Serpico 1999 Irpinia igt

Letture: 58

FEUDI DI SAN GREGORIO

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: da 40 a 45 euro
Fermentazione e maturazione: legno

Appunti in difesa della libertà di pensiero e di ricerca in Enologia

Ho accettato molto volentieri l’invito di Paolo De Cristofaro, responsabile in Campania del Gambero Rosso, a partecipare con l’amministratore della Feudi Marco Gallone alla verticale del Serpico organizzata nella ben funzionante Città del Gusto di Napoli. Non solo per il piacere di passare una serata insieme, ma anche perché non ho mai avuto particolare feeling con questo rosso celebrato nella versione 2001 da Parker. La mia idea è che l’azienda di Sorbo Serpico a quell’epoca, non credendo fino in fondo alle possibilità del Taurasi, decise di inseguire la moda cosiddetta internazionale sia con il Patrimo, merlot in purezza, sia con un Aglianico di impatto diverso e opposto allo stile tradizionale. Erano gli anni del grande successo dei Supertuscans, dei rossi concentrati e muscolosi pieni di marmellata, ogni bicchiere doveva essere di colore scuro e impenetrabile, un modo di bere figlio dello stile anglosassone poco abituato a conciliare il vino con il cibo come invece facciamo noi popoli latini mediterranei a cui viene difficile distinguere i due momenti, cioé bere e mangiare. Secondo me un errore che, con l’emergere prepotente del Taurasi sul mercato e fra la critica, ha determinato il fatto che i Feudi, pur essendo i maggiori produttori di Aglianico nel Paese e nonostante i riconoscimenti continui sui rossi, abbiano ancora adesso una immagine di azienda bianchista in Italia. A differenza di una certa critica minoritaristica che, a volte per darsi un tono, adotta il sistematico e violento pestaggio mediatico dei produttori simbolo della propria regione e italiani solo perché rei di aver scelto impostazioni lontane dall’ideologia neopauperista, preferisco sempre parlare e scrivere di ciò che mi piace, nel bere come nella ristorazione e tra gli artigiani dei prodotti. Io parto infatti dal presupposto che chi fa vino e agricoltura di questi tempi investendo del suo va sempre rispettato e difeso: Feudi, ad esempio, cura un giardino con le viti più antiche del territorio di ben 320 ettari di vigneto, cioé quasi un terzo del totale costituito dai 240 produttori irpini, un altro 40 per cento è costituito da Mastroberardino e Terredora. Chi attacca a testa bassa queste aziende, spesso con motivi pretestuosi, vuole in realtà la fine della crescita enologica dell’Irpinia e del Sud, sogna la distruzione delle loro cantine come i Taliban bombardarono i Buddha, indifferente al prestigio di queste case nel mondo, alle decine di posti di lavoro creati, ai giovani impegnati a costruire il loro futuro scommettendo su questa impresa. Ogni tanto nella società si creano queste pulsioni distruttrici, bruciare libri e quadri, la voglia di massacrare uno dei pochi settori che funziona in Italia e nel Sud di questi mesi si aggancia a questa tendenza, irrazionale o motivata forse dagli eccessi di lustrini mostrati negli anni ’90, facilitata certamente dalla banalizzazione di una certa comunicazione tesa troppo a spettacolarizzare invece di commerciare con serietà. Mi impressiona, apro breve parentesi, il tiro al piccione in certi ambienti contro Farinetti (leggi sito di Bonilli) reo di aver investito del suo e di guadagnare sulla filiera enogastronomica di qualità! La cosa curiosa è che alcuni protagonisti del neopauperismo spesso fanno proprio altro nella vita, a volte sembrano hobbysti annoiati che scaricano in questo settore la violenza accumulata forse nella loro vita reale a cui evidentemente non frega nulla se al posto di 320 ettari di vite ci siano palazzi di cemento o campi da tennis. A me invece importa, moltissimo. Per questo non si deve buttare il bambino con l’acqua sporca, vanno difese con forza e senza cedimenti l’agricoltura e la viticoltura in tutte le sue forme di espressione perché è proprio la varietà di stili, di coltivazioni, di impostazioni ideologiche che fa grande un vino e un territorio. Per dirla tutta visto che l’ho dichiarato pubblicamente ieri sera, considero i trucioli una pratica enologica come tante altre, non mi si venga a dire che l’acciaio è un materiale naturale! Non vedo perchè chi usa lieviti naturali sia eticamente superiore a chi usa quelli selezionati: queste sono cacchiate post-ideologiche, dispute da società del benessere. L’importante è che il vino sia buono e che tutto sia dichiarato apertamente oltre che fatto legalmente. Questo conta davvero. L’omolgazione tanto temuta è impossibile in un paese come l’Italia: la Galbani e le altre multinazionali non hanno determinato la scomparsa dei grandi formaggi artigianali, anzi, direi il contrario, li hanno di fatto valorizzati. Smarcarsi dalla omologazione non è una scelta etica, ma una sana pratica commerciale per un produttore come per un territorio. Poi, ovvio, ciascuno ha i suoi gusti, basta non sentirsi superiore rispetto a chi li ha diversi dai tuoi, anche molto diversi. Il lavoro di un critico e di un giornalista è quello di informare e raccontare, altrimenti si è altro. Lapalissiano, no? E’ incredibile come a tanti sfugga l’inquadramento di una bottiglia nel contesto economico, sociale e antropologico per cui alla fine, davvero, non vedo alcuna differenza fra alcuni Taliban del “vino vero” e quelli che mettono la Coca Cola del vino, sono le due facce di una stessa medaglia, quella del disperato individualismo edonistico decontestualizzato da ciò che accade intorno.
Gli elementi di interesse c’erano davvero tutti, primo vedere come l’Aglianico iperconcentrato digerisce il legno, uso una espressione di Paolo, con il passare degli anni, scoprire le reazioni del pubblico e vedere ancora una volta come spesso la critica specializzata si accapiglia su cose lontane anni luce da quello che pensano e fanno gli appassionati. Alla fine il 1999 ha sbancato, grazie alla sua robusta freschezza, il naso gentile ed elegante di stile bordolese con terziari ben sviluppati, l’assoluta e totale integrità: davvero un grande vino, un supercampano per intenderci, di cui l’azienda ha ancora disponibilità e che propone ad un prezzo appena superiore all’ultima uscita, il Serpico 2005 da appena due mesi in commercio. L’Aglianico con il passare degli anni, 2005, 2004, 2003, 2001 e 2000, ha mostrato ancora una volta la sua incredibile capacità di attraversare il tempo, le annate si sono raccontate secondo uno stile riconducibile ad una stessa trama ma non per questo ripetitivo e uguale, anzi, le differenze sono state evidenti nella stanchezza del 2000 e del 2003, le annate più calde e dunque più evolute, oppure nella nerboruta acidità della 2004, anche questo sicuramente un grande vino. Così, grazie a Paolo, dopo oltre dieci anni ho fatto pace con il Serpico.

Sede a Sorbo Serpico, Località Cerza Grossa. tel. 0825.986266. www.feudi.it. feudi@feudi.it. Enologi: team aziendale con la consulenza esterna di Mario Ercolino. Ettari: 320 di cui 240 di proprietà. Bottiglie prodotte: 4.000.000. Vitigni: aglianico, piedirosso, merlot, fiano, greco, falanghina, coda di volpe.

Ps: come vedete sopra nelle notizie essenziali non c’è il nome di Riccardo Cotarella. Il motivo è, questa la notizia, che il rapporto con la Feudi si è consensualmente sciolto ufficialmente anche se la vendemmia bianca 2007 porta ancora la sua firma.