Terre del Principe svolta, ritorno al passato per Manuela Piancastelli e Peppe Mancini

31/10/2016 4.6 MILA
Manuela Piancastelli e Peppe Mancini nel 2004
Manuela Piancastelli e Peppe Mancini nel 2004

Peppe Mancini era un avvocato con la passione del vino. Manuela era una giornalista, precisamente capo della redazione di Caserta del Mattino, con la passione del vino. Era il 1998 o giù di lì, dal loro incontro nacque, con l’apporto decisivo in cantina di Luigi Moio, l’ultima grande sfornata di vitigni autoctoni della già ricca Campania: Pallagrello nero, Pallagrello Bianco e Casavecchia.
Una passione travolgente, così profonda da far appendere la toga al chiodo all’avvocato e mettere la penna nell’astuccio alla giornalista.

Nella prima fase, diciamo dal 1998 al 2002, la coda dell’onda lunga della rivoluzione vitivinicola italiana e campana, esplose l’azienda Vestini Campagnano a Caiazzo, con il Tre bicchieri al Casavecchia, quando questo riconoscimento riempiva il fax (ricordate questo strumento?) di ordini e svacantiva la cantina.

Poi la rottura societaria, la nascita della nuova azienda nel 2003, Terre del Principe appunto. E la diffusione di etichette che hanno fatto la storia: Le Serole, Fontanavigna, Castello delle Femmine, Ambruco, Centomoggia, Piancastelli. Ancora riconoscimenti, e una crescita progressiva sino a 60mila bottiglie circa.

Adesso il ritorno al passato, alla passione, per pensare meglio al futuro. Inutile stare in mezzo al guado, meglio concentrarsi sulla grande qualità dei vini al top. Allora niente più Castello delle Femmine e Fontanavigna: in batteria solo Piancastelli, Ambruco, Centomoggia e Le Serole, per un totale di circa 15mila bottiglie di alta fattura, addio cantina da 800 metri quadri e ritorno in quella del ‘600 nel cuore di Castel Campagnano. Via anche il vigneto in eccesso e mettersi in condizioni di avere più uva di quel che serve per scegliere il meglio.

Un resettaggio necessario per fare il mestiere da cui si era partiti: il vigneron che controlla e gestisce tutto il processo produttivo, dall’agricoltura biologica e biodinamica ai lavori in cantina.

L’Italia, e la Campania in particolare, hanno bisogno di verità, di produttori impegnati nell’alta sartoria vitivinicola e non di piccole aziende che giocano a fare i grandi con tante etichette.
Fare agricoltura artigianale, la pulsione da cui si era partiti, per fare piccoli grandi vini che si ricordino negli anni.
Del resto una decisione del genere è stata annunciata sei mesi fa dalla cantina lucana Carbone.

In generale, c’è bisogno di ragionare sull’alta qualità di tutto quello che si fa nel corso della giornata.
Sono sicuro, allora che Terre del Principe avrà ancora tante cose belle da farci bere.