Truffe alimentari, il caso Campania secondo Slow Food

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Intervista sul Mattino al presidente regionale Nino Pascale

Pomodoro cinese nella terra del San Marzano, latte tedesco in quella della bufala, arance libanesi, nocciole turche, olio extravergine dalla Grecia. E poi le truffe, le certificazioni false, le inchieste. La Campania e tutte altre regione italiane sono alle prese con veri e propri paradossi logici ma capaci di incidere sul mercato e sull’ambiente. Come è possibile? Lo abbiamo chiesto al presidente di Slow Food Campania, Nino Pascale. «Siamo da anni in presenza di un fenomeno profondo nel quale i comportamenti fuorilegge sono una devianza ma non una contraddizione. Infatti l’obiettivo principale della filiera agroalimentare, soprattutto della industria di trasformazione, è quello di abbattere i costi di produzione per essere competitivi. Chiaro che in una logica in cui si perde spesso di vista la qualità le scorciatoie costituiscono una tentazione più facile da percorrere».
Purtroppo la situazione sempre peggiorare di anno in anno. Con quali conseguenze? «La prima, più evidente, è l’abbassamento del reddito delle campagne. Lo abbiamo visto ad esempio con l’uva da vino, arrivata a costi talmente bassi da non rendere più conveniente neanche la vendemmia».
Infatti per questi molti hanno poi deciso di trasformarsi in imbottigliatori. «Esatto. Se si vuole presentare sul mercato un cibo sempre meno costoso le conseguenze sono queste».
Questa è la tendenza, che sarà accentuata anche dalla fine degli aiuti comunitari. Ma con quali conseguenze? «Alcune molto gravi e le stiamo verificando: il cibo viaggia in tutto il mondo su distanze ormai non più sostenibili con gravi danni ambientali e contro ogni logica agricola e di sapore. Sembra di risparmiare ma complessivamente è la comunità del suo insieme a sostenere il peso di questo impatto con evidenti riflessi economici negativi».
Qual è l’alternativa? «Sicuramente la riscoperta del circuito dell’economia locale cambiando mentalità negli acquisti e al ristorante. Bisogna comprare cibo del territorio sostenendo in tal mondo l’agricoltura locale e abbassando i costi ambientali. Nei paesi nordici da tempo sono in piena attività i farmer markets e qualcosa di simile sta avvenendo anche da noi dopo la scomparsa nelle grandi città dei mercatini rionali».
L’obiezione a questa ricetta è: a volte proprio i cibi locali sono quelli che costano di più e la gente deve fare i conti con una difficile crisi economica sempre più pesante. «Non è sempre vero. Il problema è far entare nella testa di tutti noi la nuova disciplina degli acquisti, tornare a seguire la stagionalità dei prodotti, non pensare di ridurre all’infinito la spesa alimentare per poi dirottare i nostri soldi su altre merci sicuramente meno importanti. Non è strano che poniamo tanta attenzione a quello che ci mettiamo addosso ma quasi non pensiamo a quello che mettiamo dentro il nostro corpo?»
Un comportamento virtuale rende inutili le truffe? «Queste esisteranno sempre, ma può contribuire senz’altro a renderne inutili alcune molto dannose per la nostra salute e, soprattutto, a evitare l’abbandono dei terreni delle zone interne con gravi conseguenze. In realtà tutto quello che ci sembra di risparmiare lo paghiamo di più sotto forma collettiva quando ci sono disastri ambientali e poi di immagine come è accaduto con la diossina».