Il racconto dell’estate: omicidio di un critico gastronomico 1/

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un giovane Baffi con il suo Dogue de Bordeaux Aston
un giovane Baffi con il suo Dogue de Bordeaux Aston

Diciamoci la verità? Quale ristoratore deluso non ha mai sognato di uccidere un critico gastronomico. O chi per delusione, vendetta, putrida gelosia non ha desiderato di sopprimere l’autore di una recensione. Ecco un racconto di cui non potrete più fare a meno, scritto da Giancarlo Maffi…

di Giancarlo Maffi

Stava lì assorto davanti a una diavoleria astrusa di un cuoco cosiddetto stellato, Alberto Mestori, a Pistoia. Era triste. Passavano al rallentatore i milioni di piatti ingurgitati per passione ma anche per lavoro nella sua intensa vita. Togliendo i primi quattordici anni, anche se in verità si era formato già a cinque davanti ai fornelli della nonna, aveva metabolizzato bene o male quarantuno anni di cibo.

Facciamo 330 giorni l’anno, qualche volta si rinchiudeva da Chenot a  per perdere qualche chilo di troppo di troppo di troppo e fanno circa 27.000. Una lieve nausea più cerebrale che altro gli salì. E certo non si era fatto mancare nulla d’altro, non come quei cerberi che leasingano l’ultimo suv e l’ultimissimo telefonino e poi vanno a fare la spesa alla Lidl. Coglioni, prima siamo quello che mangiamo, poi quello che guidiamo, dopo molti altri poi.

Ora, quel misero piattino di un improbabile risino sciolto in una inaccettabile acqua di pomodoro sembrava un insulto già al palato del dogue de Bordeaux di casa, Aston. Figurati al suo.

Mestori stava lì, fremente in attesa di un suo importante giudizio. Raccontava invasato che l’idea gli era nata a Pachino, durante una cena fuori sede, quelle con le quali campavano molti dei cuochi attuali. Sei coperti al giorno di media al ristorante, grandi riconoscimenti dai blogger scroccatori di cene che pigliavano due piccioni con una fava solleticando il loro ego e  svoltando almeno un pasto al giorno, improbabili giovine signore vegetariane comprese, ma pochissimi clienti paganti.

In Sicilia notò intere distese di pomodori ciliegini e datterini e pensò,  sai che genio, di concentrare tutti quei campi in tre cucchiai di acqua di pomodoro. La risina gli pareva il colpo di genio, invece del solito Carnaroli accomodato. Il blogger, art designer, food manager, fotografo e scultore di cibo e scrittore Landucci gli aveva montato su un caso nazionale che nemmeno la panna montata tanto amata dall’agente di viaggio Morodei, un montecatinese che aveva resistito nei secoli alle mille provocazioni del nostro critico e quindi era ormai assurto al ruolo di, quasi, amico; e il solito film era partito.

Miglior giovane sotto il Reno, miglior giovane sopra il Reno, miglior giovane a vincere il premio “un gin tonic a Sanremo, anzi dieci gin tonic a Sanremo”. poi vinse una gara cucinando su un cargo russo spaziale e fu la consacrazione stellare, in tutti i sensi. Allora – che ne pensa sig. Baffi- disse il cuoco televisivo mentre Alessia, l’ultima fidanzata dell’ inossidabile critico, oddio fidanzata è una parola grossa, diciamo che stava col Baffi perché  credeva lui fosse ancora ricco, sotto il tavolo gli allungava la curatissima unghia del pollice fino a toccargli il laterale destro del suo impianto idraulico. Il sommo giudice avrebbe voluto mandare il cuoco a quel paese, proprio QUEL paese, dicendogli che quello era un tentativo, malriuscito, di concentrazione. Era una concentrazione di acqua colorata, questo era certo, mischiata all’amido della pasta e a una cosa indefinita verde, estratto di clorofilla disse lo stellato strafatto del suo ego e forse anche di acido lisergico.

Un pretenzioso piatto di Mestori ritorno dalla Francia
Un pretenzioso piatto di Mestori ritorno dalla Francia

Ormai Baffi era vecchio di marciapiede e non aveva più voglia di spendere energie pro domo resto del mondo. Pensava con nostalgia all’Escalivada  dei Fratelli Roca, quella si pura concentrazione totale. Decise di adottare un atteggiamento, che aveva sempre contestato da giovane, di un grande giornalista e gourmet dal passo grandiosamente borghese, Ludovico Minutolo Feldson, di recenti origine svedesi ma nato e cresciuto a Ischia. “Tu non dire mai nulla e se lasci qualcosa nel piatto sostieni che per ovvie ragioni mangi poco. Facessero loro i cuochi, noi facciamo i critici.” Il Baffi disse: interessante, ma ha bisogno di sviluppo, e già aveva detto troppo. Voleva dire al Metasti che forse poteva scioglierci una pasticca di Viagra, almeno un po’ di colore avrebbe dato tono e certamente qualche cliente se ne andava via contento ma si trattenne. Lo chef se ne andò scontento perché oggi tutti vogliono le critiche.

Poi le fai e ti odiano. Alessia, nel frattempo,gli aveva sfruculiato per benino anche l’altro lato dell’impianto e stava passando al centro, quando il depresso gastronomo decise che ne aveva avuto abbastanza di quell’essere montato peggio di una spugna nel microonde  e che era meglio ricorrere alle arti amatorie della compagna. Le chiese – i bagni come sono?- ma lei lo guardò con aria sconsolata, rispondendo -veri cessi amore mio andiamo a farlo ai giardini piuttosto-  Bofonchiando, il critico chiese il conto, che gli fu passato su un foglietto di carta e con un notevole sconto, non sufficiente a ripagarlo della noiosa serata passata a quel tavolo. Stavano per alzarsi  quando un ragazzino di sicure origini africane, come tutti noi  del resto ma non ditelo a Salvini che potrebbe morirne, si avvicinò timidamente e gli chiese se fosse il sig. Baffi. Ricevuta risposta positiva gli allungò un sacchetto color ocra, di una nota casa parigina, e scappò a gambe levate. Il Baffi sperava fosse Hermè, invece era solo Hermes .

Alla vista di quel bendiddio, come una gazza ladra gli strappò velocemente l’oggetto, pensando le avesse fatto una delle sorprese a cui l’avevo abituata, dieci anni prima però. Ci mise la mano dentro, ritraendola immediatamente con faccia schifatissima e urlando. Aveva la mano piena di merda. Uscì pure una busta, bianca. Fresco come un quarto di pollo (cit. Camilleri) Baffi la prese con il lembo del tovagliolo e aprì. A stampatello, con mano nevrotica, c’era scritto: BAFFI SEI UNA MERDA. FRA UN MESE MORIRAI. firmato: uno chef…

Mentre Alessia sveniva, rovinando quel meraviglioso décolleté tacco 18 cm firmato Loubutain, a lui venne solo in mente che era il 17 maggio. E che l’esecutore di quella canagliata in stile universitario gli  aveva dato appuntamento con la morte il 17 giugno, il giorno del suo compleanno.

Il décolleté di Loubutain
Il décolleté di Loubutain

1) continua……

Avvertenze per l’uso: i nomi sono di pura fantasia ma alcuni sono veri. È possibile che qualche giornalista, food blogger, cuoco, maître e affini vi ci si riconosca. Affari suoi e della sua coscienza :)