Selosse, il metodo ancestrale in Irpinia

Letture: 159

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Anselme Selosse

Da molte parti ci si chiede perché ho deciso di operare in Irpinia e ciò che desta il mio interesse è capire se questa domanda mi è posta quasi come se ci fosse un dubbio (perché un produttore della Champagne?) o un complesso di superiorità (Come è possibile? Uno straniero? Cosa è venuto fare qui? Noi abbiamo i nostri valori!) Nella sostanza, però, questa domanda esprime un interrogativo di fondo, ovvero: cosa è venuto a fare veramente? La mia risposta è semplicissima: aprite gli occhi, osservate il paese nel quale vivete, i valori che rappresentate, i paesaggi che possedete. Per me, è straordinario. Siete più ricchi in diversità, più ricchi in cultura. In Italia avete saputo preservare i vostri valori. Non sto criticando la Francia…però la realtà è questa. Grazie alla vostra diversità geografica e geologica avete un valore straordinario. Io vivo nella Champagne semplicemente perché i miei genitori si sono insediati qui e hanno comprato vigne. Io sono nato qui. Per me essere contadino significa essere al servizio di un luogo, essere in un territorio e curare il proprio paesaggio. Ed io sono convinto che il “contadino” lo si può essere in qualsiasi posto. Quando si propone al mercato una bottiglia proveniente dell’Irpinia, dalla Basilicata o dalla Puglia, si offre una bottiglia ricca di un identità: le radici si sono nutrite non solo del luogo e dei sali minerali presenti, ma di tutti i valori del luogo. La terra è coltivata dall’uomo, ma è anche nutrita dalle conoscenze e dal saper fare. Chi vende vino si trova in una situazione intermedia tra la produzione e il consumatore. Ci sono due modi di comportarsi: si può trasferire al produttore la richiesta del consumatore e del mercato e quindi richiedere Merlot, Chardonnay, oppure si possono proporre al consumatore dei vini singolari, unici, portatori di valori.Forse il carattere dei vini è forte e forse questo non piacerà a tutti ma vi posso assicurare che in nessuno altro posto al mondo potrete incontrare le stesse caratteristiche. Sono caratteristiche che ne delineano una vera e propria identità. Questi vini inglobano elementi e tracce che provengono dalle loro origini. Queste indicazioni sono molto importanti. Nel mercato mondiale del vino 4 milioni di bottiglie possono rappresentare ben poco se non si riesce a trovare il consumatore giusto, quello capace di apprezzare e di accrescere la propria cultura insieme al proprio gusto ed elevarsi con questi vini. Ed ecco perché ho accettato di collaborare con i Feudi di San Gregorio. Io ho un piccolissimo vigneto nella Champagne e amo interrogarmi, contemplare e sperimentare. Feudi di San Gregorio mi ha chiesto di collaborare, di venire ad aprire gli occhi, di guardare, di sentire, di camminare, di esplorare… Ho accettato perché ritenevo che fosse possibile una convergenza di interessi… non come quando due elementi si uniscono per andare verso uno stesso obiettivo, ma come quando il risultato si prospetta ben superiore alla somma dei due elementi di partenza.Si chiama sinergia. Sentivo che potevamo formare una forza che potesse andare avanti, per aprire gli occhi, per guardare il paesaggio. Parliamo sempre di contemplazione, di degustare il vino partendo da premesse diverse da quelle usuali. Guardare il vino con occhi diversi è importante. Come si misura la qualità di un vino? è davvero possibile misurarla con dei dati? Bisogna aprirsi alle sensazioni. Non bisogna guardare, assaggiare e misurare essendo controllati. Al contrario bisogna abbandonarsi, quasi chiudere gli occhi. Ciò potrebbe sembrare strano ai francesi, agli uomini della Champagne, perché loro, innanzitutto, sono dei tecnici. In Feudi, invece, percepivo le potenzialità capaci di dar vita ad un tandem che potesse forse andare oltre. L’obiettivo che ci eravamo proposti era importante: comprendere se il processo di spumantizzazione poteva essere solo una messa in scena oppure una nuova prospettiva per i vini prodotti in Irpinia. L’obiettivo non era creare una copia di un Franciacorta, di un Cava o di un Champagne. E non era nemmeno modificare il vino d’Irpinia. L’identità dello Champagne non è data dalla spumantizzazione ma, al contrario la spumantizzazione aiuta ad esprimere l’identità dello Champagne. In Irpinia vogliamo verificare – non siamo ancora giunti alla fine del percorso – se la spumantizzazione può aiutare l’espressione dell’identità del vino.E per fare questo ci vuole un lavoro di squadra. Vivendo a più di 1500 chilometri dall’Irpinia non posso guidare né condizionare i gesti alle persone che lavorano nelle vigne o nella cantina. Non ne sono capace e, soprattutto, non è possibile. La soluzione, quindi, è il lavoro di squadra. Ci incontriamo di tanto in tanto… e le mie domande sono prevalentemente domande che possono apparire ingenue: perché si fa questo? perché accade quest’ altro? Tutto questo per cercare di far saltare delle serrature, dei blocchi, per cercare di porre le domande in maniera diversa dal solito. è importante spostarsi all’improvviso e guardare le cose da un punto di vista diverso. L’obiettivo di una persona che lavora sulla vinificazione sarà soprattutto quello di non marcare con un segno troppo personale i vini. Non si deve vedere chi li ha prodotti, ma da dove provengono (anche se purtroppo si vuole sempre sapere chi li ha fatti…)Nel gergo della moda francese, esistono, le seguenti parole: impronta, segno e griffe. Un’ impronta è qualcosa che non si vede. Ci vuole un rivelatore per arrivare ad avere l’impronta digitale cioè la mano cha l’ha lasciata. Il segno invece rappresenta la mano ha trasformato la materia e l’azione della mano è ben evidente. La firma è altro: la mano ha ferito la materia che solo più tardi si è cicatrizzata. La mia volontà è rimanere a livello dell’impronta che si vede appena. è ovvio che, volendo, si può sapere chi ha collaborato, ma l’importante è garantire una trasparenza tale per cui sempre l’origine rimanga in primo piano, presente e riconoscibile. Per me l’importante è poter cercare, osservare. La parola “viticoltura” riporta alla parola “cultura”. Ha a che fare con l’idea di servizio. La parola “culto” significa servire, essere servitore. Con questo progetto io, di fatto, divento uno dei servitori di un territorio che si identifica con l’Irpinia. Feudi di San Gregorio ci chiede di andare oltre le aspettative dei consumatori, di vantare l’identità dei vini dell’Irpinia per potere valorizzare la ricchezza e gli elementi del territorio che potranno dare alla gente di questa regione la possibilità di conservare il saper fare, la tradizione, la cultura. è veramente un servizio. Se in regioni forti ma difficili l’economia non si metterà al servizio di queste identità, si perderà il territorio. Ci troveremo calati solo in grandi città, in grandi pianure dove potremo industrializzare tutte le colture, prima tra tutte la viticoltura. In questo caso, saremo trasformati, in termini culturali e spirituali, quasi in un deserto. Per me questo è un compito, una missione. I limiti amministrativi sono ridicoli. C’è la barriera delle lingue ma apparteniamo allo stesso bacino culturale e, in sostanza, siamo quasi intercambiabili perché la matrice comune ci porta ad operare con la stessa logica. Quello che può esprimere Dubl è solo agli esordi.