Tre bicchieri in rosso e Patrimo superstar

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28 settembre 2002

Il Patrimo e il Serpico dei Feudi San Gregorio, il Casavecchia di Vestini Campagnano, il Macchia dei Goti di Caggiano, il Bue Apis della Cantina del Taburno e il Montevetrano: la Campania beve rosso. Sono questi, infatti, i tre bicchieri assegnati per la guida 2003 curata dagli assaggiatori di Slow Food e Gambero Rosso. Il merlot del Patrimo, ma anche l’aglianico del Serpico, del Taurasi, del Bue Apis e, questa la novità, il casavecchia caiatino. Come dire, vitigni autoctoni e internazionali, in Campania è possibile fare tutto al massimo livello. Il Montevetrano di Silvia Imparato, poi, consacrato per la settima volta (su otto uscite ufficiali) ne è buona sintesi essendo blend di cabernet, merlot e aglianico. La Campania intera, esclusa la provincia di Napoli, si ripresenta agli appassionati eguagliando il record dello scorso anno, i sei bicchieri e numerose nomination di cui avremo modo di riparlare. L’ennesima conferma di un momento felice e trendy, i risultati del lavoro avviato negli anni Novanta e che ha restituito l’immagine giusta alla nostra regione. Le new entry sono il Casavecchia, già strabiliante per Masnaghetti di cui abbiamo scritto sotto le piogge di agosto e finalmente Antonio Caggiano tenuto per troppo tempo alla porta, essendo i suoi Salae Domini e Taurasi assolutamente da tre bicchieri sin dal 1994. È poi interessante, cari amici di Bacco appassionati di statistiche, notare che le due scuole di pensiero nelle terre dei vulcani spenti riferite a Riccardo Cotarella e Luigi Moio stavolta pareggiano il conto dei vini anche se il professore casertano, figlio d’arte se così possiamo scrivere ricordando così big Michele e il suo strepitoso Falerno di cui abbiamo goduto giorni fa su un agnellone farcito, vince con le aziende: Vestini Campagnano, Cantina del Taburno e Caggiano. Ma non è finita. Slow Food e Gambero rosso hanno riservato una soddisfazione molto fruttata alla Campania, perché il Patrimo è proclamato come vino italiano dell’anno. Un risultato che lo consacra definitivamente tra le più grandi etichette nazionali a dispetto, aggiungiamo noi, qualche critica tanto formalistica quanto poco ricca di sostanza che ci ha confermato un adagio amaro: se lavori o vivi al di sotto del Garigliano devi valere almeno il doppio per essere considerato alla pari.