Ricordo di Alessandro De Conciliis

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Ci siamo ritrovati ieri mattina con gli amici tra gli olivi secolari e il sole azzurro del Cilento nella chiesa più bella di Prignano costruita sul poggio la cui vista abbraccia il mare tra Punta Licosa e Capri per salutare Alessandro De Conciliis andato via a 82 anni, la stessa età che avrebbe avuto mio padre se fosse ancora vivo. Ho letto proprio in queste ore che il dolore per la morte di un genitore non va mai via, ci si abitua soltanto a sopportarlo convivendoci, ed è vero. Bruno mi ha detto che la cosa che più gli rode è il fatto che Alessandro non ha potuto vedere finalmente completato il progetto della nuova cantina e questo sentimento amaro accompagnerà lui, Paola e Luigi nei loro prossimi vini. La morte di un proprio caro insegna a coloro che costruiscono a non perdersi nei dettagli inutili nel tempo che abbiamo ancora da spendere, andare al sodo senza badare alle sciocchezze, ossia ai tentativi degli altri di mettere i bastoni fra le ruote in una impresa. Alessandro è stato una bella persona per almeno tre motivi: il primo è aver avuto la capacità di gestire il passaggio generazionale nella conduzione aziendale accettando una radicale trasformazione della propria impresa, la cui attività centrale era la produzione di uova e diventata in quindici anni una della cantine più significative d’Italia. Ciò è stato possibile perché si sono baciate due generazioni, quella dei giovani durante la guerra e dei giovani durante il ’68, capaci entrambe di vivere e progettare all’insegna del noi piuttosto che dell’io dilagante a partire dagli anni ’80. Quando sai di essere parte di qualcosa e che la rete è più importante di quello in cui credi sia giusto in un momento, allora si affronta molto meglio la navigazione della vita: Alessandro ha capito cosa dicevano i figli e quando, in genere, tutti tirano i remi in barca ha accettato di rimettere in discussione la rotta che aveva seguito. La seconda sua qualità è stata la grande discrezione con la quale ha seguito il lavoro dei figli, dalla prima volta che sono entrato in azienda assordato dal chiò chiò della galline sino all’ultima degustazione fatta con Bruno di Tracce poco prima della malattia in una giornata calda profumata di origano e ginestra come quella di ieri, l’ho sempre visto lavorare e saltellare da una parte all’altra senza alcuna voglia di protagonismo, ed è questo il motivo per cui, spinto dal bel pensiero dei ragazzi del Maiale Ubriaco, ho alla fine deciso di ricordarlo anche pubblicamente e non solo in forma privata. Il terzo elemento di bontà di Alessandro è il più importante di tutti, quello che non lo farà dimenticare: in un momento storico in cui tutti abbandonavano la terra e la campagna, quando il Parco del Cilento non esisteva e tutto era triste e senza la prospettiva di un futuro colorato d’azzurro, lui ha mantenuto la barra dei suoi interessi senza demordere, decidendo così il destino di un territorio e del suo paese che ieri lo ha salutato con affetto. Ieri sera, in un momento di felicità per l’apertura della Fabbrica dei Sapori a Battipaglia, lo abbiamo ricordato, c’eravamo tanti amici di Bruno, con una Magnum di Selim: la città non ha memoria, la campagna sì.