Sprouting in New York

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Gli occhi all’insù, Manhattan (foto F.S.)

da New York
Fabrizio Scarpato

Sparato dentro New York, spàsimi con gli occhi all’insù, la spina cervicale spezzata a spiare punte aguzze spazzate dal vento, tralicci per spettacolari balzi, inguainati da Spyderman.

E l’aria si incanala tra gli spiragli di luce fin dentro ai polmoni, spiegati e spavaldi ad assorbire uno spudorato battito vitale, tra la quinta e la settima.

Sorprendono, tra fumi e vapori, i sacchi di spazzatura sparsi sul marciapiede, e spaventevoli camion rutilanti, che la fagocitano rauchi, sbuffando a ritmo sincopato.

Spot di luci sponsorizzate risplendono dagli spalti dei teatri: affretti il passo spedito tra gente spiccia incorporata di cups di Starbucks, spiluccando un brownie nell’aria che spiove, sino a sprofondare tra i legni spocchiosi di Abercrombie, dove spandi e spendi, spezzino spilorcio improvvisato effendi.

Lo spin bustrofedico del traffico, in prevalenza spennellato di giallo, spinge concentrico al buco nero della spianata spenta, memoria di sprezzo e simbolo di speranza, sbandierata negli specchi rifrangenti delle nuove torri, sproporzionate di esorcismi inesprimibili.

Germogli sulla High Line (foto F.S.)

Sparuti neri d’Africa ringraziano in francese sperando in Drogba, gli altri sostano austeri sotto tende numerate, all’ingresso di spropositati portoni o s’avanzano dinoccolati dietro papillon rossi, annunciati dallo sbrilluccichìo dei diamanti.

Qualcuno, spenti gli occhi, attende in silenzio scarpe da spolverare oppure urla, sputando con forza nelle ance dei fiati di una brass band dispersa tra gli spazi sporchi della subway e il mito del Blue Note.

Provare a raccontare lo spleen, la spensierata e affollata solitudine dei tuoi passi sicuri su Broadway, la splendida luce soffusamente dorata di una tavola, stupirsi di spillare un vino dalla spuma troppo cara, con l’incredula sfrontatezza di esser lì, a sprizzare lacrime dagli occhi, spillo spaparanzato tra i grattacieli.

Sperare invano di rinascere, di spuntare oltre le spine come germogli rosa da sparse spore disidratate, come spontanei fiori bianchi da sposa, spruzzati dai rami bassi sui mattoni rossi, spaccati e sbrecciati dal tempo, alle spalle del fiume.

Scoprirti, al risveglio, spiaccicato all’ombra porpora di un ombrellone, i capelli spettinati, come fogli spaginati tra i vini di Gramercy Tavern; a cavalcioni di una seggiola sparagnina posi un libro sul tavolino sbilenco e spurio, sparpagliato nel Bryant Park: tra le mani lo spasso di un banh speziato di Momofuku.

Pagine a Gramercy Tavern (foto F.S.)

E sbranarlo, le fauci spregiudicate e cattive, fino ad insidiare i leoni, spodestandoli dal trono spoglio della Library.

E finalmente sparire, spiccare il volo, felicemente spossato.

3 commenti

  • Giancarlo Maffi

    (18 aprile 2012 - 08:31)

    Speravo ti fossi portato in trasferta l’ispettore Michelin. Almeno quello parla in simil francese e lo capisco. L’ ho sempre detto: nuova York fa male alle persone per bene:-)

  • Marina

    (18 aprile 2012 - 15:00)

    Bello, ermetico, spavaldo. Ma bustrofedico è complicato forte.

  • Agostino

    (19 aprile 2012 - 21:53)

    Sempre piacevole leggerti, caro Fabrizio.
    Eleggerei però “bustrofedico” a parola del mese.
    Agostino

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