Home Restaurant concorrenza sleale? Multa da 6000 euro a Torino

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Home restaurant e soacial eating
Home restaurant e soacial eating

Home restaurant  è concorrenza sleale ai ristoranti? Chissà, fatto sta che a Torino è successo questo

Si legge su Repubblica. “Prima multa per le attività di social eating e home restaurant, un fenomeno in crescita in Italia e ormai avviato all’estero, in cui un privato organizza cene in casa per cui è richiesta una prenotazione sul sito e il regolare pagamento al termine del pasto. I carabinieri dei Nas di Torino, su richiesta del ministero della salute, interessato a raccogliere dati sulle attività presenti in Italia, negli ultimi mesi hanno fatto alcuni controlli. Il risultato è stata una multa al “Porta Susa home restaurant” di corso Inghilterra, una sanzione di seimila euro. Non perchè qualcuno fosse stato male, a dire la verità, ma per l’assenza della documentazione richiesta: la dichiarazione sanitaria di inizio attività per il locale cucina e per la somministrazione al pubblico di alimenti e bevande da inviare al Comune e il manuale di autocontrollo Haccp, garanzia di qualità degli alimenti”.

Non siamo all’anno zero perché ci sono alcuni limiti fissati per legge (massimo 5000 euro di incasso annuo e rispetto delle norme), però resta il fatto che si tratta di un nuovo colpo al ristorante tradizionale.

Una multa era già stata data a Pescara perché mancava ogni autorizzazione.
Nelle grandi città il fenomeno è in crescita.
Ora serve una guida, prima che arrivi prima Tripadvisor:-)

E voi cosa ne pensate?

Un commento

  • Giulia Cannada Bartoli

    (15 ottobre 2015 - 18:16)

    Ho studiato da parecchi mesi questo fenomeno: vi racconto le origini e vi dico la mia su quello che succede a Napoli.

    Come sempre al Sud le mode arrivano in ritardo, il social eating è partito grazie alla food and travel blogger Kerstin Rodgers alias Ms. MarmiteLover (www.msmarmitelover.com che ha lanciato in Inghilterra il movimento dei ristoranti ” underground o social” nel 2009. il suo sito “find a supper club” è il “centralino” di smistamento per la maggior parte degli home restaurants di Londra e di tutto il paese, dove i titolari possono postare, appuntamenti, menù, etc. Kerstin , che nasce come giornalista e fotografa, pubblica sul blog sue personali ricette, ha ricevuto decine di riconoscimenti come blogger, scrittrice e spesso compare in tv nelle trasmissioni specializzate in U.K.. L’origine del fenomeno “home restaurant” è davvero social e si è estesa in Europa funzionando secondo il modello della Rodgers, ovvero un club ( The Secret Garden Club) privato che fornisce un servizio sia di cucina che di corsi, le bevande seguono la regola del BYO ( bring your own wine, gli ospiti portano ciascuno il proprio vino). Il club non da’ informazioni in anticipo sul menu, non pubblica foto della sede di turno, e soprattutto tiene a ribadire che non si tratta di cene meno costose rispetto ai normali ristoranti.
    La legge in Italia dice “Quella degli home restaurant è un’attività finalizzata all’erogazione del servizio di ristorazione esercitato da persone fisiche all’interno delle proprie strutture abitative. Al momento non esiste una normativa che disciplini lo svolgimento dell’attività. Anche dal punto di vista fiscale, può essere equiparata a un’attività saltuaria d’impresa e il reddito derivante viene calcolato sottraendo dal totale delle ricevute emesse la somma delle spese documentate. Ovviamente, l’homer (ovvero, l’esercente) deve rilasciare ai clienti una ricevuta e documentare le spese sostenute per la preparazione della cena. Come a tutte le attività occasionali, si applica il limite annuale dei 5mila euro. Nel caso, invece, si dovesse superare tale soglia, e quindi da saltuaria diventasse attività abituale, è necessario aprire la partita Iva e iscriversi all’Inps, gestione commercio.”

    Tuttavia, un parere recente del Ministero per lo Sviluppo Economico frena gli entusiasmi e assimila tale attività ai servizi di ristorazione, sia dal punto di vista sanitario che fiscale ( qui il decreto http://www.sviluppoeconomico.gov.it/attachments/article/2032700/50481sommalibev.pdf ).

    Certo si tratta di un parere, ma ormai diverse amministrazioni stanno varando ordinanze per estendere ai cuochi a domicilio le stesse regole degli esercizi commerciali e multare così gli homer sulla base della legge che disciplina la somministrazione di alimenti e bevande. E per combattere anche il pericolo di evasione fiscale. Il parere del Mise ha raccolto, ovviamente, il favore dei pubblici esercizi che non vedono di buon occhio la nuova possibile concorrenza, per giunta senza regole.La risoluzione del ministero secondo la Fipe, ripristina, senza spazio per dubbi e interpretazioni, le regole per una competizione leale e corretta: a parità di attività ci vuole parità di regole, di tributi e di obblighi. Non è, infatti, ammissibile, prima di tutto per garanzia e sicurezza dei cittadini, che ci possano essere modalità diverse di fare ristorazione: da un lato quelle soggette a norme e prescrizioni sempre più rigorose a tutela della qualità e della salute; dall’altro quelle senza vincoli, senza controlli, senza tasse, senza sicurezze igieniche. Ben vengano
    nuove idee e nuovi approcci, purché siano sostenuti da un corretto spirito imprenditoriale, da trasparenza e da lealtà verso i consumatori e verso lo Stato. Il fenomeno sta assumendo dimensioni notevoli e di livello medio alto, soprattutto in centro – nord Italia.
    Le esperienze urbane con le quali sono venuta in contatto nascono da una doppia matrice: fare business per arrotondare le entrate senza troppi vincoli, oppure le signore appartenenti a certi circuiti della Napoli “bene” ne hanno fatto una nuova moda da sostituire ai tavoli di “burraco” con il brivido di ospitare sconosciuti a tavola, mettere in mostra il proprio savoir faire come padrone di casa in tema di ospitalità e mise en place all’ultima moda e, non ultimo, favorire gli incontri tra single. I prezzi non sono affatto economici, con menù spesso tradizionali, ma abbastanza banali. I vini sono inclusi nella quota e il più delle volte sono di medio basso livello, perchè mediamente è raro trovare “homers” che oltre a saper cucinare bene s’intendano anche di vini e abbinamenti. Insomma credo che in città ci sia una certa improvvisazione e che per questo motivo la ristorazione di qualità non abbia nulla da temere. Quanto all’idea di una Guida, credo che debba prima intervenire un completamento della normativa, come da parere del Mise, tesa a identificare chiaramente questi soggetti e poi chi dovrebbe recensirli, mi domando….Che stia per nascere la figura di un nuovo critico gastronomico:)?

    ” No offence meant, no offence taken” :)

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