Taurasi anno zero. La peggiore Anteprima di tutti i tempi


Una giornata da dimenticare
di Luciano Pignataro
Arriviamo nella piazza centrale di Taurasi deserta come sempre l’abbiamo vista in tutte le stagioni a tutte le ore negli ultimi dieci anni. Siamo preceduti da un invito arrivato via mail non più tardi di otto giorni prima e da un paio di telefonate di un cortese sommelier che mi chiede: dottore, lei ci sarà? Certo, magari non proprio il giorno dell’Immacolata (!!!!) che preferisco dedicare alla mia famiglia, ma il giorno dopo (?), il mercoledì 9 dicembre sì. Per fare cosa? Qualcuno ha organizzato l’AnteprimaTaurasi 2004, con un paio di mesi di anticipo rispetto a quella dello scorso anno sicché nell’arco di dodici mesi si sono avute due edizioni! Sorvoliamo l’ingenuità comunicativa. Il programma? Insediamento commissione degustazione il giorno dell’Immacolata, convegno a cui non si sa chi partecipa perché i nomi dei relatori non sono indicati, degustazione pubblica. Mattina del 9: degustazione riservata ai giornalisti. Questo è tutto. Sorvoliamo anche qui l’ingenuità e la superficialità organizzativa.
In piazza non c’è anima viva. Nel paese solo qualcuno fa compere ai negozi di alimentari. Niente lascia presagire che è in corso l’avvenimento che celebra il più importante prodotto di Taurasi, il vino che la rende famosa: né una indicazione, né una bottiglia nelle vetrine dei pochi negozi o dei bar. Niente, niente. La comunità taurasina sembra essere assolutamente indifferente al rosso più blasonato del Sud per cui vengono giornalisti stranieri come in nessun altro paese dell’Appennino Meridionale. Ma questa indolenza non è una novità: basta vedere in che condizioni è ridotto il centro storico a differenza degli altri, splendidi, ricostruiti nei paesi vicini dopo il terremoto del 1980.
Un caffé. Dai. Entriamo nel bar principale del paese. <Signorina bella, dove si svolge la manifestazione?>. <Quale manifestazione?>. <L’Anteprima Taurasi, mi hanno invitato al Comune>. <Provate a vedere lì, noi non sappiamo nulla>. Con il cuore pesante, da meridionale non riesco a tirarmi fuori psicologicamente da ciò che riguarda il mio territorio, intuisco l’orribile verità: siamo di fronte ad un fallimento senza precedenti. Qualche amico mi aveva detto che la sera prima era andata male, poca gente al convegno, una ventina forse, solite chiacchiere. Salgo in una sala del Comune, una decina di colleghi in tutto sono impegnati in una degustazione anonima. Nella cartellina sul tavolo solo fogli bianchi, non c’è nessuno che ha pensato di fare almeno un catalogo con le aziende presenti alla manifestazione. L’Anteprima Taurasi 2004 (quella di inizio dicembre, non quella di fine gennaio) batte tutti i record: alla degustazione non è presente neanche uno, dico uno, dei produttori! Eppure quale occasione migliore per contattare i giornalisti venuti apposta? Faccio un salto da Caggiano: <E’ a Napoli per un servizio> mi dice un suo collaboratore che non si sforza neanche di chiedermi chi sono e perché lo cerco. Incrocio un collega della Rai di Napoli e ci guardiamo sconsolati: per la sagra del fusillo a Gioi c’è più movimento. Ritorno al comune, c’è il responsabile della Pro Loco: <Sono qui per fare un certificato, quest’anno ci hanno tenuto fuori e abbiamo curato solo l’allestimento>. Il sindaco? Boh. I produttori? Sono altrove, come se la cosa non li riguardasse. Non c’è neanche un titolare di enoteca. Buyers manco a parlarne. La decisione è rapida: me ne vado, mi sono rotto le palle di questi atteggiamenti comunicativi da subnormali e di queste organizzazioni da tombola scolastica, non ho più la pazienza e soprattutto non ho più la speranza che qualcosa possa migliorare. Il solito pranzo in cui si parla delle cose da fare ora mi angoscia, rinuncio ai piatti preparati dagli amici dell’Oasis, della Maschera e della Locanda di Bu.
Quando ero al liceo non sono mai riuscito ad inquadrare bene la figura di Cassandra. Mi è sempre sembrata la meno realistica, quella più fantasiosa di Omero. Seguendo alcune realtà meridionali mi sono reso conto che invece appartiene all’incoscio collettivo storico delle popolazioni mediterranee più irresponsabili. A gennaio, invitato a parlare, feci loro un discorso chiaro: dovete mettervi insieme, dovete programmare con un anno di anticipo, dovete abbassare i prezzi, dovete comunicare quello che fate, dovete, dovete… Applausi, strette di mano e poi giù peggio di prima perché qui per fare una cosa passano dieci anni, altri territori del Sud stanno per bruciarli: penso al Vulture dove i produttori marciano quasi compatti dietro la Regione Basilicata, all’Alto Casertano con il Pallagrelo Nero, al Taburno, al Salento, ovviamente alla Sicilia. Non è un caso che molti produttori taurasini non riescono a vendere il prodotto: la pessima commercializzazione nasce dalla cattiva comunicazione, dalla incapacità di aprire bocca. Hanno alzato i prezzi senza avere alcun aggancio con i costi, ora che c’è la crisi toscana e piemontese potevano fare man bassa ma non ci riescono perché comunque il Taurasi medio costa quanto un Brunello al ristorante. Molti hanno iniziato ad etichettare negli ultimi anni solo perché hanno fiutato la possibilità di guadagnare un po’ di soldi, ma rischiano di fare la parte di coloro i quali comprano le azioni quando sono al massimo del rialzo prima della discesa.
Non so quanti soldi sia costato questo crack organizzativo e se qualcuno ci metterà una pezza a colori sul piano comunicativo. Ha davvero poca importanza. Sta di fatto che io, senza essere comunità montana, provincia, comune o altro, solo con l’aiuto di qualche amico ho presentato la mia Carta dei Vini della Campania e della Basilicata a Salerno (con tutti i produttori presenti fisicamente e 600 persone) e a Caserta (con tutti i produttori presenti fisicamente e 400 persone) quasi a costo zero. Questo dimostra come più che le risorse servono le idee perché la domanda culturale è molto diffusa. Non so quanto sia costato organizzare questa degustazione per adepti, ma fosse anche un euro, è stato speso malissimo perché questo tipo di organizzazione umilia il Taurasi, l’unica docg rossa di tutto il Mezzogiorno. Oggi mi sento vicino a Gaetano Pascale, il fiduciario Slow Food Valle Telesina con cui pure ho polemizzato questa estate.
Possiamo fare il paragone con Montalcino? Troppo forzato? Direi di no visti i prezzi medi del Taurasi, lo facciamo per questo motivo. Anzitutto la data è fissata da un anno all’altro, il consorzio annuncia il programma, il paese è tutto in festa con vetrine addobate e trasformate. Operatori e giornalisti entrano, si registrano e nella sala trovano schierati tutti, ma proprio tutti, i produttori di Brunello, da Biondi Santi che lo ha inventato all’ultimo che ha piantato il vigneto. Si può assaggiare il vino al banco, chiacchierare con il titolare dell’azienda, oppure entrare nello spazio degustazione, scegliere dal catalogo i vini e i sommelier effettuano il servizio. A latere un convegno, la posa della mattonella, l’annuncio delle stelle e tutti tornano felici e contenti.
Vedremo mai i Mastroberardino, Caggiano, Ercolino e tutti gli altri schierati sotto una stessa tenda? Difficile perchè la logica meridionale è esattamente opposta a quella toscana: qui l’importante non è commerciare il prodotto quanto dimostrare chi veramente comanda in zona, sicché se una cosa la fa uno gli altri non vengono e magari boicottano. Visto da fuori questo comportamento è demenziale, incredibile, ma è proprio così che funzionano le cose da queste parti. Così tra faide e lotte intestine di cui non resterà traccia si consuma l’avventura commerciale del Taurasi. Tra l’altro, ma spero di sbagliarmi, quest’anno non sono neanche stati chiamati i responsabili di tutte le guide specialistiche. Un suicidio collettivo eseguito da organizzatori che sembrano ignorare completamente le esigenze della stampa e degli operatori. Hanno organizzato una anteprima Taurasi come fosse una festicciola di compleanno a casa.
Toscani e piemontesi, se mai sono stati preoccupati, non hanno motivo di temere dal Taurasi. Forse i rossi italiani in degustazioni coperte possono tirarsela, ma sul piano commerciale, fatte salvo le note eccezioni, la differenza resta abissale.
Scrivo di agricoltura dal 1988 e di vino dal 1994, ma questo schifo, giuro, non lo avevo mai visto. La prossima edizione, invece di organizzare una Anteprima, è meglio che i produttori taurasini si mettano a sfasciare le barrique che hanno in cantina come facevano i cantanti rock con le chitarre. Almeno faranno notizia.
Ps: e questo sarebbe il paese capace di gestire l’Enoteca regionale di cui si parla nella Finanziaria? Passerebbero dieci anni a stabilire chi fa il presidente, altri dieci per nominare il segretario…

Gentile Dr. Pignataro,
ho letto il suo articolo con estrema soddisfazione e, con grande rammarico,concordo con tutto quello che ha scritto. Sono stato all’anteprima il giorno 8 e sono rimasto a dir poco sconvolto. Eppure ricordo la prima edizione in cui, seppure con evidenti lacune (freddo polare e conseguenti vini gelati), avevo avuto modo di intrattenermi con alcuni produttori e degustare con calma molti vini. Mi auguro vivamente che le aziende leggano le sue parole e prendano coscienza della situazione.Ma francamente ne dubito.
Riccardo Vecchio (Agenzia Agroalimentare Campana. Laboratorio per la Valorizzazione Commerciale Centro Regionale di Competenza Produzioni Agroalimentari)
Carissimo Luciano,
ho letto della… mattinata a Taurasi.
Ti sono vicino e comprendo il tuo disagio. Ma bisogna insistere, insistere, insistere e, quando si può, “premiare” chi si sforza di uscire dal grigiore (?). No, profondo nero!!!!!!!!

Sandro Tacinelli (resp comunicazione Slow Food Campania)

Meglio precisare che le mie critiche non sono rivolte né alla professionalità dei sommelier di Avellino che ben conosco né tanto meno al prodotto vino che è in forte e interessante crescita da almeno una decina di anni. Il punto è proprio questo: non basta fare buon vino se non si sa comunicare, un motore senza carrozzeria non cammina e il complesso della manifestazione non è stato degno non dico di una docg, ma di un vino con il tappo di plastica. La comunicazione costa? Non penso che tra Ersac, Provincia, Comunità Montana, Comuni della docg non si riescano a mettere insieme dieci, ventimila euro. Sappiamo bene che bastano 5000, 6000 euro per un educational tour di buon livello. Il punto è che deve essere affidata a professionisti del settore ma questo nessuno o quasi lo capisce e quando un politico ci arriva affida spesso il compito al corrispondente locale di qualche quotidiano della provincia. Come fare costruire un palazzo ad uno che non è laureato in ingegneria! Tutte queste cose sono così banali che mi vergogno a scriverle perché evidenzio lo stato culturale preistorico in cui versa il ceto politico meridionale su questo versante. E non ci sarà tempo per il recupero: impossibile, la metastasi governa ormai tutto il corpo. Prendiamo la provincia di Napoli: qualche anno fa i verdi designano Enzo Falco all’assessorato all’Agricoltura. Enzo, con Ricciardi, Matricano, Continisio e altri pionieri è stato protagonista della rinascita dell’Ais in Campania. Forse è stato il primo amministratore non solo a capire di vino ma anche di commercializzazione perché il sommelier ha sempre tutta la filiera davanti agli occhi. Caspita, penso, ecco un caso in cui la politica e le competenze si incrociano. Bene, cosa succede? Rimpasto della giunta Lamberti e Falco salta perchè i verdi perdono l’assessorato. Lo riconquistano dopo le ultime elezioni ma l’unico assessore sommelier di tutto il Sud non viene riconfermato per giochi interni di partito. Un politico non ci troverà nulla di strano, ma io trovo ancora la forza di indignarmi per queste logiche tribali in cui naviga l’amministrazione pubblica meridionale abituata a prescindere completamente dalle competenze. Certo, il mondo va così, ma le persone si dividono in due categorie: quelle che si adattano e quelle che cercano di cambiare qualcosa.
E allora? La risposta, dopo questo 2004 nero per la comunicazione del vino in Campania viene da Vitigno Italia: a Sorrento la comunicazione dei promotori del Salone dei Vitigni Autoctoni e Vini Tradizionali previsto a giugno è stata curata nei minimi dettagli, a cominciare dalla reception all’aeroporto di Capodichino (vedremo mai almeno le indicazioni di tutte le cantine a Taurasi visto che trovarle è una caccia al tesoro?). All’Hotel Vittoria oltre 40 giornalisti, press agent da tutto il mondo, in uno scenario da fiaba. Per cui non c’è alternativa, anche la comunicazione deve seguire lo stesso percorso del prodotto vino: ci devono essere imprenditori privati che ci credono e ci investono. Per la prima volta questo sembra succedere a Napoli.Ho parlato con molti colleghi stranieri sollecitando il giudizio sull’organizzazione e tutti l’hanno giudicata di ottimo livello. Allora forza, che spuntino altri imprenditori della comunicazione capaci di prendere per mano le docg e le doc della Campania, i margini ci sono tutti: su 200 aziende campane e 50 lucane solo due si sono affidate a professionisti del settore! Mi chiedo: se chiamano tutti gli enologi laureati per fare il vino, gli architetti per disegnare le cantine, perché mai quando si tratta di affrontare la spesa nel settore più importante della loro filiera produttiva non si affidano ad agenzie e giornalisti specializzati? Pensano forse di andare avanti come negli anni ’90 in cerca di scorciatoie mediatiche? Anche nella comunicazione serve la qualità, soprattutto in questa fase di crisi. Ai politici e agli amministratori una sola richiesta: concedete gli spazi e fatevi da parte senza pretendere di gestire eventi e rapporti con la stampa in prima battuta. Da Taurasi a Sorrento solo cento chilometi? No: migliaia di anni luce, ma anche una speranza per il 2005 (l.p.)