San Gregorio, Bacco e patane cunzate

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Il reportage dal Cilento Magico

di Oreste Mottola

Volevamo venirci per raccontare dell’infinita storia di una ricostruzione da un dopoterremoto che sembra non finire mai ed ha modificato l’identità del paese quando di fronte ad un perentorio: “Dovete assolutamente essere qui per assaggiare li patane cunzate, una delle meraviglie della nostra gastronomia popolare d’antica origine lucana. E non ve ne andate senza aver visitato via Bacco”. Così abbiamo dovuto capitolare.  L’amico, di lunga pezza, non ammetteva repliche. Di fronte a tale segnalazione urgeva recarsi di persona e relazionare. Arriviamo di domenica mattina. Il tempo di parcheggiare l’auto, bloc notes, macchina fotografica e penna nelle tasche, e siamo in strada. Un opportuno convegno dell’Agricomed e della Bimed (evento che abbiamo usato come copertura) ci ha fatto perdere tempo tenendoci temporaneamente lontani dall’obiettivo. L’ora volge  verso  il pranzo domenicale. Nessuno, dalle nostre parti, come è noto, diserta la questione che si dibatte sulle tavole di ogni famiglia. Ci guardiamo intorno e non vediamo anima viva. Nemmeno un cane randagio che sia uno. Ad un tratto una coppia emerge da un vicolo. Non sono giovanissimi e nonostante vadano di fretta si fanno gentilmente agganciare. “Scusino, per via Bacco?”. Via Bacco è dove c’è il paese del vino. “Venga con noi. La portiamo da da dove inizia la vera storia di San Gregorio Magno”. Lui è alto, magro, “scinto” come dicono qui. “Sono laureato. Ho insegnato matematica per una vita. Ma sono figlio di contadini e mi sento ancora tale. Via Bacco è la nostra zona sacra”. Mario Rapuano parla così , e ti trasmette subito tutto l’amore che ha per questo paese. Quattro passi a piedi e siamo a “Li Grutticedde”, l’altro nome di via Bacco. Sotto ad una collina ti si para sotto gli occhi un intero paese, parallelo o accostato al primo. E’ tutto dedicato al vino. Nei dintorni della vecchia chiesa della Madonna delle Grazie si pigia l’uva, il mosto riposa e poi diventa vino. Viene imbottigliato e posto a riposare in questi antri naturali. Si mette al sicuro una bella grazia di Dio. L’antica Volcei è vicina, a sei chilometri. Dopo aver affiancato i lucani nella resistenza contro Roma  diventò municipium romano, alla caduta dell’impero continuò ad esercitare il suo ruolo di centro di vita civile nel mentre qui a San Gregorio pensavano a ciò che si doveva mettere in tavola: vino, formaggi e salumi. Non fai in tempo ad osservare la scena che ti arriva la risposta all’interrogativo che ti frulla in testa. Provo ad immaginare un ordine di grandezza, a contare, e lo sguardo non ce la fa a contenere tutte ste grutticedde. “Sono 650 case – cantina, tutte con annessa grotta, messe una in fila all’altra sarebbero tre chilometri e più  “, conteggia Mario Rapuano. Salute o prosit. E quasi inciampiamo in una famiglia che pigia uva. “Già  Giustiniani, due o tre anni prima della fine del Settecento, tesseva lodi al nostro rosso gregoriano”, racconta ancora il nostro Rapuano – Caronte che ci traghetta in questo itinerario. La maturazione e conservazione del vino in questo habitat fatto di roccia scavata dall’uomo gli dà un gusto unico. “La gradazione è bassa: 11, massimo 12 gradi”. Il terremoto del 1980 che qui fece danni al 90% delle case e 24 morti e sprofondò anche molti tetti di questa meraviglia della natura e dell’ingegno dell’uomo. “Li abbiamo dovute riparare coi nostri soldi”, ci dice Giuseppe Barberio. La cantina più bella è di Vincenzo Piegari. E’ un vecchio protagonista della storia politica del paese. “Sono stato il primo a credere nelle potenzialità delle cantine di via Bacco”, dice quando lo cogliamo sull’uscio della sua “grutticedda” ed intesse un dialogo di alto livello livello scientifico con Rocco De Prisco, ricercatore del Cnr, sulle virtù del vino rosso dei polifenoli, sull’acido folico e sul resvetrolo che pulisce le arterie. “Ci stavano rubando le nostre vecchie botti in legno ma abbiamo resistito, anche se in pochi”. Via Bacco caratteristica e antica strada, un agglomerato di grotte costruite interamente in pietra, dove si conserva il vino e che per una volta all’anno si trasforma in un affollato borgo di degustazione, tra il nettare degli dei e gli immancabili salumi e i noti prosciutti, accompagnati dai “taralli schietti” e dal pane bianco e giallo appena sfornati. Costruite agli inizi del 1700, erano in parte adibite ad abitazioni ed una parte a cantine dove far stagionare il vino. Nel gergo dialettale sono le “Grutt’ cedd” perchè all’interno di queste cantine ci sono grotte scavate nella roccia, profonde dai due ai cinque metri.

Al ritorno dal ricevimento di  un matrimonio celebrato col rito “gregoriano”, almeno 10 ore a tavola, la domanda non è mai su com’era il menu (almeno 25, 26 portate) ma su “com’era il vino?”. Che non è mai fornito dal ristoratore ma è portato dalla famiglia. E’ questo il “parametro” usato per decidere la quantità di denaro che metteranno nella busta che poi sarà offerta agli sposi. Il vino “gregoriano” è sempre il frutto di un blend tra almeno cinque vitigni diversi: Aglianico, Ciliegiuolo, Malvasia e dalla Calabria il Gaglioppo. Ma il padre del professor Rapuano era un vero e proprio collezionista: nella sua vigna c’erano più di ottanta vitigni diversi!. “Lo sapete che i mercanti di tartufo di Norcia si sono fatti una fortuna vendendo il prodotto di Colliano ma facendo credere ai locali che fosse da buttare, quasi marcio. La rinascita è cominciata da quando, grazie a Gerardo Strollo, è stata cominciata una vigorosa azione di valorizzazione”. La vicenda è stata raccontata (durante il convegno di Agricomed che non abbiamo disertato) dal sindaco di Buccino e consigliere provinciale, Nicola Parisi, secondo cui “siamo noi stessi abitanti, i primi a dover avere consapevolezza delle potenzialità della nostra terra, poi sarà necessario passare dalle parole ai fatti. La classe dirigente locale deve ora dare delle risposte e dei riscontri pratici”. Ciò bloccherà anche l’emorragia di cervelli, l’emigrazione intellettuale che tocca la nostra terra”. Il vice sindaco di S.Gregorio Magno, Gerardo Malpede, è convinto che “se riusciamo a dare la possibilità ai nostri giovani di rimanere a lavorare nella terra d’origine creando, attraverso il turismo sostenibile, sviluppo del territorio, la nostra partita sarà vinta”. Intanto anima l’attività del ristorante di famiglia che tramanda la tradizione gastronomica “gregoriana”.