Un bicchiere per due / Privilège Rosé Dry, Varichon & Clerc

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Hopper. Office in a Small City

di Fabrizio Scarpato

Kripp e l’amore

L’aveva notata per via delle mani di carnagione chiara, le unghie laccate di rosso vermiglio. Krippnick Scrackalbott a malapena tollerava donne in cucina, una con le unghie laccate di rosso non l’avrebbe fatta nemmeno entrare, o quantomeno l’avrebbe costretta a mangiarsele davanti a tutti, le unghie intendo, magari inzuppando le dita in un’eterea maionese di uova di cobra Naja naja. Ma quella ragazza era lì con altre cento ad aspettare lui, il divo televisivo, il demiurgo che spargeva speranza, la Parca che tagliava il filo, che spezzava ogni sogno. E quando si trattava di lavorare in una cucina, anzi di spadellare in televisione, il vecchio bastardo non aveva pietà per nessuno, perché nessuno poteva avvicinarsi seppur minimamente al suo sapere, al suo talento, al suo carisma. A meno che non avesse mani candide e unghie laccate di rosso.

La grande finestra all’angolo del settimo Kubo del Turning Torso illuminava il loft di una luce rara da quelle parti. Era la casa di Malmö, e dall’alto vedeva tutto l’Öresund fino a Copenhagen. Volendo riusciva a distinguere il tetto del vecchio magazzino sul Nyhavn che ora era il suo ristorante di punta. Ma quella mattina non aveva voglia di aprire gli occhi: se ne stava lì inondato di luce, di tepore, in equilibrio stabile coi suoi pensieri. Non aveva paura della solitudine, anzi la cercava, per immaginare, per creare, per rimpiangere. La solitudine era una necessaria forma di vita. Lui in una stanza vuota e bianca poteva starci per ore, passeggiando lungo il perimetro, avanti e indietro, pensando. Altri pur di fare qualcosa, pur di scuotersi dal nulla, avrebbero sopportato anche piccole torture: per Krippnick Scrackalbott la tortura era fantasticare. Insomma non era sempre piacevole.

La verità era che non riusciva ad ammettere di essersi innamorato. Aveva paura, ma lo stato d’ansia che gliene derivava lo rendeva euforico. Seduto al centro della grande stanza, gli occhi chiusi di fronte al nulla, centellinava a se stesso ipotetici brandelli di bellezza, soffrendo nel non riuscire a cogliere l’essenza del tutto. Una sedia, un tavolo di legno, una piccola piantina di licheni gli facevano compagnia. C’era anche l’enorme parete climatizzata tappezzata di casse di Krug, per i momenti difficili, invero molto frequenti: ma oggi non era il caso, sul tavolo splendeva la bottiglia di Varichon & Clerc Rosé che gli aveva regalato Ingrid. Così si chiamava la ragazza dalle unghie laccate di rosso.

Varichon & Clerc, Privilège Rosé Dry

Maestro. Non riusciva a togliersi dalla testa quella parola. Ingrid aveva preparato uno smörrebröd con burro, aringa di Gudhjem e rapanelli Roodbol semplicemente commovente, non tanto per la pietanza in sé, che mai potrebbe indurre alle lacrime, anche perché forse mancava una punta di Ossietra da Acipenser Nudiventris, ma per come lo porse: “Prego, Maestro” arrossendo le guance color del latte. Kripp fece una faccia impossibile da concepire, come se, per assurdo, avesse dovuto far pubblicità a un sacchetto di patatine fritte: ecco, una faccia così. Perduta. Poi la ragazza tirò fuori dal frigo quella bottiglia, un metodo tradizionale savoiardo, che nel bicchiere faceva la sua porca figura, limpido, un ramato puro e duro, confortevole, dal perlage un po’ grossolano, pur tuttavia lieve e leggiadro. Il grande Scrackalbott ebbe però un rigurgito repentino, riemerse dalle viscere del disorientamento come un alieno antropofago e riuscì in extremis a salvare il vecchio Kripp dal rincoglionimento: rovesciò il bicchiere e urlò ingiurie con quanto fiato aveva in gola.

Ma adesso lì a quel tavolo, nella mattinata svedese, cullate dalle musiche di Edvard Grieg, le bollicine risplendevano in controluce. La paura accelerò il battito del cuore nell’avvertire il profumo di gerani, ribes e piccole fragoline di bosco, quasi temesse non potesse esserci spazio per un sentimento semplice e diretto, senza sovraccarichi leziosi, senza parannanze, senza il filtro fatuo delle televisioni. Era ormai tachicardico, ma riuscì ad apprezzare l’attacco amabile e morbido, sostenuto da un allungo fresco in un sorso teso e inopinatamente equilibrato, pieno, pimpante. Giovane. Fu a quel punto che lo colse il terrore di essere irreparabilmente vecchio: quella ragazza, quel vino lo avevano messo di fronte allo specchio. Spettacolo di se stesso, francamente inguardabile. Spense la musica, come per chiudere il sipario.

Non prima però del colpo di scena finale. Pensò di organizzare una cena coi ragazzi dello show. Un’ultima cena. Come rimbalzato in un’infanzia dimenticata a causa di quel vino rivelatore, decise che il dessert sarebbe stata la più straordinaria Västerbottenpaj mai realizzata: il Västerbottensost prodotto solo per lui nell’antica tinozza appartenuta a Ulrika Lindström, fiocchi di panna acida di Burträsk e marmellata agrodolce di camemori acerbi. La torta sarebbe stata benissimo col Varichon & Clerc, e se ne compiacque, ghignando. Il resto sarebbe venuto da solo.

Västerbottenpaj

Una nuvola passò davanti alla grande finestra quadrata occultando il pallido sole: Krippnick Scrackalbott non si accorse che una piccola goccia di sangue gli stava colando dal naso.

Un commento

  • Marco 50&50

    (13 gennaio 2015 - 17:55)

    Bel post.

    Mi svegliai tardi, dopo una festa nei boschi, “ma la Maila ?” chiedemmo al padrone di casa, “avrà dormito fuori” credo rispose, brividi d’estate a Stoccolma.

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