Taurasi, annata 1998 superstar per Lonardo

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15 maggio 2003

Finché il bicchiere può raccontare storie dal sapore dickensiano vale ancora la pena di girare per cantine e scrivere di vino. Capita così che una piccola azienda, appena cinque ettari di proprietà e 20.000 bottiglie sul mercato, riesca a piazzare il suo Taurasi 1998 ai vertici papillosi regionali. Ci riferiamo alla famiglia Lonardo, la cui origine contadina si perde nella notte dei tempi e che proprio a partire da questa mitica vendemmia irpina ha lanciato il marchio Contrade di Taurasi (a via Municipio, 41. Telefono 0827.74704).
Nella capitale del rosso campano finalmente c’è fermento, Antonio Caggiano ha fatto scuola e molte piccole aziende sono sorte nel triangolo d’oro dell’aglianico, Taurasi, Fontanarosa e Luogosano. Ed è questa la trincea della biodiversità, di quei vini da bere più che da masticare, eleganti perché prodotti da uve piantate nell’argilla e stressate dall’escursione termica. Il Taurasi 1998 fatto dall’enologo Maurizio De Simone ci ricorda uno dei nostri vini preferiti, il grande Canneto del lucano D’Angelo: nessuna smorfia o strizzate d’occhio mediatiche, la bottiglia esprime subito tipicità assoluta ed eleganza. Al naso sfilano sentori di ciliegia e prugna matura, poi il tabacco ci ricorda la vicina Benevento, infine cuoio. In bocca è caldo, abbastanza morbido, lungo, destinato sicuramente ad evolvere con il passare degli anni. In attesa della Riserva lo godiamo sui mugliatielli alla griglia o sul mitico pecorino di Carmasciano, saltiamo il rosso base e segnaliamo anche il Greco di Tufo, uno dei rari casi di bianco fatto da uve non acquistate così come è stupidamente e inutilmente prassi a Taurasi. Qui siamo in presenza di un greco stanziale, chiamato muscio e anche questo vale la degustazione, da abbinare alla cucina di verdure irpina e lucana.
Questa è la strada maestra per i piccoli produttori ambiziosi in cerca di gloria: insistere su quanto gli altri non possono ripetere perché troppo grandi o semplicemente distratti.
Sì, nonostante lo show business che tutto pialla, al Sud vale ancora la pena girare per cantine e scrivere di vino.