Turismo dell’olio in Italia

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di Diletta De Sio

Secondo l’Unaprol, il Consorzio dei produttori olivicoli italiani, sonoormai una ventina le strade dell’olio già presenti in tutto il Paese sulle quali le Regioni stanno lavorando per attrarre gli amanti della vacanza naturale, ma anche per fornire agli imprenditori un nuovo strumento di profitto e, al tempo stesso, di investimento. Il camping all’interno dei boschi di olivi è già una realtà in Campania, nel Cilento: peccato che non tutti i cilentani se ne siano accorti, sono pochi, rispetto al patrimonio presente, impegnati a sfruttare questa risorsa. Esistono poi realtà come la Puglia, in cui le strade dell’olio sono «il» percorso turistico per eccellenza: merito di un marketing migliore che ha veicolato un’immagine della Puglia nella quale mare, storia e olivo sono un’unica fotografia alla quale è legato un indotto che c’è ma non si vede, e cioè la ricchezza che ne ricavano le aziende, i frantoi, i ristoranti, gli agriturismo e gli alberghi di campagna così come i luoghi di vendita dell’olio extravergine di oliva. In Italia è un giro di affari vicino ai 20 milioni di euro con circa due milioni di presenze all’anno.
Azzardato parlare di turismo dell’olio? In parte sì, ma è anche vero che il trend è iniziato. Anche perché l’Italia possiede olivi millenari come l’olivone di Canneto in Sabina che ha più di tremila anni, gli olivi secolari della Puglia, i grandi boschi di oliveto della Piana di Gioia Tauro in Calabria, i terrazzamenti di olivi in Liguria, sulla costiera Amalfitana e nel Cilento. I percorsi potrebbero essere molti di più: la mappa delle dop tocca 37 zone di riferimento ed una Igp (un’altra decina di nuove Dop sono in corso di riconoscimento).
Un grande merito va riconosciuto alla ristorazione che in questi anni, ha contribuito non poco alla promozione dell’olio extravergine di oliva. Non a caso su questo rapporto ha lavorato la regione Campania in maniera serrata con il Premio Sirena d’oro, l’unico nazionale centrato esclusivamente sulle dop che ormai ha conquistato uno spazio consoldiato nel pur ricco parterre di premi.
L’ultimo rapporto dell’Unaprol su Dop e Igp ha evidenziato il cambio di passo rispetto ad un recente passato. Entrato a far parte della classifica degli alimenti più importanti per il consumatore medio, c’è chi è persino in grado di esprimere delle preferenze richiedendo nei ristoranti un tipo dolce, amaro, fruttato o piccante. Gli indici di consumo sono chiari: nel prossimo biennio supereremo il picco degli otto milioni di litri. Anche a casa gli italiani condiscono sempre più spesso con olio a dop e cucinano con l’extra convenzionale, preferito a quello di semi. Un mercato, quello delle denominazioni di origine protetta, pari ad un valore di centomilioni di euro.
In questo quadro si è collocata la necessità di offrire maggiore trasparenza rispetto all’origine obbligatoria dei prodotti agricoli. Dal 17 gennaio 2008 è entrato in vigore il decreto ministeriale che rende obbligatoria l’etichettatura di origine delle olive, un deterrente per scongiurare il pericolo di contraffazione e di abuso del made in Italy sia in Italia che all’estero.
«I controlli effettuati ed i risultati fin qui raggiunti, ci dicono che siamo sulla strada giusta. L’Europa – dice Massimo Gargano, presidente di Unaprol – deve prendere coscienza che dove c’è una regolamentazione che origina confusione, lì si sviluppano anche interessi criminosi a danno dei consumatori che vanno tutelati in merito all’origine degli alimenti. Serve una legislazione da parte dell’Europa che non consenta più zone d’ombra sul tema».

Il Mattino del 24 maggio 2008