Stati Uniti, l’ultimo giorno della rivista Gourmet (gennaio 1941-novembre 2009)

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Con riflessioni da leggere in fondo: condizionamenti cartacei e in rete

Si svuota la redazione, fine della pubblicità e fine della carta? La fine di un’epoca?

Ruth Reich, l'ultima direttrice

una delle copertine di Gourmet

Pubblicità, critica e potere su internet
Si dice che la crisi costringe a tagliare il superfluo. Ma occuparsi di cibo è davvero superfluo? In effetti non è importante anche la qualità dell’ultimo pasto del condannato?
E la qualità non è legata alla agricoltura compatibile, cioé alla diversità di ogni processo artigianale? Soprattutto sì, anche se l’industria ha la possibilità di esprimere buona qualità, per esempio quella della pasta e delle conserve.
Ok, ma allora la chiusura di Gourmet non sposta il discorso sulla critica? Direi più sulla carta.
Internet sta conquistando il suo spazio allargando fisicamente il suo pubblico e contemporaneamente operando una costante opera, voluta e inconscia al tempo stesso, di bombardamento sui media ufficiali tradizionali. Si è dato prima corpo all’ingiustizia e agli sbagli delle classifiche, sicché le chiacchiere di ogni anno e le lamentele si sono infine materializzate con sempre maggiore insistenza sui monitor, ora siamo nella fase in cui si evidenzia la mancanza di fiato per mantenere il ritmo. Non passa giorno che questo non accada.
Si sogna una prateria dove tutti possano cavalcare a piacimento e sino a quando vorranno.
Ma spesso si confonde il mezzo con il contenuto.
In effetti negli anni ’80 il passaggio dal piombo alla lavorazione a freddo non ha affatto democratizzato la stampa italiana, ha reso possibile la nascita di innumerevoli giornali locali che non avevano più la preoccupazione di sostenere le spese di tipografia e neanche quella di pagare i giornalisti tenendoli come schiavi in cambio della promessa del tesserino.
Il risultato è stato il passaggio dalla specializzazione alla tuttologia e dunque la nascita di una generazione, diciamo da 40 in giù, sottopagata e intercambiabile oltre che precaria. Già, perché quando i grandi editori si sono resi conto che era possibile aggredire il costo-lavoro sino a portarlo allo zero, e che comunque un redattore anziano vale quattro precari ricattabili nel bilancio, hanno avviato la rottamazione dei giornalisti. Una piccola Alitalia insomma.
Sicché siamo finiti all’epoca del copia incolla dove tutti i giornali si somigliano sempre più e il lettore non ha più voglia di leggere il giorno dopo le notizie apprese in tempo reale in rete e viste la sera prima in tv. Cala di conseguenza la pubblicità e la filiera soffoca.
Ora: il passaggio dalla carta a internet realizzerà il sogno dell’informazione democratica? Difficile dare una risposta, ma non essendoci più filtri diciamo che la qualità è affidata alla professionalità dei singoli e al loro equilibrio. Molto facile da perdere perché in internet si accresce il proprio senso di onnipotenza non compensato in alcun modo da forme di controllo che nelle strutture professionali sono costituite dalla linea gerarchica dove prima di fare un’affermazione è necessario anzitutto dimostrarla.
Diciamo allora che il vantaggio è costituito dalla facilità di accesso alle notizia, ma la difficoltà è saper distinguere il confine tra la comunicazione autonoma giornalistica, oppure semplicemente di chi scrive, dalla comunicazione pubblicitaria occulta.
Alcuni operatori del settore hanno infatti ben capito come sia molto più efficace far filtrare in questo modo subliminale la comunicazione del loro lavoro e stanno già operando con efficacia in questo senso. Se infatti nei giornali e nelle tv, ma anche su rete, i media tradizionali devono distinguere tra notizie e pubblicità, insomma si mantiene un principio che costringe tutti a regolarsi in un certo modo, nel mare magnum di internet è molto più difficile, al momento, questa distinzione.
Ed è questo il problema vero della democrazia del web. Non ci sono i carabinieri di Pinocchio a vegliare, e neanche la censura, ma il potere di condizionamento è molto più facile perché i soggetti possono operare senza filtri culturali e organizzativi e spesso nell’anonimato nei commenti sui forum e sui blig.
Può capitare, ad esempio, diventare un accesso sostenitore, anche in buona fede, di un ristoratore piuttosto che di un produttore di vino e iniziare a fare pubblicità, consapevolmente o meno, ai suoi fornitori. E ad attaccare i suoi nemici. In questo caso l’arma della critica diventa critica delle armi. Il lettore si accorgerà di questo gioco, ma solo se ha la costanza di aggiornarsi e studiare giorno dopo giorno l’evoluzione del dibattito.
Appare chiaro come non ci sia alcun antidoto normativo a questo processo, così come non si può impedire di piantare viti di una doc di successo dove prima c’erano patate e cipolle. Al momento della degustazione, della lettura, il consumatore esperto potrà però fare il distinguo e verificare di persona quanto lo scritto sia corrispondente alla sua esperienza sensoriale e se per caso ci sia stata una forzatura e sulla base di questa serie infinita di esperienza si costruirà la reputazione del critico in rete.
Sicché, paradossalmente, la rete restituisce, più della carta, la necessità dell’approccio fisico in un gioco di rimbalzo infinito ed entusiasmante. E dalla possibilità di comunicare con tutto il mondo (più che altro in inglese) si torna alla necessità del passaparola sull’affidabilità personale di chi scrive.
Il vero filtro, però, è costituito dalla necessità di creare una rete nella rete, una sorta di certificazione reciproca tra diversi soggetti, cosa che naturalmente sta avvenendo. Per cui se io so che X che io stimo parla bene di Y avrò la certezza che anche Y potrà darmi informazioni pulite e professionali.
Ed è esattamente questa la direzione verso cui si sta andando.