Sicilia en Primeur, prime impressioni

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di Francesca Ciancio

Partiamo per un attimo dalla fine. Sono su un aereo all’aeroporto di Catania, destinazione Milano. Rientro nella mia città di “adozione lavorativa”. Sorvolerò il mare, poi sparirà e non lo vedrò per un bel po’ di tempo. Tre giorni di vita siciliana sono appena sufficienti a ridare respiro a chi è in apnea come me. E non me ne vogliano i lettori – perché immagino che ve ne siano – padani. E’ che chi nasce in una città di mare, si sente sempre a casa quando scende verso Sud.
Una breve fuga nell’isola-continente per bere vini. Luciano lo sa, non sono un’esperta. Magari tra un po’ mi lancerò in disquisizioni tecniche. Ma ora è ancora troppo presto. E allora provo a raccontare le impressioni di una giornalista napoletana, per lo più di desk che lavora a Milano nel gruppo Class e che pensa di aver trovato nel vino la sua via di fuga. E che lo rincorre, spesso a sue spese e lo corteggia. E che ingenuamente crede ancora alle favole che le raccontano.
Ma io parto da un presupposto: che difficilmente una persona poco interessante fa un vino interessante..
Da qualche anno il mondo vitivinicolo siciliano presenta alla stampa  italiana e estera l’ultima vendemmia. Sicilia en Primeur in una kermesse fatta di degustazioni, incontri tecnici, cene di gala, enotour. Una carovana di “addetti ai lavori” che parlano di vino, bevendolo. E lo bevono, parlandone. Non è semplice. C’è la vecchia guardia che dice di non poterne più delle solite facce, del solito conflitto tra innovazione e tradizione, della perenne lotta tra vini “aiutati” e vini biologici. Poi ci sono i neofiti, quelli che, prima di queste occasioni, corrono a comprarsi il Bignami del neodegustatore e, la sera, appena arrivati in albergo, si esercitano su come tenere correttamente in mano un calice. Alla fine risultano entrambi simpatici e soprattutto  non fanno danni o almeno, nulla che possa essere considerato irreparabile.
Primo wine tasting della mia vita. Partecipo a una degustazione alla cieca di 18 vini: bianchi, rossi e un passito. Confesso di averne saltato qualcuno.
Il giorno dopo saprò – sapremo – che il rating è eccellente: cinque stelle cum laude. Il massimo che l’enologo Ezio Rivella potesse concedere.
Io provo a spiegare quello che ho assaggiato. Alcuni bianchi sono poco limpidi ma è normale. Altri hanno già una bella trasparenza. Tra gli interessanti, oltre al Catarratto, c’è un blend Chardonnay – Fiano e anche un Muller Thurgau della zona di Trapani. Ha qualcosa dei climi nordici, quel profumo non fortissimo. Poi la costa occidentale siciliana prende quota con il sentore di buccia d’arancia in confettura.
Si passa ai rossi, al Nero d’Avola che, tra tutti i vitigni,  è quello con il più caleidoscopico range di prezzi. Qui se ne bevono di autentici. C’è chi li chiama vini maschi, perché concedono poco alla morbidezza. Sono di un porpora così scuro da sembrare nero. Se fossi un uomo non sarei poi tanto contento del paragone. Tant’è. Ci pensa il Sirah a dare un tocco di femminilità al principe dei vitigni siculi.
Eccezionale lo Zibibbo. Ci si chiede di chi sia. Per un attimo si pensa alla madrina della kermesse, l’attrice Carol Bouquet, ora vignaiola a Pantelleria con i suoi ettari di passito. Il suo “Sangue d’Oro” potrebbe essere tra i  vini degustati alla cieca. Poi, sulla lista vediamo che la zona di produzione del numero 77 è Trapani. Però Rimane il dubbio. Pantelleria è provincia di Trapani. Io me ne andrò senza saperlo. Non ho avuto gli agganci giusti  con i sommeliers.