamente, tutt’altro che legnoso o terzializzato, un giovane poderoso ed equilibrato, ed il Taurasi 2007 pieno e tranquillo, profondo, privo di spigoli, ma assolutamente familiare nella sua “aglianicità”.
      Alla prossima, caro Claudio.

  • angelo m.

    (16 ottobre 2012 - 17:47)

    ” Elogio all’ imperfezione “, questo ha fatto la fortuna di certi produttori BIOL. o BIODIN. nel senso che perdonate loro l’ approssimazione, il parziale controllo dei processi in vigna ed in cantina. Volete accontentarvi di vini solo decenti o poco più.
    Non è cura maniacale se si fà attenzione scartando le uve marcie o non mature, oppure evitando trasporti chilometrici delle uve, oppure si vendemmia scalarmente
    per raccogliere a giusta maturazione tutta l’uva dell’azienda.
    Non è perfezione se si utilizza il freddo in cantina cioè temperature controllate per ammostare e fermentare le uve bianche oppure se si eliminano tutte le parti verdi del grappolo o i vinaccioli e si utilizzano solo uve sanissime per le uve rosse; questa è solo la strada maestra per evitare di fare vini che si ossidano precocemente
    (vini bianchi) o vini con tannini ruvidi, con acido acetico-acetato di etile o alcoli superiori che ci trasmettono sentori di stracci umidi, di salamoie, di cimici schiacciate, smalto di unghie ecc…..( tipicità?, tradizione? territorio?)

  • Angelo

    (16 ottobre 2012 - 20:45)

    Il territorio, la tradizione, la tipicità NON FA RIMA con Elogio all’imperfezione.

    E c’avete, SINCERAMENTE, rotto le balle con queste stronzate prive di alcuna specificità. Prova a smentirmi!

    O pensi che siano tutti rincoglioniti le decine di migliaia di persone che scelgono/bevono i suoi vini in diversi paesi del mondo? E solo meri opportunisti ignoranti tutti i clienti di Pellegrini che, magari, in questo momento di crisi economica si fanno talmente abbindolare dai suoi rappresentanti da comprare vini a 20, 25, 90 euro iva inclusa per tenerli lì buttati in cantina solo per la bella faccia di Luigi e Laura (o qualche riga di poesia di qualche scapestrato blogger che scrive per compiacere e per compiacere)?

    Ma per piacere…

    E poi, perdonami, scusa, ti prego Claudio: “perchè io consumatore finale devo pagare il Taurasi di Moio 120/130 euro”? Ma chi te l’ha prescritto il Taurasi di Moio, il medico?

    Bello scritto Alessandro. Bellissima la luce delle foto. Unica l’anima del soggetto.

    Angelo Di Costanzo.
    (uno dei coglioni di cui sopra).

    • Alessandro Manna

      (16 ottobre 2012 - 23:40)

      Grazie per i complimenti a me. Io inizio a capire qualcosa – forse – di vino e tu di fotografia ;-))
      A presto

  • Paolo

    (16 ottobre 2012 - 21:01)

    Beh comunque il discorso di Claudio non è campato in aria…io non mi schiero, a volte mi è piaciuto molto l’Exultet, anche il 2010, a volte meno e ho trovato il legno un pò invasivo.Mi piace il terre d’Eclano, piaciuti meno Falanghina , Greco e Taurasi.
    Ho un dubbio che il tempo scioglierà….Sono grandi vini da invecchiamaento ?
    Anzichè litigare sulle ideologie mi piacerebbe un’orizzontale sul 2006 Fiano e sul 2007..e così si chiuderebbe per me un cerchio e avrei elementi in più per un’idea compiuta su Quintodecimo!

    E poi sarebbe interessante fra 4 o 5 anni…..

  • Luciano Pignataro

    (16 ottobre 2012 - 21:07)

    C’è, Claudio, una subalternità culturale se ci si chiede perché pagare 140 euro il Taurasi di Moio quando prima non si batteva ciglio per Brunello e Barolo che avevano un costo di produzione non superiore ai 4, 5 euro.
    Il prezzo è regolato dalla domanda e dalla offerta. Poi si può restare delusi o meno, ma è sbagliato porsi in questa domanda solo perché è un Taurasi. Io mi chiederei: perché dovrei pagare poco un Taurasi? Perché devo pagare poco un vino del Sud?
    Il punto è che se tornano gli ordini dopo il primo ha ragione il professore:-) E pare stia andando così: non c’è ristorante in cui vado in cui questo vino stia fermo, e lo chiedo sempre proprio perché sono curioso.

  • Marcello

    (16 ottobre 2012 - 23:09)

    Comunque 120/130 euro per un Taurasi, impeccabile che sia, Moio o non Moio, sono esagerati…..Diciamo 40/50 euro sarebbero molto piu’ onesti, amen

  • Marcello

    (16 ottobre 2012 - 23:13)

    p.s. cosi’ come lo sarebbero (40/50) per il piu’ stratosferico dei Barolo o dei Brunello…..

  • Marco Contursi

    (16 ottobre 2012 - 23:33)

    Io lo abinerei ad una bela ed otima parmiggiana ;-)
    P.s.Se avessi 120 euro io lo comprerei per “contribuire-come disse Moio-a realizzare un sogno”.e magari stapparlo tra 20 anni.

  • claudioT

    (17 ottobre 2012 - 00:08)

    Angelo (d.C),
    non fare il discolo, lo so che molti clienti ti riempiono i cosiddetti … di questa continua dicotomia tra tradizione e modernità, dividendosi ormai in due macro categorie (come in passato pro barrique e contro barrique) ma un fondamento pure ci sarà?
    E poi se il Taurasi Quintodecimo non ha preso il massimo delle onoreficenze in molte guide di settore qualcosa vorrà dire? Forse anche le superate guide di settore stanno cambiando i proprio parametri di giudizio sui vini sulla spinta di qualche bloggezzzz da strapazzo???

    Ti abbraccio Angelo, sempre e simpaticamente pronto al sano confronto.

    ps “elogio dell’imperfezione” non deve far rima con elogio della schifezza ma con elogio della variabilità (tempo, clima, suolo, annata…)

  • Angelo

    (17 ottobre 2012 - 09:44)

    Claudio, il fondamento sta in uno che si fa il mazzo da 40 anni in vigna e in cantina. Q U A R A N T ‘A N N I Claudio, capisci. E luigi non è avvocato, medico, ingegnere, asfaltista, banchiere, maestrino alle elementari, ex operaio all’Italsider, corriere, pescivendolo, architetto prestato alla viticultura. Più della metà di questi anni li ha spesi a studiare cosa vi accadesse in vigna e cantina, nell’una e nell’altra. Luigi Moio è un Luminare e, perdonami, non mi va più di ascoltare stupidaggini del genere soprattutto quando non supportate da numeri. I Numeri quelli veri. Quelli che dicono, non quelli che suppongono.

    Poi si può discutere di tutto quello che vuoi: di stile, di opportunità, delle guide. Uno stile che puoi amare ma anche no, una opportunità che puoi trovare confacente o meno ma che non puoi – non è possibile – non tener in considerazione. Per mille ragioni.

    L’assurdità sai qual è? Nei tuoi due interventi precedenti, su 9 cose di dieci, più o meno, che metti in campo metti le mani avanti, ti togli il cappello, approvi con devozione. Almeno 9 su dieci. Però il tuo punto di vista non si può certo dire positivo o benevolo. Ecco, è un paradosso bello e buono. Inspiegabile ma tangibile.

    Sulle guide poi fai un passaggio a vuoto, perdonami ancora una volta: Ci si stupisce che non danno un premio al Taurasi di Quintodecimo ma non a decine di altri. Ma tu ragione con la tua testa o ché? Non trovi assurdo che aziende che storicamente producono (coltivano, vinificano e imbottigliano) bianchi vengano premiati per i loro rossi? Magari comprati belli e fatti semplicemente per ampliare la gamma. Ma di che parliamo?

    P.S.: vado che mi aspetta il terzo giorno di inventario, con grande soddisfazione conterò pochissime giacenze di bianchi campani (quasi nulla). Indovina un po’ su 5.540 bottiglie campane quante portano una firma dietro? :-)

    • luciano pignataro

      (17 ottobre 2012 - 10:39)

      La cosa incredibile del 2.0 a cui mi sono dovuto abituare è che un ragazzo di 30 anni fa quattro anni da Heinz Beck, poi uno e mezzo da Ducasse a Plaza Athenee, uno da Perbellini. Apre un bistrot a Caserta rischiando in proprio con la famiglia. Arriva l’ultimo pinco pallo, coetaneo che mangia la pappa a casa e si sveglia alle 11 di mattina, con il suo bloggetto che non ha titoli e spara quattro cazzate.
      Idem con Moio: figlio di vinificatore storico, laurea, stage a Bordeaux per quattro anni, consulenze, protagonista di una rivoluzione riconosciuta da tutti. Poi arriva uno senza titoli ma che ha un blog clandestino e fa un pestaggio ricevendo anche l’applauso della sua piccola platea di guardie rosse.
      E l’autorevolezza non viene da quel che si dice ma dalla indicizzazione di Google! Attacchi non costruttivi motivati da invidia, insipienza, e dalla tattica di urlare per farsi notare, tipica italiana. Urlare nel web perché nella vita reale si ocntinua a non essere nessuno.
      Ora è chiaro che non mi riferisco a te, Claudio, che si vede prendi le distanze da questo modo di concepire i rapporti umani. Però sono intervenuto perché nelle parole del tuo intervento avvertivo alcuni rimandi di quell’ambiente fumoso e inconsistente, pieno di rancore e di violenza, impegnato a spettegolare, denigrare e a organizzare complotti da operetta.
      Abituiamoci a far parlare i fatti, e, come si dice a Napoli, a misurarsi la palla. Io per primo, si intende:-)

  • BlackAngus

    (17 ottobre 2012 - 14:01)

    Si parla di territorio, tradizione, tipicità…e come si chiamano i vini di Moio? Cosa c’è scritto sull’etichetta? Per chi non lo sapesse: Falanghina, Greco, Fiano, Aglianico. Questa è una scelta coraggiosa poiché non va a competere sul mercato con nomi inventati nei quali non si sa bene ( o si immagina… ) cosa ci sia dentro. Moio ha fatto una scelta di “verità”; ti dice cos’è ed a scelto dei vini come appunto la falanghina poveri di per se, ma che lui credo voglia nobilitare e mi pare ci stia riuscendo. E ribadisco: vini del territorio e della tradizione di QUESTO territorio. Poteva scegliere di fare uno Charonnay più nobile e pregiato come hanno fatto ( non entro nel merito del giusto o sbagliato ) aziende siciliane o piemontesi?
    E noi italiani cosa dobbiamo dire? Il vino migliore ITALIANO è uno Chardonnay di Gaja o di Tasca d’Almerita?
    Mi pare strano che le maggiori accuse a Moio risultino venire per i suoi maggiori pregi.
    Capitolo Guide: che favoletta!!! Il figlio di un vignaiolo storico che studia per il mondo il vino, che insegna in Italia come si fa il vino e fa da consulente a pluripremiate aziende vinicole che si fregiano di Tre Bicchieri non ne vince nemmeno uno.
    Complimenti alla Guida: coerenza ed autorevolezza.

    • luciano pignataro

      (17 ottobre 2012 - 14:58)

      Capitolo guide, per quanto riguarda Slow wine, di altri non parlo. I vini di Moio, anche i suoi personali, sono andati molto bene nelle degustazioni. Ad alcuni sono anche andati riconoscimenti. Altri sono andati meglio. Tutto qui.
      La storia e la tradizione sono un elemento importante nella valutazione complessività di una cantina. Poi c’è anche il momento della degustazione dove si confrontano esperienze e sensibilità diverse.
      Il senso del mio intervento è che bisogna aver eun approccio laico, il che non vuol dire disimpegnato, ma senza paraocchi.

  • claudioT

    (17 ottobre 2012 - 14:12)

    Si può dire che non mi piaccioni gran parte (diciamo tutti per espressività e stile) dei suoi vini, rossi e bianchi, anche se si vendono alla grande in enoteche, grandi alberghi e ristoranti, senza discutere l’uomo, l’azienda che c’è dietro?
    Non vedo contraddizione, io non parlo di Moio, persona o di Quintodecimo come realtà irpina, parlo solo dei suoi prodotti finiti in bottiglia e consumati, io Claudio non spenderei il prezzo a scaffale per comprarli, basta, chiuso, null’altro!

    Sulle guide, ma di che stiamo parlando, io le consulto da oltre 10 anni come le pagine gialle e le prendo non come bibbia ma come strumento di confronto, tutte indistintamente.

    Salut.

    • luciano pignataro

      (17 ottobre 2012 - 14:53)

      Nulla quaestio, Claudio. Non si può dire, si DEVE dire.Il confronto tra appassionati è proprio questo e sarà eterno
      baci

  • Mimmo Gagliardi

    (17 ottobre 2012 - 18:32)

    Salve a tutti.
    Premetto che i meriti, se di palmare evidenza, cosi’ come lo sforzo economico e imprenditoriale, specialmente se svolto in territorio campano e in questi tempi, sono SEMPRE da lodare.
    Premetto ulteriormente che mi trovo concorde con Luciano quando lascia intendere che in momenti di crisi territoriale ed economica sono spesso i grossi produttori a spingere per salvare capre e cavoli (vulture docet). Gli stessi grossi produttori che vendono milioni di bottiglie a russi, cinesi, ecc. Onore al merito loro.
    Mi piace che nel vino ci sia l’imperfezione, cosi’ come mi piace riscontrare la maniacale (utopica) ricerca della perfezione, a patto che tutto cio’ sia frutto del lavoro svolto sul campo e frutto di esperienza e agricoltura!
    Poi un produttore puo’ decidere di dedicarsi alla nicchia di mercato che ritiene di dover occupare e il consumatore, parimenti, si colloca nella fascia di spesa che gli consentira’ di acquisire un prodotto che deve essere discreto e sano.
    Sono le manipolazioni e le magie enologiche da scovare e punire, cosi’ come le sperequazioni economiche da esse derivanti.
    La verita’ di questa discussione (parafrasando x-files) e’ nel mezzo. Il proprio gusto e’ importante ma non deve impedire l’oggettiva valutazione di un prodotto, specie se concretamente frutto di un investimento notevole. Ognuno puo’ dare al proprio prodotto, onestamente, la connotazione desiderata, ma e’ giusto discutere sui costi finali, non abbordabili ai piu’, che, cosi’ facendo, non potranno mai conoscere il prodotto e dargli il giusto riconoscimento. Inoltre non si deve perdere mai di vista un parametro importantissimo. Il giudizio di chi scrive, come quello delle guide, deve orientare e non pontificare, verso il lettore, che, dal canto suo, se legge i blog e le guide, DEVE diventare un consumatore consapevole. l’utente finale deve essere informato, informarsi e, nella piu’ rosea delle ipotesi, recarsi in cantina, dove potra’ meglio comprendere il perche’ di tante cose e, magari, meglio filtrare il giudizio dei terzi.
    E in questo mi piace la filosofia di Slow Wine.
    Io ero un consumatore inconsapevole e ho cominciato a documentarmi su cosa ingerivo….oggi, dopo due anni, sono qui a discorrere con voi perche’ il confronto e la discussione accrescono la conoscenza.

  • Alberto

    (18 ottobre 2012 - 17:30)

    Salve,premesso che i vini del Professore non mi fanno impazzire,e quindi non mi considero affatto un appassionato dei suoi prodotti,premesso che sono stato suo studente e dunque testimone della sua dedizione alla disciplina,premesso che nonostante titoli di studi conseguiti specializzazioni aggiunte non faccio nè l’enologo nè l’agronomo, devo però dire che non si possono negare i vantaggi che l’enologia meridionale e prima tra tutte quella campana hanno avuto grazie alla presenza del Prof. Luigi Moio.
    Nell’articolo Claudio citava il Teritorio,certo ,ma chi ha iniziato le ricerche su Aglianico ,Greco ,Fiano ,Falanghina?
    Fino a 15 anni fà non si sapeva nulla, ora tante nozioni sono patrimonio scientifico di tutti.
    Chi Ha formato decine di giovani enologi in campania e nel mezzogiorno?
    Chi rilanciò il taurasi all’inizio degli anni novanta?
    Ecco io penso che al prof.vadano solo tanti grazie,poi che lui scelga di fare una tipologia di vino che può non piacere a me o a qualcun altro è solo questione di gusto e su quello non ci piove.
    Detto tutto questo,caro Luciano non servono titoli per obiettare e giudicare altrimenti tanti commentatori del settore dovrebbero cambiare mestiere,ovviamente non tutti possono srivere guide.
    Concludo dicendo che Parlando del Professore Moio veramente bisogna considerare la storia di una famiglia,di una anzi due aziende, e di tanto altro ……tutto questo con la libertà di non entusiasmarsi bevendo i suoi vini.

    • Alessandro Manna

      (18 ottobre 2012 - 19:12)

      Assolutamente d’accordo sull’importanza del professore per il rilancio e la rinascita di tutto il comparto vitivinicolo campano (ed anche oltre, come sappiamo).
      Senza la grande (e innovativa) cura soprattutto a Sorbo Serpico e a Foglianise che Moio ha insegnato, anzi coltivato, non festeggeremmo, oggi, per tutte le affermazioni del vino campano e meridionale.
      Poco ma sicuro.

  • gaspare

    (18 ottobre 2012 - 23:16)

    è un classico problema di metodo: chi critica moio dimentica la storia del vino. ma è lecito dimenticare la storia? certo, basta chiarirlo all’inizio d’una critica. sennò si genera confusione.
    albert einstein criticò il modello di newton, ma spiegò, però, perché e come fece tabula rasa. era un genio della fisica, e ribaltò tutto. ciò che, ad esempio, può accadere, ed accade spesso, nella critica d’arte. ma, ripeto, azzerare tutto spetta al genio.
    sotto tale aspetto, è perfettamente da fessi dire: ah non è un gran vino. al imite si potrà dire: non mi piace (a parte il fatto che i bianchi di quintodecimo sono buonissimi! cmq..). la storia insegna che un progetto impostato come questo, è proprio quello al top, l’unico _storicamente_ “vero” perché nei secoli s’è dimostrato valido.
    e poi che c’entra biologico e biodinamico? qui si parla proprio d’un altra impostazione, ben più elevante della diatriba rame sì / rame no. anche il falso problema della territorialità io qui non l’inserirei. perché la storia, volendo, gioca tutta sul versante francese: questo metodo è quello francese. ma che c’entra? il territorio non può non esserci in irpinia, con quei suoli, con quelle viti.
    sennò ogni volta, per esprimere il territorio bisognerebbe ricominciare daccapo, con un nuovo protocollo di gestione del terreno e della cantina.. sciocchezze.

  • Angelo

    (19 ottobre 2012 - 09:02)

    Ecco Gaspare, l’hai detto. Se uno è un genio – che ce ne potremmo pure accorgere fra vent’anni – e capace non già di ribaltare tutto ma anche solo dare sostegno alle proprie critiche mi sta bene, benissimo. Altrimenti mettiamola sul personalismo, un mero punto di vista soggettivo come logica suggerirebbe. Come d’altronde si è davanti a un vino e innanzi alle proprie velleità.
    Ciò che non si può “vedere”, e proprio non riesco a capire come non lo si faccia, è quel gioiello lì a Contrada Cerzito. Quintodecimo. Punto.

    • Angelo

      (19 ottobre 2012 - 09:03)

      Errata Corrige: Ciò che non si può non “vedere”… :-)

  • ANGELO MAGLIO ed EMILIANO SCALERA

    (19 ottobre 2012 - 09:28)

    E’ la prima volta che intervengo sul sito di Luciano, al quale va la mia stima e ammirazione, per la sua competenza e conoscenza, lavoriamo
    in una Banca del sud interessandoci di CREDITO AGRARIO, conosciamo il Prof. Moio e i suoi Vini, ammiriamo il suo impegno nel settore agricolo e gli sforzi che ha sostenuto per ottenere grandi risultati.
    Ci farebbe piacere incontrarVi per poter esprimere in pienezza delle considerazioni sulla degustazione dei Vini.
    Complimenti per le foto ma soprattutto per il Vino.
    saluti a tutti

  • Alfonso Marrazzo

    (19 ottobre 2012 - 15:43)

    Ho il piacere come persona e l’onore come operatore del settore, di conoscere il Prof.Moio e voglio aggiungere considerazioni approfondite con lui in prima persona sia come appassionato che come commerciale.
    I vini Quintodecimo per scelta di rigore, soprattutto nei confronti di chi quotidianamente lavora fianco a fianco con lui, non potevano essere i cloni commerciali dei tanti successi avuti come consulente, enologo e “direttore artistico” .
    Egli ha volutamente fare dei vini che fossero l’inizio di un nuovo percorso, che parte dall’Irpinia ma guarda al Medoc ed ai bianchi di Bourgogne e giustamente per alcuni non sono ascrivibili al territorio ma che tra qualche anno, perchè un progetto per essere vincente ha bisogno dei suoi tempi, saranno il punto di arrivo per gli altri produttori del territorio.
    Per quanto riguarda le guide ho una mia teoria che credo agli altri non interessi……..
    ….e per la serie delle citazioni: “Via del Campo c’è una puttana gli occhi grandi color di foglia se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per la mano e ti sembra di andar lontano lei ti guarda …” :-)

  • claudioT

    (25 ottobre 2012 - 11:26)

    Grazie Alfonzo Marrazzo,
    è proprio quello che dicevo nei miei commenti al post, è questo sguardo perfettamente percepibile nel bicchiere verso Medoc e Bourgogne che per me non rappresenta il territorio irpino…sono vini perfetti e avveniristici da un punto di vista tecnico specie nel medio e lungo termine (forse soprattuttto!), ma che aderiscono meno alla mia idea degustativa di Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Aglianico da Taurasi, poi sul discorso genio, rivoluzionario, storico, lascio agli altri la filosofia sul vino, io compro, bevo e giudico secondo il mio parametro degustativo e la mia minima esperienza!

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