Taurasi Vendemmia 2008: i documenti ufficiali

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La sessione di degustazione

Venerdì 20 – Domenica 22 Gennaio 2012
TAURASI VENDEMMIA 2008
Castello della Leonessa di Montemiletto (AV)

La provincia di Avellino, denominata Irpinia, è un distretto della regione Campania, nel Sud dell’Italia, situato nel cuore dell’Appennino Meridionale, in una zona ricca di colline e montagne dove nascono produzioni enogastronomiche d’eccellenza che fanno di questa zona una delle terre da vino più belle e sorprendenti per viaggiatori e appassionati.

Un territorio a forte vocazione rurale, impervio ed isolato che, proprio grazie alla sua posizione, ha conservato nel corso degli anni una forte identità produttiva, diventando per molti versi la “capitale” enologica della regione e terroir di riferimento del Sud Italia: 6.598 ettari vitati, poco meno di 200 aziende, migliaia di viticoltori, tre vini a DOCG, una grande doc territoriale: sono questi in sintesi i numeri che raccontano la provincia di Avellino.

Alcuni dei campioni degustati

Irpinia, the other side of South Italy

Le origini della provincia di Avellino come terra da vino si perdono nella notte dei tempi, fin da quando era abitata dagli Irpini (dal temine osco hirpus=lupo), una delle cinque tribù sannite, il popolo dell’antichità che diede maggiore filo da torcere ai romani nel loro progetto di conquista dell’Italia e del Mediterraneo.
L’epoca d’ora per il vino irpino, comunque, è stata senza dubbio l’inizio del ‘900 quando la provincia di Avellino divenne uno dei più importanti distretti vitivinicoli europei. Nel 1928 si producevano circa un milione di ettolitri (terza provincia italiana per produzione), soprattutto nella zona di Taurasi (Valle del Calore). La maggior parte del vino veniva acquistato da produttori di fuori regione (Toscana, Piemonte ma anche Francia), poiché al sud non si era ancora diffusa l’epidemia di fillossera, un insetto che attacca le radici della vite facendola morire e che ha praticamente azzerato la viticoltura europea tra la fine dell’800 e gli anni ’40 del ‘900. Il vino prodotto in Irpinia aveva come punto di raccolta lo scalo di Taurasi: da lì partivano ogni giorno vagoni carichi di vino che raggiungevano Avellino attraverso la linea ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant’Antonio, passata alla storia appunto come la Ferrovia del Vino. Da Avellino poi i treni venivano smistati alle varie destinazioni finali.

La fillossera giunse in Irpinia negli anni ’30 e, unitamente allo scoppio della seconda guerra mondiale, fece sì che le campagne venissero completamente abbandonate. La ricostruzione fu lenta e difficile, nel dopoguerra gli ispettorati agrari spingevano affinché si piantassero anche in provincia di Avellino varietà produttive e adatte per vini di pronta beva (sangiovese, malvasia, trebbiano, montepulciano). Il greco, il fiano e l’aglianico rischiarono seriamente di scomparire e così sarebbe stato senza la famiglia Mastroberardino, storica cantina della zona. I tre fratelli Walter, Angelo e Antonio riuscirono a creare un patto di onore e remunerazione con i contadini della zona: se avessero conservato le varietà tradizionali, le uve gli sarebbero state pagate di più. E su questo patto si è retto per quasi quarant’anni il distretto produttivo irpino.

Lo scenario iniziò a cambiare alla fine degli anni ’80, quando la crisi del prezzo delle uve spinse molti viticoltori a trasformare le proprie materie prime e a creare un proprio marchio. Contemporaneamente una serie di piccoli imprenditori e professionisti della zona cominciarono ad investire in vigne, recuperando vecchie tradizioni familiari o semplicemente immaginando un reddito integrativo dalla vendita delle uve o dalla commercializzazione dei vini. Un vero e proprio boom di nuove realtà che ha profondamente cambiato le prospettive di sviluppo dell’Irpinia da bere. In meno di vent’anni il numero delle aziende è passato da circa dieci a quasi duecento e i vini della zona hanno saputo conquistarsi sempre di più l’attenzione di operatori e appassionati: accanto alle grandi cantine trovano spazio piccole realtà legate ad un’impostazione familiare e artigianale, progetti imprenditoriali orientati all’innovazione e al mercato sono affiancati da tanti vignerons che consentono di mettere a fuoco i caratteri peculiari delle varie sottozone o, addirittura, di singoli cru.

Al di là delle differenze aziendali, il punto di forza dei vini irpini è nella loro estrema riconoscibilità: sono vini molto caratterizzati, completamente diversi dagli stereotipi legati ai vini del sud. Le vigne sono in alta collina, a volte oltre i 600 metri sul livello del mare, hanno forti pendenze, i terreni argillosi e calcarei di origine vulcanica sono difficili da lavorare, il clima fresco e le varietà tardive fanno sì che la vendemmia non inizi mai prima di ottobre e spesso si protragga fino alla metà di novembre.

Condizioni molto particolari che si raccontano attraverso vini inimitabili, che in molti casi hanno bisogno di tempo, attenzione e pazienza per esprimersi in tutta la loro complessità, sottolineando in modo evidente i diversi caratteri di annate, stili produttivi, sottozone, singoli vigneti. Per acidità, mineralità e longevità sono vini che presentano molte similitudini con altri del nord più che con quelli prodotti in zone vicine, e che allo stesso tempo si dimostrano insostituibili a tavola, in abbinamento con la povera ricca cucina del territorio. Caratteri immediatamente constatabili quando si abbandonano le tradizionali rotte turistiche della regione per addentrarsi in luoghi impervi, dove la vigna sembra quasi nascondersi tra le montagne e dove tutto ha il sapore duro della terra, della roccia, dell’isolamento, quasi a rinnegare un’origine che invece ha avuto inizio da mari lontani.

Il castello

Le varietà e le denominazioni irpine

E’ una sorta di piramide rovesciata quella che sintetizza i numeri del vino di qualità in provincia di Avellino. Escludendo i vini da tavola, l’85 % della superficie iscritta si colloca all’interno delle tre Docg (denominazione di origine controllata e garantita), il livello più alto previsto dalla normativa italiana, riconosciute per il rosso Taurasi (prodotto con uve aglianico) e per i due bianchi Fiano di Avellino (da varietà fiano) e Greco di Tufo (da uve greco).

Solo il 3% appartiene all’IGT Campania (Indicazione Geografica Tipica). Il restante 12% abbraccia la DOC Irpinia (Denominazione di origine controllata), formalizzata nel 2005 come denominazione di ricaduta e ombrello per le numerose tipologie non tutelate dalle docg, producibili su tutto il territorio provinciale.

L’Irpinia Doc si articola su 19 tipologie: Rosso, Bianco, Rosato, Novello, Coda di Volpe, Falanghina (Bianco e Spumante), Fiano (Bianco, Spumante e Passito), Greco (Bianco, Spumante e Passito), Piedirosso, Aglianico (Rosso, Passito e Liquoroso), Sciascinoso e Campi Taurasini. Cerchiamo di capire qualcosa di più con l’assaggio di cinque etichette rappresentative di una macro-denominazione ancora tutta da esplorare.

Accanto al fiano e al greco, le principali varietà bianche coltivate in Irpinia sono la coda di volpe e la falanghina; per quanto riguarda i rossi l’aglianico è largamente dominante, affiancato soprattutto da piedirosso, sciascinoso, sangiovese, barbera, montepulciano mentre è per molti versi marginale la presenza di varietà alloctone come merlot e cabernet sauvignon, che rappresentano meno dell’1% della base ampelografica provinciale.

Altri campioni

TAURASI DOCG (ROSSO)

Il disciplinare del Taurasi individua un’area piuttosto ampia ed estesa che ricade principalmente nella Valle del Calore e abbraccia diciassette comuni, tra cui il paese di tremila abitanti che dà il nome alla denominazione. Unica Docg di tutto il centro-sud fino al 2003, il Taurasi deve essere prodotto con almeno l’85% di uve aglianico; per la restante parte possono concorrere altre varietà raccomandate o autorizzate in provincia, quasi sempre piedirosso, sciascinoso, sangiovese, mantonico. Prima della commercializzazione è necessaria una maturazione di tre anni (quattro per la Riserva), di cui almeno uno in botti di legno (18 mesi per la Riserva).

Uno dei primi a fiorire e tra gli ultimi ad essere raccolto (tra ottobre e novembre), l’aglianico è un vitigno vigoroso e allo stesso tempo delicato, soprattutto a causa della sua buccia sottile, estremamente sensibile al marciume e a diverse malattie della vite. Il suo problema storico, se così si può dire, è quello di ottenere una completa maturazione polifenolica, difficoltà che può essere messa in relazione con il clima non sempre favorevole della provincia di Avellino, ma anche con una viticoltura non ancora completamente specializzata.

Come spesso accade, il disciplinare dice poco di un vino con una forte identità varietale e territoriale e che sempre di più richiede di essere declinato al plurale, prendendo atto delle numerose variabili zonali, agronomiche, enologico-stilistiche. Risalendo il fiume Calore, si incontrano vigneti che si collocano attorno ai 300 metri per arrivare a siti che nella zona più alta, a ridosso dei monti Picentini, sfiorano e talvolta superano i 600 metri: da Venticano a Montemarano possono esserci diverse settimane di differenza nella maturazione e i vini che ne derivano non possono che manifestare temperamenti differenti. Senza trascurare la grande variabilità dei suoli: tutta l’area è accomunata da una base argilloso-calcarea che si combina ad elementi di origine vulcanica (tufi, pomici, lapilli, ceneri), arenarie, scisti, disegnando giaciture molto diverse anche in spazi ravvicinati. La superficie iscritta alla Docg conta poco più di 1000 ettari, al momento sfruttati solo parzialmente: le bottiglie annue di Taurasi oscillano fra 1.500.000 e due milioni, mentre la restante parte confluisce nelle Doc Irpinia Campi Taurasini e Irpinia Aglianico.

Il Taurasi è unanimemente riconosciuto come uno dei grandi vini italiani da invecchiamento. Merito della sua dotazione strutturale, acida e tannica , che rende l’aglianico un vitigno spesso ostico e scontroso da giovane, ma capace di evoluzioni straordinarie per forza, complessità e armonia.

FIANO DI AVELLINO DOCG (BIANCO)

Il Fiano di Avellino, vitigno presumibilmente di origine italica, è considerato una delle più complete varietà autoctone italiane, uno dei grandi bianchi autoctoni capaci non solo di reggere all’invecchiamento ma addirittura di offrire il meglio di sé dopo un adeguato periodo di maturazione. E’ un vino, infatti, che riesce ad esprimere equilibrio ed eleganza fin da giovane, ma che il tempo arricchisce di profondità e complessità, consentendogli nelle migliori riuscite di confrontarsi con i migliori bianchi del mondo.

E’ l’area più ampia tra le denominazioni irpine: comprende infatti 26 comuni ubicati tra la Valle del Calore, la Valle del Sabato, le falde del Monte Partenio e le colline che guardano al Vallo di Lauro. Le altitudini oscillano dai circa 300 agli oltre 650 metri sul livello del mare, la stessa variabilità si ritrova nei terreni, di base argilloso-calcarea con elementi vulcanici, più sciolti in alcune zone, più tenaci e compatte in altre, addirittura su roccia viva in altri siti ancora.
La superficie iscritta alla Docg conta poco più di 500 ettari, per una produzione di circa tremilioni di bottiglie nell’annata 2009.

In un’annata “normale” si vendemmia tra la fine di settembre e la prima decade di ottobre, ma ci sono delle zone dove tradizionalmente il fiano viene raccolto a fine ottobre. La stragrande maggioranza dei vini proposti sul mercato vengono fermentati e affinati esclusivamente in acciaio, spesso dopo una maturazione di qualche mese sulle fecce fini. Gli aromi tostati e affumicati tipici dei migliori Fiano di Avellino, dunque, sono un’espressione molto riconoscibile del varietale e del terroir, ancora più evidente con l’evoluzione. Ph basso e acidità sostenute, infatti, lo rendono un bianco estremamente adatto all’invecchiamento: nel corso degli anni arretrano i tratti più “dolci” ed aromatici di fiori, erbe ed agrumi, ed emergono più chiaramente i timbri minerali più complessi di iodio, fumé e idrocarburi, ispirando talvolta associazioni del tutto naturali con vini solo apparentemente lontani come gli Chablis, i Riesling, certi Chenin Blanc della Loira.

GRECO DI TUFO DOCG (BIANCO)

Il Greco fu introdotto in Campania, e precisamente nell’area vesuviana, probabilmente dai Pelasgi, un popolo originario della Tessaglia. Solo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 iniziò ad essere coltivato nelle zone interne, trovando il proprio territorio di elezione nella Valle del Sabato irpina, una piccola area piuttosto omogenea che comprende Tufo e altri sette comuni, tra i 300 e i 700 metri di altitudine, caratterizzata da terreni di origine vulcanica, fortemente argillosi e calcarei, ricchissimi di minerali, in particolare lo zolfo che veniva estratto e lavorato presso le miniere Di Marzo fino all’inizio degli anni ’80.

E’ proprio la mineralità sulfurea, insieme all’acidità, il tratto più caratterizzante del Greco di Tufo, varietà relativamente povera di aromi primari, a differenza del fiano: nelle migliori espressioni si manifestano fin da subito sensazioni di pietra focaia, spesso accompagnati da note terrose e viscerali, di malto, frutto rosso, mentre con l’invecchiamento emergono soprattutto le note di miele, pesca, albicocca, frutta secca.

Da un punto di vista gustativo l’aspetto che colpisce maggiormente è la ricca struttura (tant’è che i viticoltori parlano del greco come un “rosso travestito da bianco”) e l’elevata acidità, che lo rende compagno ideale della cucina di costa come dei piatti più terragni della tradizione irpina. Gli abbinamenti classici del Greco di Tufo, infatti, sono le ricette contadine della Valle del Sabato: la minestra maritata, il baccalà con patate e peperoni, l’agnello con i piselli e le uova dei giorni di festa.
Come per il Fiano di Avellino, praticamente tutti i Greco di Tufo vengono vinificati e affinati esclusivamente in acciaio, dimostrando una buona propensione all’invecchiamento. La superficie iscritta alla Docg conta poco più di 800 ettari, per una produzione di circa cinque milioni di bottiglie nell’annata 2009.

IRPINIA CODA DI VOLPE DOC (BIANCO)

Tra i vitigni cosiddetti “minori”, la varietà a bacca bianca più presente in Irpinia è senza dubbio la coda di volpe. Il suo nome deriva dal latino Cauda Vulpium, probabilmente per la forma del grappolo che può ricordare la coda della volpe, ed è diffusa praticamente in tutta la Campania. In provincia di Avellino, la coda di volpe è stata impiegata per molto tempo come uva essenzialmente da taglio: non avendo grosse difficoltà a completare la maturazione e non essendo particolarmente dotata sul fronte acido, veniva in soccorso dei produttori di fiano e, soprattutto, di greco per “ammorbidirli” naturalmente nelle vendemmie più complicate.

Giallo intenso, a volte con netti riflessi dorati fin da giovane, è riconoscibile per gli aromi di pera matura, spesso corredati da tocchi delicatamente vegetali, di frutta secca, di cereali, ma soprattutto per il corpo agile e asciutto, sostenuto da buone gradazioni alcoliche e da una moderata verve acida e salina. Nelle zone e nelle annate “giuste”, può reggere senza problemi un’evoluzione di 3-4 anni, talvolta anche di più, ma è una tipologia che può essere apprezzata con soddisfazione fin dai primi mesi di imbottigliamento. Sono circa 35 gli ettari dedicati, per un totale di 170.000 bottiglie.

IRPINIA FALANGHINA DOC (BIANCO)

La falanghina è il vitigno a bacca bianca più presente in Campania. I suoi territori di riferimento sono i Campi Flegrei (in provincia di Napoli, sulla fascia costiera) e la provincia di Benevento, dal Taburno a Guardia Sanframondi, passando per Sant’Agata dei Goti e Solopaca. Gli esperimenti portati avanti in questi ultimi anni dimostrano che questa varietà riesce ad acclimatarsi molto bene anche in Irpinia, acquisendo in questo caso mineralità, struttura e piacevolezza.

Da un punto di vista aromatico, è caratterizzata da delicate sensazioni floreali ed erbacee, al gusto rivela un corpo sottile e gradevolmente acidulo.

IRPINIA CAMPI TAURASINI DOC (ROSSO)

L’Irpinia Campi Taurasini Doc, da uve aglianico, si configura nelle intenzioni del legislatore come il diretto livello di ricaduta del Taurasi Docg. Le due aree sono infatti coincidenti, con l’aggiunta dei comuni di Gesualdo, Villamaina, Torella dei Lombardi, Grottaminarda, Melito Irpino, Nusco e Chiusano San Domenico. Un “piccolo Taurasi”, che può essere commercializzato a partire dal primo settembre dell’anno successivo alla vendemmia, ma che viene in genere proposto dalle aziende irpine dopo affinamenti più lunghi.

IRPINIA AGLIANICO DOC (ROSSO)

L’Irpinia Aglianico Doc il duplice compito di accogliere eventuali vini non considerati dai trasformatori all’altezza del Taurasi Docg o dell’Irpinia Campi Taurasini Doc e di certificare quelli prodotti sul territorio provinciale al di fuori dei 17 comuni dell’areale. Vi convivono, di conseguenza, rossi relativamente semplici e dal prezzo contenuto insieme ad etichette decisamente più ambiziose per struttura e potenziale di invecchiamento.

VENDEMMIA 2008 – ASPETTI SANITARI, AGRONOMICI ED ANALITICI

A cura di Gennaro Reale e Michele D’Argenio

L’inverno piuttosto mite e la primavera abbastanza calda, da un lato hanno portato ad un sostanziale anticipo del germogliamento e, dall’altro hanno permesso di intervenire prontamente ed efficacemente nelle operazioni di lavorazione dei suoli e nella migliore gestione delle potature.

Tra il germogliamento e la fioritura l’andamento stagionale è stato molto favorevole ed ha permesso un preciso e puntuale intervento con  i trattamenti anticrittogamici.

In piena fioritura, nei primi quindici giorni di giugno, sono arrivate le piogge che, facendo abbassare in alcuni casi anche notevolmente le temperature hanno riportato alla normalità il ciclo vegetativo, recuperando l’anticipo che si era manifestato all’inizio. Questo rallentamente non ha inciso in alcun modo sull’allegagione, che si è completata in maniera omogenea e con un bilancio più che positivo.

I mesi di luglio ed agosto sono stati caldi e secchi, ma mai torridi, consentendo alle piante di giungere all’invaiatura in modo regolare ed in buono stato sanitario. Di poco rilievo anche i fenomeni di stress idrico, limitati solo ad alcune zone ed a vigneti più giovani: fondamentale in questo caso il corretto riposo vegetativo della pianta dovuto alle notevoli escursioni termiche tra giorno e notte (mediamente 18 gradi).

Dalla fine di agosto e per tutto il periodo pre-vendemmiale di settembre ed ottobre le bellissime giornate e le notevoli escursioni termiche hanno permesso un’ottimale completamento della maturazione, sia dal punto di vista aromatico che fenolico.

Una giusta pioggia ad inizio ottobre inoltre, ha probabilmente dato quell’allungo in più ed una distensione fisiologica alle piante che ha influito molto positivamente sugli ultimi giorni di maturazione, soprattutto sul fronte della maturità fenolica.

I tempi di vendemmia alla fine sono stati quelli classici della denominazione, cioè tra metà ottobre e metà novembre a secondo delle zone.

Riassumendo:

Dal punto di vista fitoiatrico non ci sono stati grossi problemi in quanto la stagione è andata via abbastanza asciutta ed è stato possibile intervenire prontamente con i trattamenti.

Le uve sono giunte in cantina nella maggior parte dei casi perfettamente sane e a completa maturità fenolica.
Dal punto di vista della fisiologia delle piante e della maturazione delle uve, ciò che ha distinto l’annata 2008 è stata proprio un puntuale intervento delle piogge, esse sono arrivate nei momenti giusti e questo ha permesso alla pianta di lavorare in una situazione perfetta di deficit idrico controllato. Inoltre le forti escursioni termiche (mediamente tra 15 e 20 °C) nell’ultimo mese prima della vendemmia hanno contribuito in maniera determinante sulla sintesi degli aromi varietali.

Aspetti analitici ed  enologici

Molto buone le gradazioni zuccherine dei mosti e quindi alcol svolti su valori medi di 14 gradi, molto spiccate le acidità (con valori sempre sopra i 6,5 g/l dopo la FML) nonostante una presenza molto contenuta di acido malico (nell’ordine di 1,5 gr/l).

Molto basse le acidità volatili (0,20/0,25 dopo la FML) a testimonianza di uve perfettamente sane, e con una composizione biologica completa (i mosti presentavano tutti gli elementi necessari ad una corretta e completa alimentazione dei lieviti), favorendo molto anche le fermentazioni spontenee. Questi valori di acidità volatile, sono stati considerati tra i più bassi di sempre in Irpinia.

Ottima la maturità fenolica e soprattutto la maturità dei tannini.

Quest’ultimo aspetto ha permesso in cantina una buona gestione delle macerazioni (di allungarle fino anche a 20/25 giorni), grazie anche alla presenza di vinaccioli ben lignificati e maturi.

Opinione comune è stata che i vini già alla svinatura presentavano un tannino completamente risolto e vellutato ed un’ottima pulizia olfattiva.

Clicca quiper scaricare  il PDF sulla caratterizzazione dei suoli nell’areale Docg del Taurasi e il file excel con i vini in degustazione.

2 commenti

  • gaspare

    (28 gennaio 2012 - 13:56)

    grazie!

  • gaspare

    (28 gennaio 2012 - 14:05)

    finalmente! non sembra vero

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