Soul Kitchen, come vivere (meglio) senza Striscia La Notizia

Letture: 79

Regia di Fatih Akin
Con: Adam Bousdoukos, Birol Ünel
Germania 2009

http://www.youtube.com/watch?v=vmyoIlbMrMQ

Fatih Akin è un giovane regista turco-tedesco (vincitore, a soli 29 anni, del festival di Berlino 2004 per il bellissimo La sposa turca) che racconta con invidiabile levità Amburgo e le sue strade, i suoi canali, il vecchio porto, la metropolitana sopraelevata, gli innumerevoli ponti.

Una commedia divertente, leggera, piena di cose che non succedono nella vita reale perchè infatti siamo al cinema.

Zinos è figlio di immigrati greci, ha una fidanzata bella ricca e borghese, un fratello sempre in galera per furto ma, soprattutto ha Soul Kitchen, ristorante che ha comprato riconvertendo un vecchio padiglione industriale. La lavastoviglie è rotta, la cucina è di seconda mano, i tubi del gas sono fuori norma e la friggitrice macina chili e chili di cibo surgelato. Ma è sempre pieno e chi ci va a mangiare ne esce felice e contento. Da un’altra parte della città in un ristorante raffinato  un crucco chiede ripetutamente in maniera arrogante un gazpacho CALDO. Lo chef esce in sala e prova a spiegargli che una zuppa fredda non si può servire calda e, all’ordine perentorio del cliente di ficcare il gazpacho in un forno a microonde, risponde piantando il suo inseparabile coltello al centro del tavolo, facendosi licenziare. Verrà assunto qualche ora dopo da Zinos, che per inseguire la sua bella trasferitasi a Shangai per lavoro, e trovare quindi un sostituto nella gestione di Soul Kitchen, sopporterà la dittatura dello chef (una specie di Anthony Bourdain), la stoltezza del fratello in libertà vigilata e la persecuzione di un connazionale che vuole impadronirsi del suolo edificabile dove poggia il suo locale. Il tutto con sulla schiena un colpo della strega che si rivelerà ben presto una dolorosissima ernia del disco. I guai seri cominciano però non appena i vecchi clienti non trovano più wurstel, bastoncini di pesce e patatine fritte. Il menu del nuovo chef non convince, i suoi piatti non vengono capiti, il ristorante si svuota. Ci vorrà un gruppo di giovani e multietnici allievi della vicina scuola di danza moderna che frequentando il locale per ballare e stare insieme permetteranno la riconversione della cucina e il successo dello chef.

Di sicuro nel film non troverete nessun banale messaggio di contrapposizione tra haute cuisine e osteria verace (modello Striscia-la-Notizia, per capirci). Lo chef è in definitiva una persona di buon senso e buona tecnica che insegna a distinguere i sapori dalla semplice mise en place. Un professionista che difende il suo lavoro dall’approssimazione, come farebbe un dentista di fronte alla proposta di cavare un dente con una tenaglia e disinfettare con una bottiglia di whiskey.

La «cucina dell’anima» del titolo, però non è tra i fornelli. E’ la musica il motore di tutto. E’ grazie alla musica che i protagonisti del film trovano il modo per parlarsi, per ritrovarsi. La musica, insieme agli indelebili, inossidabili, affetti familiari, alle amicizie vere, agli innamoramenti. Insostituibili ingredienti della vita di ciascuno di noi. Senza differenza di razza e di cultura. Il vero melting pot, insomma, non sta nei quartieri della periferia di Amburgo, e nelle sue cucine, ma nella colonna sonora dove canzonette italiane, ritmi rock, litanie turche,  e testi rap sono stati cucinati insieme nella ricetta più riuscita del film.