Polemiche e punti di vista
0

Sagra della Rana di Marcianise. Dello Yoga lungo l’antico Clanio e della carne alabastrina del “disgustoso anfibio”

19 settembre 2008

di Monica Piscitelli

Non c’è persona che non abbia storto il naso o si sia profuso in un grandi smorfie sonore quando ho annunciato che avrei trascorso la serata di ieri alla 6^ Sagra della rana di Marcianise. Non tanto, ovviamente, per la location, né per la festa in sé – tra l’altro organizzata con maestria e passione dall’associazione Il Sito della quale ho avuto il piacere di conoscere segretario e presidente – ma per l’intento dichiarato di mangiare i suddetti anfibi. Un tempo popolavano le acque del Clanio e dei Regi Lagni, geniale opera di ingegneria del periodo vicereale di Giulio Cesare Fontana, figlio del ben
più noto Domenico, che interessa ben 1300 Kmq. Oggi in Campania, in mancanza di allevamenti specializzati, mi spiegano, arrivano in cassette dal Nord Italia o dalla Turchia. Saltati (è il caso di dirlo), a piè pari, i pregiudizi, i primi numeri della festa che si conclude domenica, difatti, preannunciano un successo: 4 quintali di rane acquistate e 1600 posti a sedere all’aperto. Migliaia di persone, nel corso della serata inaugurale di ieri, hanno visitato lo spazio antistante il Velodromo, scenario dell’iniziativa, o si sono intrattenuti per strada per assistere ai fuochi d’artificio che hanno salutato la simultanea conclusione della sei giorni della Festa del Crocifisso. Su ogni cosa ha trionfato la voglia di divertirsi, in maniera sana. Antica. C’era tutto quanto la fantasia suggerisca debba esserci in una semplice sagra di paese: una enorme e sfavillante cucina da cui uscivano le pietanze calde (oltre alle rane fritte, anguille e pettole e fagioli, principalmente), il banco per la distribuzione delle bevande, il carretto del “O’ per e o’ muss” (Musello e zampe di bovino cotte e condite con olio extravergine e limone), l’angolo del pop corn, il tiro al bersaglio con annessa “pesca magica”, i grappoli di palloni gonfiati e una serie di stand con le più disparate suppellettili. Sotto il palco dell’animazione, una ottantina di persone, tra giovani, ma soprattutto, sessantenni, instancabili, ha ballato ogni sorta di pezzo musicale, dai “Modern Talking” al merengue, passando per il bolero, nello stile “ballo di gruppo”; rivelando una straordinaria abilità e soprattutto una sana abitudine che ritenevo poco diffusa tra i meridionali: quella, nelle lunghe sere invernali, di lasciare pantofole e telecomando per frequentare un corso di ballo. Un momento (rewind): “sagra di paese”, ho detto? Ed ecco uno dei punti più straordinari della vicenda. Chi conosce Marcianise, sa quanto sia arduo associare il suo nome alla bucolica immagine evocata dalla parola “paese”. Terza città più popolosa della provincia di Caserta, Marcianise ed il suo territorio, in un cinquantennio, ha cambiato pelle: da città agricola a città industriale, terra di conquista della grande distribuzione organizzata e della criminalità organizzata, e punto di confluenza di investimenti milionari che ne hanno fatto la “Vicenza campana”, prima, e centro del Made in Campania, poi. Sventrata e rimodellata di continuo.
Sebbene ogni iniziativa sia perfettibile, dunque, mi sono detta lasciando la sagra, questa iniziativa è la prova che i cantieri non hanno demolito il semplice gusto di ritrovarsi, di attingere alle tradizioni in un presente dominato dai consueti assilli e difficoltà di un’Italia a due velocità. Una conclusione cui arrivo spesso in giro per la Campania. Ma che mi sorprende sempre. Ma veniamo alla degustazione del piatto forte. Con un contributo di 5 euro ho portato al tavolo il mio piatto di rane fritte (un tempo erano proposte anche in guazzetto, in umido o in salsa). A guardarle sembra che il loro ultimo bagno nell’olio bollente le abbia immortalate per sempre in una posa tanto buffa quanto tipica: quella che chi è dedito allo Yoga sa essere tra gli asana di base e chiamata posizione della rana (Mandukasana). Al mattino, tra gli esercizi per un buon risveglio, c’è infatti anche questo: in piedi, si divaricano leggermente le gambe (le mani si poggiano a terra) e, mentre si espira, si piegano le gambe mantenendo la testa allineata con il corpo. Poi inspirando si distendono le gambe di nuovo, con la testa rivolta verso il basso.
Le coscette di rana, solidalmente attaccate l’una all’altra, hanno una carne chiara, alabastrina. In bocca sono tenere, ma compatte. La carne è magra e ricca di proteine, fosforo e potassio. Risulta difficile assimilarne il sapore ad altre. Mi viene incontro, per descriverlo, l’espressione quanto mai azzeccata di “né carne né pesce”, intesa, però, non in senso diminutivo. In definitiva, per arrivare ad una definizione, ricordano più il gusto di un pesce di acqua dolce, ma hanno un retrogusto “muschiato”. Buone davvero. Con Michela Guadagno, sommelier e preziosa “compagna di degustazioni”, l’unica ad accogliere con entusiasmo l’idea di una visita alla festa dei “disgustosi anfibi”, abbiamo convenuto che su queste rane ci sarebbe stata proprio bene una bollicina, magari del territorio. A prescindere dalla spiccata acidità, dunque, ma soprattutto per un discorso di coerenza territoriale, un Asprinio di Aversa, ad esempio.