Rosso Rosso Piedirosso, quando a “parlare” è il territorio.

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di Angelo Di Costanzo

Angelo Di Costanzo con Tommaso Luongo durante la degustazione di Piedirosso a Battipaglia

L’evento “Rosso Rosso Piedirosso” andato in scena alla Fabbrica dei Sapori in quel di Battipaglia ha certamente consegnato agli addetti ai lavori ed agli appassionati intervenuti alle degustazioni tecniche ed ai banchi d’assaggio diversi spunti di argomentazione su questo vitigno ostinatamente designato da alcuni come fratello minore dell’Aglianico ma che invece ha mostrato in tutto e per tutto carattere da vendere ed interpretazioni sincere ed espressive che andrebbero invece lette come una diversità, con una propria e riconoscibile identità, da valorizzare e promuovere come una alternativa all’austero e longevo Aglianico: un vino immediato, franco e quasi sempre estremamente fruibile economicamente, che non fa mancare quelle diverse interpretazioni comunque insistenti su un territorio come la provincia di Napoli, dal Vesuvio ad Ischia sino ai Campi Flegrei.
La mia esperienza, soprattutto nei vini dei Campi Flegrei mi spinge a riflettere molto sull’idea sbagliata che molti hanno e vanno perorando su una tipicità che non esiste, che non è riscontrabile sulla carta, che nessun documento può attestare se non nella misura della denominazione insistente su questa area straordinaria a nord di Napoli che però non ha mancato di essere mal interpretata da qualcuno creando non pochi imbarazzi agli addetti ai lavori e allontanando sistematicamente i consumatori da questo vino a favore dei classici vini internazionali. Una denominazione che va rafforzata e valorizzata e non scimmiottata e denigrata lasciando passare per buoni vini a dir poco abominevoli. Oltretutto non si conserva una memoria storica delle vendemmie, almeno nella misura di una pluralità di produttori capace di definirla questa benedetta tipicità; Non c’è un riscontro tangibile, nemmeno di iniziazione di tutto questo seppur sia stato da tempo avviato anche un percorso di autoregolamentazione con l’istituzione del Consorzio di Tutela che speriamo quanto prima faccia sentire la sua presenza in maniera più incisiva e concreta proprio in questa direzione, monitorando e certificando le produzioni in maniera sempre più efficace e garantendo al consumatore quella origine certa e tangibile di cui è sempre più alla ricerca come sinomino di qualità. Si tende sistematicamente a rivendicare la tipicità riferendola solo ad alcuni vini, purchè questi rasentino la sufficiente bevibilità e vestano di rosso un vino che alla cieca potrebbe tranquillamente essere un bianco sovraestratto, acido e vegetale. Ecco, per alcuni il piedirosso deve essere acerbo per esprimere la sua tipicità. Non condivido affatto questa tesi, antica come i ceppi centenari del lago d’Averno e vecchia come la convinzione di lasciare arrampicare le viti fin dove vogliano, credo invece si possa iniziare a parlare di “originalità”, di diversa originalità, quella espressione unica ed irripetibile che caratterizza un vino, un produttore, un territorio specifico con particolari condizioni pedoclimatiche che i francesi amano sintetizzare con il termine assoluto di “terroir”. Ecco allora che è un piacere scoprire la rusticità dei vini di Raffaele Moccia sul cratere degli Astroni, quella franchezza immediata dei profumi dei vini di Luigi Di Meo, quella elegante polposità dei piedirosso dei Martusciello di Grotta del Sole e di Cantine Astroni, l’immediata godibilità del frutto di Colle Spadaro, la ricercata finezza e mineralità dei vini di Giuseppe Fortunato: tutti vini diversi, legati tra loro da una trama complessa ma se vogliamo unica: un colore affascinante, l’immediata gradevolezza dei profumi, la godibile serbevolezza e non ultimo prezzi quasi sempre entro i cinque euro franco cantina. Vini prodotti in aree, in microclimi diversi su terreni tendenzialmente uniformi per natura e composizione, generalmente vulcanica, ma che godono di particolari influenze: in primis climatiche, per altitudine ed esposizione, poi per le forme di allevamento delle viti, c’è dove insistono sistemi tradizionali come “lo spalatrone puteolano” e dove invece si è intervenuti con moderni Guyot e soprattutto, poi ancora in quell’elemento che funge da interprete di questi, l’uomo, il vigneron, il produttore che come lo si voglia chiamare non può mancare di esperienza, capacità e soprattutto di mezzi per tirare fuori un vino che colpisca nel segno, cioè un vino espressione di un vitigno, di un territorio ma soprattutto di se stesso; Ecco un’altra chiave di lettura che viene fuori dalla degustazione di tutti questi vini citati, che qualche buon amico non ha mancato di cogliere. Quando a parlare è questo territorio, altro che tipicità!