Sergio Esposito, da Napoli a Manhattan

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Il mercato americano spiegato da un grande importatore di vini italiani di qualità

Sergio Esposito, napoletano di Barra, quarant’anni a maggio, è un importante e raffinato importatore di vini italiani negli Stati Uniti. Una di quelle persone che, come si dice, fanno mercato Oltreoceano. Oggi vive a New York con la moglie Stephany e i figli Salvatore e Liliana ed è titolare, dal 1999, dell’Italian Wine merchants sulla 16a strada a Manhattan divenuta un tempio del vino con oltre centomila bottiglie (www.italianwinemerchant.com) in catalogo. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua storia di successo e una valutazione sul posizionamento del vino italiano.

Sergio, come è nata la tua passione per il vino?
Il vino è sempre stato al centro della mia vita famigliare.  Ricordo che sin piccolo a pranzo o a cena già bevevo quel po’ di vino che i miei genitori mi concedevano nel mio bicchiere di acqua frizzante.  Ricordo anche la felicità che trovavo nell’accompagnare mio padre in campagna due o tre volte l’anno per fare la scorta per tutta la famiglia (zii e cugini inclusi poichè si viveva tutti insieme).  Con la macchina piena di damigiane vuote si guidava per un‚ora fino all‚arrivo alla cantina sociale.  Ricordo bene lo scorrere del vino nelle damigiane e come il colore del vetro dal verde cambiava in viola fino ad essere colme di quel liquido gustoso.  Ma devo la mia passione per il vino a mio zio Aldo, il patriarca della famiglia, quando la mia si trasferì in America e andammo a vivere con i cugini di Albany, nello Stato di New York. Lo zio era un grande amante del vino e a me, il più piccolo, era concesso di sedergli il più vicino a tavola e bere dal suo bicchiere sempre pieno. In quei giorni si beveva vino Californiano, vino che si manteneva sotto il rubinetto di cucina e che quindi aveva visto troppo calore. Ma il mio amore per quel vino sciupato era legato all’affetto che provavo verso lo zio, un uomo molto duro ma di una grande generosità, e dal fatto che quel vino per me diventò un simbolo del mio ricordo e legame all’Italia.
 
Quando la passione si è traformata in lavoro?
A 9 anni ho incominciato a lavorare in un ristorante francese, prima come lavapiatti poi a 14 come cameriere e mi sono accorto della facilità con cui potevo memorizzare gli aspetti dei vini che assaggiavo. Poi, durante un viaggio in Italia che feci da adolescente con mio padre e mio fatello maggiore, invece di partire per Napoli con loro, decisi di visitare Pisa per un giorno. Un giorno che si trasformò in una settimana trascorsa a visitare varie aziende toscane. Da quella mia esperienza, per 3 anni dopo scuola ho lavorato per poter continuare a ritornare in Italia ogni estate per visitare altri luoghi e scoprirne i vini. Da allora decisi che volevo dedicare la mia vita al vino e alla gastronomia, ma soprattutto ai vini italiani poichè ero già convinto che sarebbero stati la mia vocazione.  
 
Come hai iniziato a lavorare in Usa?
Dopo il rientro dal mio ultimo viaggio in Italia, aprii un negozio di vini in Albany con mio padre e mio fratello. Ma in quel periodo, la cultura del vino non esisteva ancora in America e soprattutto in una città come Albany pur essendo capitale dello stato di New York.  Dopo un anno di attività, decisi di trasferirmi a Manhattan dove sapevo che avrei avuto la possibilità di seguire la mia passione.  Li ho lavorato per una grande ditta di distribuzione, House of Burgundy, come addetto alle vendite e dove ogni giorno assaggiavo grandi vini ˆ quali Chateau St. George, Domain Ott, Mondavi Riserva Speciale, Opus One.  Ma i vini della Borgogna mi lasciavano sempre un po‚ deluso.  Decisi quindi di lavorare per il rinomato ristorante di Tony May, San Domenico, dove dopo un breve periodo, ne diventai sommelier per dedicarmi completamente ai vini italiani.
 
Quali le principali difficoltà per il vino italiano in questi anni?
San Domenico fu il primo ristorante in America ad offrire la vera cucina italiana, e durante la mia esperienza era sicuramente quello che offriva la il più importante selezione di vini italiani.  Ma mi accorsi che l’attenzione mostrata ai minimi particolari e nel completo rispetto alla nostra tradizione culinaria, non era altrettanto mostrata ai vini a cui veniva data meno importanza.  Dopotutto questo rispecchiava l’atteggiamento che la clientela ed il resto del paese aveva per i vini italiani: nessuno se ne importava più di tanto. Negli anni ’90, infatti, il vino italiano veniva per la maggiorparte ingnorato negli USA e questo si vedeva sopratutto nei canali di distrubuzione. Trovare vini di storiche annate era quasi impossibile.
 
Come veniva percepito rispetto a quello francese?
Sicuramente non alla pari, ma questo dovuto al fatto che a quell‚epoca pochi in america erano interessati a bere i vini più costosi poichè nessuno si aspettava che l’Italia potesse anch‚essa offrire dei veri grandi vini. Il vino italiano era considerato soprattutto dai media e dai critici non ancora all‚altezza di offrire vini da collezione. Fu per questo che, come sommelier di San Domenico, decisi di dedicarmi a voler cambiare la percezione degli americani verso i vini italiani. Mi impegnai quindi a migliorare la conoscenza della fedele clientela offrendo grandi Baroli, Brunelli e Amaroni di storiche annate, malgrado la fosse difficile trovarne sul mercato.   
 
Come è cambiato da allora, in termini commerciali il mercato americano?
Oggi esiste la volontà degli americani a volersi fidare anche dei vini italiani. Negli ultimi anni i nostri vini hanno registrato molto successo negli USA. A livello di percezione del prodotto nel mercato sempre più dei nostri grandi produttori si contendono i primi posti con quelli delle grandi maisons francesi. Questa è una grande occasione per incominciare da capo, soprattutto puntando sulla disponibilità e fiducia dei nuovi collezionisti. Ma è molto importante non abusare di questa seconda opportunità.
 
Quali vini preferiscono in America?
I vini che sono a portata di mano, quelli californiani.  Sono i vini che gli americani trovano familiari e sono naturalmente più diffusi.
 
Quali sono i nostri principali competitor nazionali?
La concorrenza è all’interno, coloro che rappresentano i nostri prodotti e la nostra cultura a scopo di guadagno immediato abusandone spesso la qualità e l’autenticità.
 
Come vengono visti i vini del Sud? Sono riusciti a costruire una lora immagine?
Sicuramente c’è più interesse, e apprezzamento per alcuni produttori cult.  Ma per la maggior parte prevale ancora la percezione dei vini del Sud come di vini da bottiglia.  I produttori del Sud devono quindi sfondare questa immagine negativa, puntando soprattutto sulla qualità (e non la quantità).
 
Cosa fa mercato in Usa?
Poichè il paese ha una cultura ancora giovane, il consumatore americano ha bisogno di essere educato e spesso, quindi, prevale ciò che fa moda, il trend del momento.  In mancanza di una grande tradizione enogastronomica alle spalle che, come per noi Italiani, sviluppa i gusti sin dall‚infanzia, l’americano è più aperto a ciò che viene devulgato dai mass media.  Ecco perchè per i vini negli USA prevale la mentalità del punteggio – wine score.
 
Secondo te i produttori italiani hanno coscienza delle dimensioni enormi di questo mercato?
Assolutamente no. Molti passano una settimana all’anno qui per costruirsi dei contatti. L’opportunità è grande, ma è anche vero che il mercato americano è molto complicato ed il consumatore lo sta diventando. I produttori non possono solo bere i propri vini, devono anche capire cosa stanno per affrontare.
 
In linea di massima, per vendere bene bisogna adeguarsi allo stile australiano o mantenere proprie caratteristiche?
Mantenere le proprie caratteristiche, assolutamente. La Cina potrà fare più vino, ma non credo che sarà mai alla pari del nostro.
 
Ci sono possibilità anche per i vini bianchi? E di che tipo?
Certo. Come per i grandi rossi, anche per i vini bianchi contano le caratteristiche del proprio territorio ed i vitigni autoctoni.  Sono apprezzati vini originali che offrono complessità e longevità, come quelli di Gravner e Radikon, vini pieni di significato che ispirano il genio e la qualità dei vini Fiorano del Principe Alberico Boncompagni Ludovisi.
 
Qual è l’evoluzione del mercato americano?
Il mondo sta diventando sempre più piccolo e strumentarizzato dalle nuove tecnologie di comunicazione ed il mercato americano ha tutte le risorse per esplorare nuove possibilità.  È quindi importante mantenere alta la qualità dei nostri prodotti, altrimenti un giorno ci renderemo conto di essere stati superati da quelli provenienti dalla Cina.