Rocca San Felice (Av), Ristorante Museo La Ripa

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Rocco Rafaniello


Borgo Medioevale
Tel: 0827.215023 – 347.2389097 – 393.9453762
www.ristorantemuseolaripa.it
info@ristorantemuseolaripa.it
Chiuso lunedì e martedi. Aperto mercoledì, giovedì e venerdì solo cena. Sabato e domenica e i festivi a pranzo e cena

Spesso ci chiediamo che fine fanno i contributi finanziari erogati dalla Comunità Europea, spesso non ci sono chiare risposte, più volte pensiamo che facciano una fine balorda, ma poi, come d’incanto, veniamo colti da inattese e piacevoli sorprese.

Così è accaduto in una tiepida giornata di inizio primavera, per i più Domenica delle Palme o seggio elettorale, in occasione della presentazione dell’annata 2006 del Taurasi di Luigi Tecce abbiamo scoperto Rocca San Felice, il Ristorante Museo La Ripa e la valle nefasta e incantata dell’Ansanto.

Il geologo Rocco Rafaniello e il suo socio Stanislao Cozza nel 2000 partecipano ad un bando di concorso di idee per gestire lo spazio comunale del borgo di Rocca San Felice, in provincia di Avellino, un tempo fortezza del Principato di Benevento.

Da Napoli a Rocca San Felice

L’idea è quella di far rivivere il borgo antico, adiacente al Castello Longobardo, del piccolo centro irpino che nonostante i danni e i “rammaggi” post terremoto conserva la caratteristica tipologia di insediamento medioevale con vicoli stretti e case basse, con mura in pietra locale e davanzali scolpiti e qualche vecchia bottega dalle insegne dipinte a mano. I due ragazzi, coadiuvati da qualche anno da Enza Perna, laureanda in Conservazione dei Beni Culturali nonché cuoca esperta, hanno dato vita ad un ristorante museo dove la linea guida sembra essere chiara: il rispetto del prodotto.

La Ripa: i formaggi

Come? Grazie ad una ricerca costante di varietà di colture tradizionali, alcune quasi dimenticate o misconosciute, come i fagioli tabacchini della vicina Caposele (interessante bacino di leguminose sconosciute ai più) o i broccoli degli orti di Paternopoli e, soprattutto, grazie ai continui contatti con il Centro Agricolo Sperimentale di Acerra (NA), affermatosi per il reperimento, la caratterizzazione, la selezione, la conservazione e la valorizzazione commerciale di specie orticole tradizionali. Attraverso lo studio del gusto, di impronta familiare, si cerca di valorizzare l’immenso patrimonio naturale e culturale campano. Niente vezzi in cucina, quindi, ma sapori autentici, ben calibrati in moderate porzioni tali da non affaticare l’esperienza gustativa.

Sebbene l’impronta sia quella di una cucina slow e dal sapore antico, Rino Cuoco, lo chef, ed Enza nelle loro preparazioni non seguono una linea unica, la sola regola inconfutabile è la stagionalità dei prodotti, per il resto c’è la giusta contaminazione di tecniche di cottura (vecchie e nuove) e di ricerca del gusto come di piatti antichi o scomparsi con una grande attenzione all’estetica del piatto. E così che, nel menù studiato appositamente per il Taurasi di Luigi Tecce, ad un uovo di quaglia con asparagi selvatici e riduzione di aceto segue una millefoglie di maialino in porchetta e carmasciano su salsa di broccoli ai due colori
la più scura dal broccolo di Paternopoli, saporita e pungente, e la più chiara dal broccolo classico tipo calabrese, meno intensa e più delicata.
Interessanti i paccheri (all’in piedi) ripieni di ragù di genovese molto ben fatto e accompagnati da guanciale di vitellino, ricoperti da una fantastica julienne di cipolla ramata di Montoro. E ancora ossequi per il secondo primo, che non stufa, anzi inviterebbe al bis, di ravioli farciti con fagiolo tabacchino, sodo e dal sapore legnoso e di salsiccione affumicato con pomodorino del piennolo, giustamente utilizzato per equilibrare l’acidità del piatto.
Il secondo è un omaggio agli amanti del classico: lombo di agnello di Laticauda accompagnato dal suo soffritto con peperoni cruschi e da verdure di campo tra cui spicca l’amara cicoria. Fuori programma un tripudio di formaggi affinati da Luigi Tecce in persona: uno splendido caciocchiato ‘mbriaco, messo a stagionare in barrique con le vinacce di aglianico e un pecorino di Bagnoli Irpino affinato nel fieno.

Salumi e formaggi

Rocco, invece, ci omaggia di fette di pecorino Carmasciano semi stagionato, perché Rocca San Felice è territorio di Carmasciano, il fantastico pecorino stagionato in fuscelle di vimini, influenzato dagli effluvi della vicina Mefite.

La Mefite
E la visita alla misteriosa Mefite è tappa obbligatoria per chi visita il paese così vicino alla valle d’Ansanto.
Presente nell’Eneide di Virgilio come una delle porte dell’Inferno, della divinità della terra e della fertilità – trasformata dai Romani in divinità degli Inferi – ne parlano anche Cicerone, Plinio, e Dante Alighieri. Il luogo che la ospita, un’area pianeggiante arida e desolata dal colore grigiastro a chiazze gialle, è sinistro, l’odore è acre e il rumore inquietante. Un cartello con scritto “pericolo di morte” precede il dirupo al di sotto del quale si trova il laghetto detto Mefite, caratterizzato dai gas che provengono dal sottosuolo, che a contatto con l’acqua superficiale, la fanno ribollire, originando delle esalazioni gassose, rumorose e tossiche, perché ricche di anidride carbonica ed acido solforico. In alcuni momenti, avvicinarsi troppo è estremamente pericoloso, bisogna mettersi sopra vento. L’aria che si respira non è piacevole come la sensazione che si è a un passo dalla morte, ma l’emozione è garantita. Un’emozione per la quale vale la pena il viaggio.

Percorrere qualche chilometro e raggiungere il piccolo paese dell’Alta Irpinia, ammirare il piccolo borgo, visitare la Mefite, mangiare al ristorante La Ripa e fermarsi a sedere sul terrazzino dalla vista mozzafiato per chiacchierare con Rocco ed Enza può regalare davvero piacevoli e inattese sorprese. Come scoprire che le passioni, quelle autentiche, esistono ancora, nonostante tutto!

Adele Chiagano

La Mefite
La millefoglie di maialino, Ristorante La Ripa
Il patròn Rocco Rafaniello

3 commenti

  • umberto Trevisan

    (17 aprile 2010 - 13:04)

    Giornata fantastica,soprendente, ricca di spunti interessanti..La grandezza del nostro patrimonio culturale è pari solo alla NOSTRA incapacità di valorizzarlo; che rabbia!!

    • Lello Tornatore

      (17 aprile 2010 - 20:34)

      Sottoscrivo in pieno!!! C’è però da fare una distinzione, quando ti riferisci alla “NOSTRA”, io intendo quella di chi ha nelle proprie mani gli strumenti per fare!!! Se li avessi io saprei esattamente cosa fare, e lo farei!!!

  • Gaetano Voglino

    (20 aprile 2010 - 14:04)

    Ner approfitto per fare un saluto ai miei amici della Ripa. Con il tempo l’umiltà e la passione per il proprio lavoro viene sempre premiata. Bravi …. continuate così !!

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