Giro di vite > Il vino del Sud: i protagonisti
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Severino Garofano, il principe del Salento

21 ottobre 2007

Il primo enologo Irpino, pioniere della qualità in Puglia e Calabria
Conversazione con il papà del Patriglione e del Gravello

Severino Garofano, nato a San Potito Ultra, provincia di Avellino, classe 1935, è uno degli enologi protagonisti della rinascita del Sud vitivinicolo. Grazie alla sua genialità, almeno due aree sono balzate agli onori della cronaca specialistica negli anni ’90: parlo della zona del Cirò, suo il mitico Gravello di Librandi e lo stesso Duca san Felice, e il Salento con il Patriglione, il Notarpanaro, il Graticciaia tanto per citare qualche nome. Parlo di genialità non tanto perché ha fatto vini buoni e straordinari, ma soprattutto perché li ha imposti in aree dove ancora fino a non molto tempo fa la preccupazione principe era la quantità. Molto spesso, infatti, è molto più facile impostare la novità in aree vergini come la Maremma e in parte la Campania che in quelle dove una tradizione è consolidata. “Irpino di nascita, pugliese di adozione, è una delle personalità che hanno determinato il riscatto della vitivinicoltura meridionale creando memorabili bottiglie, quando il Sud era soltanto terra da vino sfuso da taglio”: questa motivazione del Premio Luigi Veronelli, come miglior winemaker dell’anno alla carriera . Il fatto che un enologo irpino si sia affermato in Puglia la dice lunga sulla verità poduttiva meridionale a tutti gli anni ’80: per chi faceva questo lavoro, l’unica possibilità di sbocco erano le grandi cantine sociali. Dunque Severino appartiene ad una generazione di passaggio, che ha visto e partecipato al rilancio del vino di qualità, quando tante cose oggi scontate allora erano considerate conquiste. E parlo di appena 20 anni fa. Ecco a voi l’intervista e buona domenica.

Severino, qual è stato il tuo primo approccio al vino?
Non fu proprio il primo avvicinamento al vino il Fiano di fresca seduzione scoperto in occasione di una lezione didattica nella cantina della Scuola Enologica di Avellino. Ma rimane tra i miei più vividi ricordi. Capitai in fondo al gruppo numeroso e attento alla presentazione della tecnica di produzione dello Champagne, proprio nell’area al confine con le pupitre. Non riuscii a resistere alla tentazione di un assaggio quando un compagno di classe ebbe tra le mani un buon esemplare di bottiglia dell’ultima fila del pannello. Fu una vera imprudenza e un grosso lavoro intorno alla chiusura della bottiglia. Non racconto come, ma riuscimmo a goderci il liquido soave a fiotti continui; io stavo alla bottiglia come il tumbler del celeberrimo Negroni sta al sifone del selz. Devo dire che nemmeno al primo approccio con il vino, questa volta nero, mi ero scoraggiato; avevo iniziato con quello che mio nonno Severino imbottava nella bella cantina nel centro del paese dove sono nato. Riuscivo a fare buona pratica nel suo grande Cellaro, a spillare e ad assaporare il profumo dall’antica caraffa di coccio del vino nuovo odorosissimo, man mano che maturava, fino a quando l’invecchiamento non lo rendeva più complicato. A quei tempi il vino per me era un profumo, anche quando aveva già qualche anno. A tavola, in compagnia di mio nonno, nel mio bicchiere non riuscivo a trovare sempre il soave profumo originale, vinoso, molto particolare, che percepivo anche nella caraffa quando era vuota. Pensandoci bene, ancora oggi mi viene il sospetto di aver avuto molto vino battezzato. Fors’anche per amore paterno? Dio volesse! Dal tempo di questa iniziazione, tutto poi fu vino puro; anche se anonimo, sempre schietto, profumato, quell’odore di frutti rossi, e anche di fermentazioni complicate, il vino dei contadini che arrivava a casa da piccoli produttori di Aglianico e Sciascinoso, delle vigne in collina. Pian piano il profumo divenne anche sapore e cominciavo ad esercitarmi, attardandomi a bere il vino, come vedevo fare nell’occasione degli assaggi didattici. Confesso che ebbi molti benefici da questo mondo antico; allorquando iniziò la mia nuova condizione professionale riuscii a catalogare i difetti oltre che i valori positivi del vino. Ebbi a fare più di un tirocinio all’estero per apprendere la tecnica della degustazione. La tecnica dell’esame sensoriale allora non era ancora adeguatamente sviluppata, se non in poche sedi. Il gusto di tappo era uno dei sentori più conosciuti sul quale concordavano in parecchi e se ne conoscevano le cause, ma dell’anima del vino si parlava poco. I meccanismi fisiologici, le sensazioni organolettiche in rapporto alla composizione elementare del vino, le sfumature olfattive appartenenti ai fiori, ai frutti, ai vari profumi del mondo vegetale, animale, erano alcuni dei tanti argomenti sviluppati nel corso degli stage. 
Risale all’aprile del 1975 la prima esperienza alla Station Eonologique de Bourgogne a Beaune e l’anno successivo alla Maison du Vin di Bordeaux, dove ebbi modo di apprendere i risultati della ricerca sugli aromi del vino, sulle risposte gusto-olfattive, sui valori che deve possedere un vino di qualità, o meglio un grande vino. Il lungo tirocinio serviva a costruirsi una memoria olfattiva e a misurare la propria sensibilità dell’odorato. Insomma si esercitava la vista e il gusto, ma soprattutto l’olfatto, perché, come nella vita, anche per il vino occorre avere naso. Le numerose visite ai Domaine e agli Chateaux mi offrirono l’occasione di scoprire il ruolo della barrique per l’elevage del vino. Volli provare questa tecnica e portai a casa più di qualche esemplare fatto di varie essenze di legno, tostato a regola d’arte da tonnellerie accreditate. Delusioni e grandi successi. Ma questa è una storia lunga.

Cosa ti ha spinto a studiare Enologia. E come si studiava all’epoca?
Pensavo di andare semplicemente alla “Scuola Agraria” e mi sono ritrovato, invece, a studiare Enologia per puro caso, una coincidenza della vita che mi si presentò in un giorno dell’agosto 1950. Mi ricordo della Segreteria della Scuola dove avevo completato la pratica per l’iscrizione al primo anno di studi superiori. Godevo di essere nei grandi corridoi e poter ammirare le ampie aule non ancora pronte, quando mi venne incontro il Preside in compagnia del custode dell’Istituto. Dovetti motivare la mia presenza in quel luogo e riuscii ad illustrare le mie aspirazioni agli studi superiori; capii subito che qualcosa non funzionava perché il Preside trovava strano che avessi scelto il “Corso Ordinario”. Tornammo insieme in Segreteria e dopo avermi spiegato bene i vantaggi della specializzazione in Viticoltura ed Enologia, quasi d’imperio, mi assegnò a quella preparazione di massima competenza della scienza enologica che allora prevedeva, dopo i primi tre anni propedeutici, altrettanti di approfondimento. Non era esattamente quel che volevo, perché l’idea di prolungare gli studi non coincideva con i miei programmi di trovare un primo impiego e proseguire con le discipline universitarie. Ma l’idea di essere uno tra i primi a conseguire un diploma in viticoltura ed enologia di quella scuola mi attirava. Perché l’Enologia offriva qualche occasione in più di occupazione, come ebbi modo di scoprire già al primo incontro con le strutture dell’Istituto. Venne fuori quasi subito una forte simpatia per quelle discipline, incoraggiato dall’entusiasmo inusitato che mostravano molti rampolli di aziende vitivinicole italiane e straniere, il forte richiamo della loro terra e l’orgoglio del lavoro dei loro padri.
Fui preso da vera passione dai primi approcci alla scienza enologica e per la soddisfazione che mi davano le esperienze di cantina.
Dovetti ammettere che nella vita si presenta sempre una buona occasione. All’incontro provvidenziale con il Preside si sommava il fascino del vino che mi portava alle mie radici. L’approccio precoce al mondo artigianale dell’arte del vino era probabilmente servito a qualcosa. All’epoca si studiava con molti quaderni e pochi libri. La bravura degli insegnanti e la propensione a raccogliere tutto in appunti personali consentivano di studiare compiutamente tutte le materie. Per chi aveva volontà e qualche ambizione concreta, il laboratorio di ricerca e la cantina della Scuola erano le due buone officine per prepararsi alla vita professionale.

Qual è stata la tua prima esperienza lavorativa?
Ancora alla Scuola Enologica di Avellino. Non ero proprio uno “studente lavoratore”, ma ho avuto il privilegio di applicarmi, per più di un’annata, ed assistere alla vinificazione delle uve dei vigneti della Scuola e compiere buona parte delle pratiche di cantina. Mi accanivo ad eseguire tutte le operazioni di cantina e mi divertiva molto la bonifica delle botti con un ”vaporizzatore”, una specie di vecchia locomotiva che emetteva sovente sbuffi e fischi. Non dimenticherò mai gli insegnamenti unici avuti da un bravissimo maestro di vigna e di cantina, il professore Ciarimboli, un vero galantuomo. Non solo conservo dei ricordi bellissimi delle prime conoscenze del lavoro, ma mi sono persuaso dover continuare ad applicarmi allo studio e al lavoro per poter raggiungere certi obiettivi. Infatti, senza troppi disagi, sono riuscito a proseguire il cammino che mi spettava.

Come era il mondo del vino quando hai iniziato ad esercitare la tua professione?
Un mondo difficile, quasi incomprensibile, perché il vino era ancora considerato una bevanda per gente allegra, si consumava in osterie e cantine impregnate di vino versato e di fumo di tabacco. Era molto fiorente, invece, il commercio del vino sfuso: serviva alcol e colore, veri velluti liquidi; si dibatteva dell’utilità della pratica del taglio, dei suoi effetti sulla tipicità delle produzioni nordiche; però, nonostante tutto, i vini complementari del Sud continuavano ad avere successo. Erano i tempi dei viaggi delle uve in ceste, dei mosti e dei vini dagli stabilimenti che molti imprenditori del Nord avevano costruito lungo le strade ferrate. Il vino veniva pompato in serbatoi ferroviari e un lungo filo rosso andava verso il Nord sull’impianto della rete ferroviaria dal Capo di Leuca a Foggia e San Severo. Erano quelle le vie del vino dell’epoca per le carovane dei carri con i serbatoi affumicati e sporchi di mosto. Al Sud di imbottigliare si parlava poco, e dei tecnici del vino ancora meno.  I tempi non erano maturi per trovare facilmente lavoro; non capitava spesso, ma qualche richiesta poteva arrivare solo dalla grande “Cantina d’Europa”. Infatti trovai il lavoro sognato in Puglia, la sola regione che dava spazio alla tecnologia affidata al controllo di tecnici del vino, però a non più di una dozzina.

Come era percepito all’esterno, dalla stampa e dai consumatori?
C’era molto interesse per i dibattiti che si intrecciavano sul ruolo della viticoltura, sul cambiamento dei mercati, sul Sud che perdeva inesorabilmente lo spazio dei vini complementari nell’area dei vini blasonati, sul ruolo che potevano svolgere, secondo gli Enti preposti alla Riforma e allo Sviluppo, le Cantine Sociali, sulla promulgazione della disciplina delle denominazioni di origine dei vini… Non ultimo l’arrivo dell’enologo in cantina, o meglio l’assistenza tecnica gratuita alle Cooperative. Gli argomenti certamente non mancavano, e la stampa non trascurava il settore, dovendo porre in evidenza il ruolo politico che poteva svolgere la nascente Regione nel settore.
Ritengo, comunque, che gli argomenti che riuscivano ad attirare maggiormente l’attenzione fossero le crisi ricorrenti, l’organizzazione del mercato e la mancanza di una politica vitivinicola regionale. I consumatori hanno sempre accolto con molto interesse l’arrivo dei nuovi vini pugliesi di molti produttori che, spinti dal disagio del settore del vino sfuso, cominciavano a far conoscere bottiglie di una qualità che non aveva niente da invidiare alle produzioni di altre regioni. Un continuo rinnovamento della viticoltura e dell’enologia che ha portato, pian piano, a quello che qualcuno definisce il ”Risorgimento” dei vini pugliesi.

Quale è stato l’incontro che più ti ha colpito nel corso della tua carriera?
Mimmo Taurino, un animo semplice, schietto, di temperamento sanguigno, che è stato capace di dare la più bella prova dell’umanità del vino.

C’è un vino a cui sei particolarmente affezionato?
Il Copertino rosso della Cantina Sociale di Copertino, è il mio vino, il vino del cuore.
Avevo poco più di trenta anni quando ho iniziato a viaggiare per andare in giro a presentare e far conoscere i vini del Sud. Il primo vino è come il primo amore: non si scorda mai. Il mio curriculum annovera proprio questo Copertino semplice, pulito, delicato, con tannini morbidi; molti frequentatori di prove di degustazione ricevevano, attraverso gli accostamenti ai loro piatti, sempre una buona impressione. I commenti della stampa erano sorprendenti, incoraggianti  per  questo  Negroamaro che riusciva quasi a stupire per essere molto diverso rispetto ai pochi vini italiani dell’epoca, che arrivavano in Danimarca.
Il problema di viaggiare, confesso, non mi ha mai sfiorato, per cui man mano che questo vino accresceva la sua notorietà e riceveva una buona accoglienza in altri paesi scandinavi, tra cui la Svezia e la Norvegia, ho affrontato con entusiasmo anche il disagio di temperature polari come quelle delle terre dei Lapponi. Qualche mio viaggio, poi, non aveva come meta proprio un Paese: partivo alla scoperta delle emozioni di cui è capace di dare un clima glaciale, mi interessava capire quanta forza avesse questo vino, che probabilmente affascinava prima di tutto per il territorio da cui veniva. Si sa che questi popoli nordici restano incantati dai valori di queste terre mediterranee lontane: il profumo d’Oriente, la luce accecante,  l’incantesimo dei colori dell’aria, il nostro genere di vita. Mi sembrava impossibile che distinguessero non solo la qualità dei vini ma sapevano molto sulla nostra cucina. Quanto ho detto vale per tutti gli incontri di molti viaggi: Arvidsjaur, Umea, Lycksele, Kalix, Gallivare, fino a Kiruna, la città più a Nord della Svezia. Questo Copertino che appartiene ad una miriade di agricoltori, le cui uve sono state sempre fonte di consolazione e di coraggio, per le loro fatiche e per il mio lavoro, ritengo proprio che debba meritarsi tutto il mio affetto.

Parlami dell’avventura calabrese: come sei arrivato lì e quali le caratteristiche di quella viticoltura
Se c’è una Regione che conosco a menadito, dopo la Puglia, questa è la Calabria. Poco tempo dopo del mio arrivo nel Salento andavo sistematicamente a godermi quel paradiso che è la Sila; numerosi viaggi, tanti furono dedicati alla scoperta di quei luoghi di cui Norman Douglas, innamorato e amante della natura, aveva scritto pagine memorabili. Intorno agli anni sessanta cominciai a visitare più di una cantina per il prelievo ufficiale dei campioni dei vini destinati ai primi Concorsi Enologici Nazionali. All’epoca la vitivinicoltura era in perfetta sintonia con i resti di tutto quello che raccontava il passato degli antichi Greci. Allorquando iniziai ad interessarmi professionalmente del vino già molte cose erano cambiate, pur perdurando ancora l’orgoglio della fama delle produzioni leggendarie dei vini antichi arrivati sino all’Olimpo degli dei. Il lavoro di molti anni mi ha fatto scoprire la grande potenzialità di molte zone della Calabria dove, nella babele viticola di una miriade di sinonimi di molte uve, per scegliere le varietà da “salvare” ci si basava sull’assaggio degli acini nelle varie fasi di maturazione. È stata un’occasione unica per conoscere i valori di gente orgogliosa, attaccata al lavoro e alle loro tradizioni, con molte ambizioni, capace di intraprendere iniziative ardimentose. Altro che avventura! E’ stato il più bel viaggio in appendice a quello pugliese.

Torniamo in Puglia. Quali sono le aziende dove hai lavorato?
Da quando, mezzo secolo fa, ho cominciato a fare il vino, mi sono convinto che avrei lavorato sempre per un agricoltore, meglio per un viticoltore, un lavoratore molto diverso, perché allevare la vigna non è lo stesso che fare l’agricoltore. A me piace ricordare gli uomini che conosco meglio, quelli che da più generazioni hanno creduto nella loro struttura cooperativa gestita come una grande azienda vitivinicola. Più di quaranta anni dedicati a quella Cantina Sociale assumono il significato di doveroso ricordo e di riconoscenza.

Cosa è cambiato in questa regione?
Se analizziamo le vicende vecchie appena di una quarantina di anni è proprio il caso di dire che nulla è più come prima e perfino niente sarà come una volta, soprattutto per coloro che dovranno coltivare la vigna.  La storia della vite e del vino di questa regione è in larga misura figlia delle profonde trasformazioni delle campagne, conseguenti la rottura degli equilibri agrari e degli indirizzi economici e commerciali che ha dovuto adottare, o meglio accettare, perché in buona parte decisi addirittura al di fuori del territorio nazionale.
A quel grande appuntamento dell’organizzazione del mercato comune si è arrivati un po’ tutti impreparati e con una buona dose di scetticismo. Però una decina di anni di successi del vino pugliese sui mercati esteri, grazie alla lungimiranza di imprenditori locali che hanno adottato rigide regole, sia nelle pratiche di coltivazione che nella vinificazione, ha attivato un interesse che a dir poco si è concretizzato in vero mercato, mai visto prima per i vini in bottiglia. A tutto questo si è associato il riconoscimento della stampa internazionale e la curiosità del consumatore, sempre più capace di riconoscere la qualità. Insomma, a fronte di una richiesta di qualità da parte del consumatore, i produttori rispondono oggi con una migliore cultura della bottiglia. Un aspetto non trascurabile la competizione che è venuta a crearsi e la crescita della qualità che è testimoniata dalla richiesta dei mercati di mezzo mondo.
Una buona occasione per la Puglia che ha bisogno di riferimenti precisi e per i grossi vantaggi che arrivano all’immagine del territorio.

Indicami i terroir pugliesi ben identificati e che secondo te stanno andando nella giusta direzione
La Puglia possiede un vigneto lungo più di trecento chilometri, dalle falde del Gargano al Capo di Leuca, che in buona parte ha come orizzonte il mare; quell’estesa area di vigne ad alberello della vecchia Messapia si trova addirittura tra due mari. Non è poco il ruolo di questo mare nel gioco della definizione del clima e nella formazione di molti microclimi. Non solo per il Salento, con l’influsso delle correnti dei due mari, ma anche per la parte Adriatica, con alle spalle le alture delle Murge, le correnti da e verso il mare giocano un ruolo molto importante. Le varietà delle uve che si trovano in questo esteso anfiteatro, con un clima che mitiga e acuisce il calore del sole, sono in parte il frutto dell’adattamento all’ecosistema naturale e in maggiore misura sono figlie del commercio delle uve e dei vini. Il vigneto pugliese è costituito da un numero consistente di varietà, alcune nuove, la cui introduzione probabilmente continua a nostra insaputa e non è facile identificare bene in poco spazio tutti i terroir. Sinteticamente, le varie zone stanno crescendo tutte per effetto di un buon interesse da parte del mercato, sia pure in funzione delle scelte che fanno i vari produttori di aderire  alle offerte di certe fasce di prezzo. Ancora sinteticamente e con molta prudenza prendiamo per buoni i trend di crescita dei vini Salentini che pongono il Salice in prima fila, l‘area del Tarantino e il suo Primitivo, la Terra di Bari e i vini Castel del Monte.

Perché i vini pugliesi, pur buonissimi, non riescono ad apprezzarsi adeguatamente?
La cultura della bottiglia è ancora molto giovane in questa terra una volta piena di vigne. Purtroppo la crisi del mercato del vino ha costretto molti viticoltori ad approdare alla bottiglia, a confezionare il vino prodotto. Si è avuta una crescita troppo rapida e sin troppo confusa per poter fare preventivamente l’analisi dei mercati, valutare i costi, decidere la promozione, … Un po’ la sponda fatale per molti con la conseguente crisi di immagine del territorio. Bisogna considerare che questa crescita di numero di aziende ha portato ad un miglioramento della qualità. Occorre dire anche che molti vini pugliesi riscuotono successo e sono apprezzati dal mondo del consumo perché hanno, prima di tutto, una qualità che supera il prezzo.

Autoctoni, internazionali: cosa pensi del dibattito?
L’argomento autoctono o internazionale non dice granché se non in un contesto di progetto e di programma. Ho sempre pensato al padre autoctono per il vino, però non ho mai escluso un partner, una sorte di educatore straniero per migliorare il linguaggio di un certo vino, il quale deve comunque essere quello che il consumatore cerca: comunicativo, pulito, fine ed elegante. Non sono mai attratto dallo straniero sulla scorta dei grandi valori che esso riesce ad esprimere in un certo contesto, in un altro territorio. Poca cosa sarebbe la novità di presentare un adottivo che ha le balbuzie del dialetto e sa parlare a malapena forestiero. Solo Dio sa quanti vini balbuzienti circolano oggi.
Attenzione! Probabilmente in questo interessante dibattito su autoctoni e internazionali, qualcosa è sfuggita. Certamente dovremo considerare ancora più seriamente questa ricorrenza frequente dei capricci della natura con siccità e piogge tropicalizzate. C’è poco da dubitare: di ogni varietà il clima è il suo destino.

Come giudichi il ruolo della stampa specializzata? E, dal tuo punto di vista, come è cambiato il mondo della comunicazione nel vino?
Il vino è divenuto ormai una cultura mondiale, grazie ai mezzi di comunicazione che hanno dato un grande aiuto a questa bevanda. Sono riusciti a far conoscere, prima di tutto, i benefici del bere bene, hanno stimolato i produttori a produrre più qualità, hanno fatto crescere il territorio di molte regioni che erano del tutto misconosciute, se non addirittura conosciute per i valori negativi di antiche produzioni del passato. Vi è da aggiungere il ruolo svolto dalla stampa specializzata nel trasferire al consumatore maggiori conoscenze intorno al vino, sino a renderlo più esigente, ma anche capace di riconoscere la qualità. Ritengo che la buona informazione è un po’ il sale della nostra cultura, oltre che della civiltà del vino. Buona informazione vuol dire anche riposizionare il traguardo della qualità, attenuando alcuni elementi ritenuti indispensabili come per esempio il colore. Questo elemento era addirittura divenuto una vera ossessione.

Cosa pensi della riforma Ocm vino?
Si parla molto di vino, ma si parla poco di vigna. La riforma dell’OCM rappresenta una grossa opportunità per incoraggiare a produrre, per premiare chi crede nella vigna, per rassicurare chi è disposto a scommettere per il futuro. Occorre impiegare tutte le risorse disponibili per un miglioramento degli equilibri di mercato. Sarebbe opportuno che i mezzi di intervento siano finalizzati ad allargare i consumi, tenendo alta la qualità in modo da evitare che il vino diventi sempre più una bevanda di natura industriale. La guerra del gusto è già cominciata da un pezzo e occorre vincerla per evitare il rischio che si cristallizzino le condizioni attuali e vada ad accrescersi il disagio sociale e la crisi che colpisce i produttori di uve.

Quando hai deciso di aprire la tua azienda, Masseria Monaci a Copertino?
Allorquando ho letto quello che ha scritto la Baronessa de Rothschild: “Non è difficile produrre vino: solo i primi 200 anni possono dare qualche complicazione”. Quindi mi sono affrettato ad accreditare subito i miei primi cinquanta anni. Vero è che questa cosa è stata pensata e condivisa in famiglia. Quando si fanno i conti con il passato e si ha la sensazione che le tue scelte professionali potrebbero continuare a vivere, quello è un bel momento. Quindi non resta che compiere ogni sforzo per mettere su bottega per i giovani, se hanno ambizioni di crescere, di fare palestra. Poi un piccolo spazio libero non è mai di troppo, quando si ha ancora qualche sogno nel cassetto.

Qual è, in fondo, la differenza tra gestire in proprio una cantina e lavorare per gli altri?
A me sembra che ci sia poca differenza perché ho sempre lavorato ad una cosa come “mia”. Non avrei prodotto granché in un clima troppo padronale, semplicemente di dovere verso la proprietà. Fortunatamente non è mai accaduto: mi sarei liberato subito.
Ho avuto la fortuna di non aver mai sentito il peso del lavoro, anzi mi sono persino divertito. Nell’Azienda di famiglia lavoro ancora con lo stesso spirito e come se fosse una cosa “mia”. In fondo ho trovato solo una nuova consulenza; ma non nascondo i benefici di questo sapore nuovo del tempo. Continuo a non sentire il peso del lavoro e riesco a tralasciare i miei piccoli hobby. Sono ancora più convinto di prima che il mondo del vino di qualità è un mondo fantastico e compio ogni sforzo per guadagnarmi giorno per giorno un piccolo spazio.   Solo il gusto di appartenere ancora a gente innamorata del proprio lavoro, mi gratifica molto e rassicura anche il mio Herry che non sopporterebbe la mia compagnia ai giardini pubblici, dove la vecchiezza scoraggia e rattrista anche i cani.

Cosa ti ha dato più soddisfazione nella vita professionale?
Qualche insuccesso. Mi ha permesso di dire a questa “capa tosta”: ti sta bene! La soddisfazione viene centuplicata quando riesci ad arrivare al successo, correggendo gli errori dopo averne trovato la spiegazione. Cresci professionalmente e conservi l’umiltà che non bisogna mai perdere, lasci vivere la curiosità, grosso valore che si rischia di perdere per la routine della vita. Il successo, le facili soddisfazioni portano alla faciloneria.

Cosa ti ha addolorato di più?
Per fortuna nessuna cosa seria. Mi sento sereno anche perché ho sempre creduto che non puoi fare del bene se non sei preparato all’ingratitudine. Questa semplice cosa, messa fissa bene in mente, ti dà la forza di condurre prima di tutto una vita tranquilla; poi non ti aspetti di avere altro, prendi quello che sei capace di produrre e semplifichi i rapporti per non dover tenere alcuna contabilità.
Così, se arriva qualche dispiacere non ti accorgi nemmeno.

Vero, a Napoli si dice <fai male e pensaci, fai bene e scordati>. La vita è piena di mezze calzette invidiose e i <cori ingrati> sono come gli antibiotici, all’inizio ti buttano giù, poi ti fanno superare la malattia e ti fortificano. Qual è il rapporto con i tuoi figli? Sei un padre severo?
Tutt’al più severino…! La cosa che riesce più semplice nella vita è dire sì: consentire non costa alcuna fatica. Dire no, invece, richiede una grande capacità di analisi e di sintesi, più la fatica di spiegare i motivi del diniego. Un Signor Sì piace a tutti. A me non dispiace soffrire un po’ e dire No, quando è necessario. In tutti i rapporti trovo che questo sia una buona cosa, consente qualche pausa di riflessione per entrambe le parti. Non credo di essere un padre severo. E’ vero! Ritorno spesso su quello che mio padre, a ragione, mi ripeteva: “Ricordati che non tutti hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu. Non dimenticare, però, che sono i no che fanno crescere bene”.
Mio padre non avrebbe mai immaginato che sarei stato severo più verso me stesso che verso gli altri.

Cosa vorresti che prendessero da te?
Credo che abbiano già metabolizzato quello che hanno ascoltato da una vita passata assieme. Conosco la passione che hanno per la vigna e il vino: questo potrebbe già bastare. Non guasterebbe se facessero loro la buona regola che ho applicato in tutta la mia vita: rimanere sempre a credito con gli altri. Ho avuto un gran beneficio per lo spirito applicando questo povero concetto, perfino all’amicizia.
Grossa impresa! Però ti consente di non dover mai abbassare lo sguardo.

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