Terra di Lavoro 2006 Roccamonfina igt

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FONTANA GALARDI

Uva: aglianico, piedirosso
Fascia di prezzo da 20 a 30 euro
Fermentazione e maturazione: legno

Ho scoperto personalmente Galardi poco più di una decina di anni fa, ne avevo sentito parlare durante una bella serata di degustazione presso l’enoteca La Botte di Casagiove, dove, aspirante sommelier mi ero recato con alcuni amici di bevute. Poco dopo, incuriosito e convinto che ne valesse la pena organizzai con gli stessi amici una giornata fuoriporta a Roccamonfina, ufficialmente per raccogliere castagne e mangiare il casatiello di mia suocera ma in realtà avevo già fissato un appuntamento con la signora Maria Luisa Murena con la speranza di fare un giro in cantina a San Carlo di Sessa Aurunca alla scoperta di questo nuovo gioiello di cui si parlava un gran bene e si diceva lanciata alla conquista di un posto al sole nella enologia campana. L’azienda era un cantiere aperto, si stava lavorando alacremente alla nuova piccola area di vinificazione dove c’erano già i primi macchinari tecnologicamente avanzati consigliati da Cotarella per salvaguardare la grande qualità della materia prima raccolta in vigna; Ascoltare il racconto del progetto Galardi da Maria Luisa e poi le parole di Arturo Celentano che ci raggiunse più tardi giù nella barriccaia (scarna ma molto suggestiva) bastò a darmi la sensazione che di questo vino se ne sarebbe parlato a lungo e difficilmente con sufficienza: e così è stato.
Da allora sono passati diversi anni, tutti i Novanta dei “vini bianchi burrosi e vanigliati” e dei rossi “merlotizzati e cabernetizzati”, sta passando lentamente anche questo primo decennio del duemila che tra le tante ha visto passarci tra le mani vini di molti produttori improvvisati e di tanti affaristi sprovveduti che speravano in un’onda lunga infinita e che invece si sono ritrovati svuotati e decisamente “alla canna”: ecco, queste sono alcune deficienze di cui per fortuna non avremo certamente rimpianti. Ci rimangono però diverse certezze, soprattutto in Campania, seppur qualcuno ancora fatichi a comprenderlo, una delle quali è che il futuro del nostro vino è racchiuso in due aggettivi semplici e complementari, a volte talmente naturali da apparire banali, eppure mai scontati: autenticità ed originalità. Una originalità – sia chiaro – non dettata da chiusure antiche e vetuste ma bensì dall’intuito e dal pensiero moderno che si deve avere oggi della “tradizione”, ed una autenticità che solo chi ama la terra ed i suoi frutti sa esprimere a livelli altissimi; Elementi questi, capaci di collocare sullo stesso piano l’austero Taurasi di Lonardo ed il moderno (concettualmente) Montevetrano di Silvia Imparato, il geniale Marsiliano di Luigi Di Meo piuttosto che i misconosciuti, eccellenti Lacrima Christi bianco e rosso di Villa Dora alla stessa stregua dello straordinario Terra di Lavoro di Galardi: un piano dichiaratamente emozionale, evidentemente originale ed ad ogni sorso inesorabilmente autentico, unico ed irripetibile che caratterizza e dovrà caratterizzare sempre di più il vino made in Campania; Sono questi valori che negli ultimi anni si fa fatica a riconoscere in molti vini italiani, spesso straziati ed oscurati dalla maniacale ricerca dell’ovvio dell’ultimo ventennio, tanto da costringere alcuni produttori, in qualche caso, intere denominazioni a ripensare il proprio percorso (vedi dietrofront stilistico dell’Amarone) e rivedere la propria storia (leggi caos Brunello) pedissequamente impegnati ogni anno anche nelle vendemmie più favorevoli a mancare di slanci emozionali autorevoli, puri e duri al solo scopo di asservire il mercato. Ecco, il Terra di Lavoro non è mai stato fine a se stesso, non ha mai ricalcato i suoi precedenti preconcettualmente, non ha mai eseguito il compitino rappresentativo di un ego rivolto esclusivamente a conquistare il mercato, ha semplicemente espresso un terroir, che ha praticamente inventato e sempre più valorizzato, un po’ come Silvia Imparato a San Cipriano Picentino.
L’annata 2006 è stata definita da qualcuno minore, eppure è venuto fuori comunque un piccolo capolavoro di equilibrio e godibilità tra aglianico e piedirosso che nulla ha da invidiare ai precedenti millesimi, tra i quali non posso non citare il 2004 che proprio in un recente riassaggio mi ha davvero emozionato. Il colore è di un rosso rubino integro e poco trasparente, mediamente consistente. Il primo naso è caratterizzato da sentori floreali secchi e fruttati in confettura, si distinguono nitidamente in evoluzione sentori rosa passita e di fragola, amarena, poi mora e mirtillo sino a note di pepe nero e liquirizia. In bocca è secco, abbastanza caldo e di buon corpo, ha ancora un tannino un tantino pronunciato ma per niente invadente, tanto da conferirgli una buona e scorrevole beva; Insomma il Terra di Lavoro 2006 è un vino dall’anima draconiana che lascia poco spazio all’ovvietà ed apre molte aspettative nel tempo che verrà. Utile stappare la bottiglia qualche tempo prima di servirla, in calici mediamente ampi e ad una temperatura intorno ai 18 gradi. Abbinamenti? Con i vostri piatti del cuore, possibilmente con gli amici veri.

Questa scheda è di Angelo Di Costanzo

Sede a Sessa Aurunca, strada provinciale Sessa Mignano, località Vallemarina. Frazione San Carlo
Tel. 0823.925003. Fax 081. 5753270
Sito: http://www.terradilavoro.it
Enologo: Riccardo Cotarella
Bottiglie prodotte: 15.000
Ettari: 10 di proprietà
Vitigni: aglianico, piedirosso