Polemiche e punti di vista
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Rivella e Ziliani, i due mondi e i due tempi del vino

7 ottobre 2008

Dopo il caso Brunello nulla sarà come prima

Natura non facit saltus sosteneva Leibniz riprendendo una fortunata espressione del botanico svedese Carl von Linné. La storia invece sì, anche quella piccola, materiale, del mondo del vino. E sono proprio i piccoli episodi a significare la svolta, il saltus, come il dibattito organizzato a Siena tra l’ex patròn della Banfi, starei per dire del vino italiano, e il giornalista Franco Ziliani, il Fortebraccio della critica enologica. Il confronto, aldilà di alcuni sgradevoli cadute di stile di Rivella che ha teso sempre a personalizzare quelle che in realtà erano due posizioni agli antipodi ben presenti nel mondo vitivinicolo, è di una utilità esemplare per aver semplificato bene il momento attuale in cui si trovano il mercato e la produzione del nostro paese. Non poteva esserci luogo migliore di una sala universitaria per ospitarla e consiglio vivamente la sua visione a tutti gli studenti di Agraria.
Apparentemente, da un lato c’erano le ragioni dei viticoltori e dei produttori, ossia di chi il vino lo produce per venderlo sui mercati, dall’altro quelle astratte e poetiche dei duri e puri, di chi cioè ha una idea di vino aderente al territorio, magari un po’ astratta. Da una parte la mentalità moderna, dall’altra quella antica fisicamente interpretata da Baldo Cappellano che sosteneva Ziliani in questo confronto.
Apparentemente. Ecco, ed è questo il mio contributo a questa discussione, io penso ormai che le cose sia esattamente rovesciate, ché in quella sala Ziliani e Cappellano esprimevano una idea moderna di marketing ben leggibile in piena sintonia con le nuove esigenze del mercato internazionale mentre Rivella era il simbolo di una passato remoto, di una festa ormai finita con i camerieri che già ripongono le sedie sui tavoli. I due compari parlavano di bottiglie che si vendono e si bevono, il roccioso manager del vino italiano simboleggiava plasticamente l’arroganza degli innumerevoli Supertuscan fermi negli scaffali dei ristoranti e delle enoteche come le auto nel Grande Raccordo Anulare alle otto di mattina. I <muorte into ‘o tauto>, così li chiamano i sommelier in Campania, perché immobili in cantina come i morti nella tomba.
L’ex patròn della Banfi ha infatti lanciato la zona di Montalcino, creato uno stile nella comunicazione, fatto a colpi di annunci eclatanti come ai tempi della Net Economy, ma ha trascurato negli ultimi anni, diciamo dopo il 2001, l’incrociarsi di due fattori, prima poco percettibili, adesso decisivi per il futuro del vino italiano, un comparto agricolo sostanzialmente inventato dopo la catastrofe del metanolo: il primo è la brutale crisi economica che non solo riduce le possibilità di acquisto ma cambia proprio la percezione di quello per cui valga la pena spendere una cifra blu, si ritorna all’essenza dei prodotti in quanto tali più che a quello che racconta il produttore. Il secondo è la sensazione, e in questo internet mi ha aiutato molto a capirlo, che il consumo consapevole italiano sia più avanti della produzione nel suo complesso. La fascia alta, quella cioé acculturata disposta a spendere perché ricerca verità ed emozioni, guarda con disprezzo tutto quello che è stato prodotto nella seconda metà degli anni ‘90 perché sostanzialmente omologato e corrispondente a una idea di vino che non esiste più, quello marmellatoso e concentrato non abbinabile a nessun tipo di cucina, buono per qualche peanut, altro che <selvaggina e arrosti>. A proposito, ma quante cazze di foreste ci sono in Italia?
Sicché il linguaggio di Rivella nel decennio precedente avrebbe avuto come interlocutore un’avanguardia, adesso può avere appeal, se pure lo ha, solo nei confronti di parvenue arricchiti che orecchiano e si menano a comprare senza capire. Per verificarlo bene basta girare tra i ristoranti della Penisola Sorrentina, anche questo istruttivo quanto internet, per vedere le tendenze di consumo del turista americano, inglese e tedesco che fanno da contraltare a quelli russo e arabo. I primi scelgono le etichette, i secondi quello che costa di più a prescindere ma non sono loro a fare tendenza.
Le figure come Rivella hanno sicuramente fatto tanto per il vino italiano, direi che lo hanno inventato, ma adesso non riescono a capire il cambio di passo come tutte le persone abituate ad un protocollo di successo e pigre a cambiare. Dalla loro hanno ancora la maggioranza dei produttori e degli stessi enologi perché tutti ovviamente trovano comodo correggere con un po’ di bubbazza le annate storte e le difficolà dei vitigni autoctoni, ma i segnali che provengono da Oltreoceano ci dicono che australiani, argentini e cileni non sono da meno e riescono a stare su quei mercati a costi di gran lunga inferiori a quelli italiani con un packaging forse meno gradevole ma con prezzi, sotto i venti dollari, ben più convincenti. Non potrà mai esserci il ritorno allo statu quo ante. Se fosse vero che al consumatore medio interessa solo che il vino sia buono, aldilà del territorio e della storia del produttore, allora in questa gara l’Italia è destinata a perdere, anche se una modifica del disciplinare dovesse imporre l’80% di merlot e cabernet e il 20% di sangiovese nel Brunello. Oggi il consumo consapevole vuole bottiglie vere e a buon prezzo ed è disposto ad eccedere solo di fronte a tradizioni consolidate e non inventate, a marchi che abbiano lavorato sulla zonazione, creato archivi storici, rimasti fedeli a se stessi e al proprio stile, magari prodotto qualche cru e non frutto di storielle raffazzonate nella biblioteca comunale del paese o dal racconto di qualche familiare. E questo indipendentemente dalle uve che si lavorano, ma sempre nel rispetto della legge o di quello che si dichiara: il Montevetrano è molto più vero e originale di tanti Aglianico corretti al Merlot come il caffé con il latte. Quello che è importante è la maturità commerciale, la serietà direbbe un piemontese, ché un vitigno autoctono taroccato fa molto più omologazione di uno internazionale serenamente lavorato.
Come avviene in ogni momento di crisi, dunque, la zona grigia, la fascia media, sparisce mentre i due estremi si rafforzano, cioé il vino capace di dare emozioni grazie alla sua complessità non artefatta e alla sua specificità irripetibile, e quello in brick o sfuso il cui mercato è in crescita.
Di questa battaglia i produttori intelligenti, non solo quelli bravi, dovrebbero ringraziare Ziliani perché la sua posizione è una chiara indicazione su come muoversi, elaborata da un giornalista molto competente e in stretto contatto quotidiano con la critica internazionale e dunque maggiormente in grado di percepire le sensibilità in corso oltre che battersi per le proprie convinzioni. Ma si sa: se Franco avesse una società di consulenza e si facesse pagare profumatamente forse sarebbe più ascoltato e riverito perché i consigli gratis non vengono mai seguiti dai polli che stanno per essere macellati. Dal mercato, non dalla stampa.

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