Un bicchiere per due / Champagne Brut Essentiel, Grand Cru, Benoît Lahaye

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Ribensborg Kallbadhus

di Fabrizio Scarpato

Il cuore di Kripp

Era finito a camminare sulla spiaggia di Ribensborg sgranocchiando sfiziose chips di orecchie di maiale di Linderöd. Krippnick Scrackalbott stava cedendo alla nostalgia. Anzi, la nostalgia comportava una qualche elaborazione, implicava un punto di confronto, di fatto non poteva prescindere da uno sguardo rivolto al futuro: invece Kripp si limitava a ricordare, nella disperata illusione di poter riconquistare uno straccio di giovinezza. “E quando un cuoco si limita a ricordare, sappiate che è un cuoco morto”: era una frase che ripeteva spesso ai suoi interlocutori, anche se al momento pareva non potesse fregargliene di meno. Riparò in un pub di Västra Hamnen e spiluccò un carpaccio di avocado, con olio di mandorla e caviale Beluga: esitò a ordinare un bicchiere di Krug, e optò per un’intera bottiglia di Benoît Lahaye, forse per cambiare, forse perché Krug gli era venuto a noia, né più né meno di quanto Scrackalbott fosse venuto a noia persino a se stesso.

Champagne Bonoit Lahaye

Dal suo tavolo riusciva e vedere le onde del mare che si infrangevano placide sulla sabbia bianca, i riccioli candidi frustati dal vento: anche la spuma del suo Champagne era alta e bianca, e scompariva presto, lasciando bollicine molto fitte e diffuse che si rispecchiavano in un giallo un po’ spento, dai riflessi quasi ambrati. Pensò che se fosse tornato verso il tramonto avrebbe potuto ammirare una certa avvincente intonazione tra bicchiere e paesaggio. La dolcezza dell’avocado ben si appoggiava alla spinta del caviale e il vino timidamente li assecondava, con esili cenni di cedro e agrumi dolci, e sbuffi aciduli di fragole e bacche di bosco. Godersi la solitudine al sole con uno Champagne tra le dita non gli impedì di incontrare lo sguardo di una signora che evidentemente lo aveva riconosciuto e smaniava per chiedergli qualcosa sul piatto che aveva scelto.

“Perché mi fa scopare meglio” le rispose, in un inquietante rigurgito dell’orrendo Scrackalbott. Finirono a sbranarsi in una cabina del Kallbadhus, per fortuna abbastanza velocemente, non tanto per la scomodità, quanto perché il vecchio Kripp proprio non aveva cuore, ormai, per le belle signore, e Ingrid non l’avrebbe mai trattata in quel modo. E forse perché tra un morso e l’altro, tra una porcata e l’altra, gli era venuta in mente una ricetta per la quale sarebbe valsa la pena vivere, o morire. Finì di metterla a punto una volta ritornato al suo tavolo, complice la bottiglia di Benoît da finire: e si rincuorò della piena e questa volta immediata eleganza del sorso, la nota agrumata lunghissima e una sapidità tagliente, imprevedibile e imprevista, un cenno di carattere che a fatica aveva ritrovato anche in se stesso, grazie a quel finale vinoso, a certe note rosse, al cuore di pietra di quello Champagne. E sorrise, quasi che le cose si fossero accordate, quasi avesse intravisto un senso.

Prese un cuore di alce e lo divise in quattro parti che portò a cottura sottovuoto in ambiente sospeso a irradiazione uniforme. Nel frattempo acconciò una purea di patate islandesi e la trattò con una idrolisi di caffè selvatico della foresta di Harenna, mentre in un’altra boule approntò una mousse di barbabietole, rafano in polvere e mirtilli finlandesi. Poi grigliò il cuore, qualcosa meno di un attimo in un barbecue pluridirezionale a deduzione lambda, lasciandolo con un’esile crosticina esterna e cotto al punto all’interno delle pareti. Salò con spruzzi di sale di canna del fiume Nzoia, quindi riempì i ventricoli di purea al caffè e gli atri di mousse di barbabietola, sparse ovunque mirtilli e lamponi artici, e ricompose il tutto con connettivina e agar agar. Infine riportò in vita il nobile muscolo spennellandolo di rosso fuoco con una salsa di humeboshi stagionati un lustro tra le foglie di shiso, non prima di aver inserito, lungo i setti interatriale e interventricolare, due elettrodi, collegati attraverso fili invisibili a un minuscolo marchingegno elettronico telecomandato, che nascose tra il muschio, i licheni e i fiori di sassifraga del piatto di portata, sul quale avrebbe adagiato il suo Cuore di Alce Innamorato.

Kripp s’era procurato una cassa di Brut Essentiel firmato Lahaye. Adesso era felicemente stanco: si sedette sulla sua chaise longue in faggio e canapa intrecciata, pezzo unico del ’44, creato da Bruno Mathsson. Pernilla: era il nome di quella sedia, lo stesso di sua madre. Si versò un bicchiere di Champagne e bevve con assoluta immedesimazione, per via di quella sensazione di delicatezza sospesa, di stato nascente che quel vino gli trasmetteva, sentimento che in un secondo, attesissimo momento, si trasformava in una potenza progressiva, ammaliante, pimpante di agrumi, dura come diamante, incoercibile, proprio come l’amore.

Pernilla by Bruno Mathsson

Si sentiva stranamente euforico. Come dal nulla nel loft riecheggiarono le note di Bohemian Rhapsody. Kripp si alzò e prese a girare intorno alla poltrona, imitando il passo felpato di Freddie Mercury. E si mise a cantare, impostando un’inverosimile voce tenorile:

Mama mia, mama mia, mama mia let me go. Beelzebub has a devil put aside for me, for me…”.

E a quel punto scaricò una cascata di accordi su una chitarra immaginaria. Il cuore in tumulto batteva le ore che lo separavano dalla notte delle meraviglie. A tempo di rock.

Un commento

  • Mondelli Francesco

    (4 febbraio 2015 - 08:05)

    Ai miei tempi ne girava parecchia,ma oggi si trova ancora in giro un po’ di LSD?Stupefacente come le bolle elevino là fantasia.Purtroppo il limite di chi beve solo grandi vini fermi è che si resta comunque ancorati sempre a terra.Ad maiora.FM.

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