Un bicchiere per due / Vigneti delle Dolomiti, Rosso Fortificato Merlino 07/93, Pojer e Sandri

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Merlino nel bicchiere
Merlino nel bicchiere

di Fabrizio Scarpato

Stava incocciando il cuscus nella mafaradda quando ebbe un’esitazione. Non se l’aspettava più, e lì per lì nemmeno aveva saputo ben interpretare quella specie di tuffo al cuore che le era preso. Piuttosto si preoccupò di riprendere a lavorare la semola con le dita bagnate, mentre con un occhio controllava la sorella che stava pestando in un sacchetto i pistacchi di Raffadali, e con l’altro si sincerava che fossero pronti il cioccolato a scaglie, le mandorle e la zuccata, già tritata in piccoli pezzettini. Erano alla fase finale della preparazione del cuscus dolce: ancora venti minuti di cottura e poi si sarebbero divertite a mescolare tutti i colori della Sicilia.

Aggrapparsi alla sua terra le era sempre di grande conforto, e la pasticceria era il modo più straordinario di essere siciliana, la sua vera vocazione. Ma per quanti sforzi facesse, non riusciva a togliersi dalla testa quel goccio di vino dolce che aveva appena bevuto e che l’aveva così disorientata, costringendola a un tuffo nel passato che non avrebbe voluto fare. Non sapeva nemmeno come quella bottiglia fosse arrivata sin lì: forse un regalo alla madre, forse un ingrediente per qualche dolce. Non era nemmeno un vino siciliano. Appunto. Neppure lui lo era.

L’aveva colpita quella bella bottiglia, piccola, nera e sinuosa, su cui spiccavano due numeri, incisi all’interno di un quadrato in oro, che le ricordavano i capoversi dei messali, oppure certe iscrizioni nordiche, roba di elfi e folletti. Rise tra sé e sé a questa specie di impertinente accostamento, ma non esitò a versarsene un bicchierino, rimanendo ammirata da quel rosso profondo ed elettrico, dalla dolce lentezza degli archi che scendevano fitti, come pioggia sui vetri, come lacrime sul viso. Anche quella sera pioveva, anche quella sera avevano bevuto un vino dolce e rosso. Anche quella sera aveva pianto, tanto da giurare a se stessa che non lo avrebbe fatto mai più.

Merlino 07-93, Pojer e Sandri
Merlino 07-93, Pojer e Sandri

All’improvviso quel vino aveva fatto affiorare profumi che avrebbe dovuto dimenticare: e non era stata colpa della sua proverbiale sensibilità nel distinguere gli aromi, quanto perché quelli erano i profumi del suo amore, di una notte di tanto tempo prima, in cui si erano mescolate le note dolci dei frutti, forse amarena sciroppata, forse more o ciliegie, poi l’amaritudine del tamarindo, il profumo di fiori secchi e ancora la forza del balsamo silvestre e del mirto, infine l’odore di lui che sapeva di pepe e di spezie, di liquirizia e cannella: mangiarono dolci, bevvero vino rosso liquoroso, fecero l’amore nella cantina del baglio. Lei e il suo uomo, un giovane sottufficiale dei Carabinieri, bello e roccioso, come le montagne del nord in cui era nato. Ma fu per il censo che la famiglia le proibì di rivederlo: aveva gli occhi gonfi di lacrime quando scappò via dal mondo, nel cuore e nella mente un indimenticabile sapore di cioccolato e menta.

Ecco, il cuscus dolce era pronto, bastava lasciarlo raffreddare. Ormai era il vespro, non rimaneva che riordinare il laboratorio e preparare l’occorrente per il lavoro dell’indomani: conchiglie di pasta reale, biscotti ricci e amaretti di pistacchio. Le specialità del monastero. Mentre rassettava, suor Cristina canticchiava sottovoce e lei ebbe il tempo di bere un altro sorso di quel vino dal nome così magico: le piaceva quell’attacco vellutato, screziato da un velo di tannino, una sorta di carezza virile, sincera, fresca e calda, come il brandy di cui quel vino s’era avvantaggiato, sotto forma di liquore e di legni intrisi d’umore. Era un abbraccio d’amore, sempre più forte: l’amarena masticabile e la ciliegia sotto spirito, traevano beneficio da una nota salata, pietrosa, minerale che sembrava non finire mai, che richiedeva altri sorsi e altri abbracci. “Ancora” disse in un sibilo: afferrò furtiva un tocchetto di cioccolato e lo portò alla bocca, mordendosi le labbra. Arrossì. Il Signore, forse, l’avrebbe perdonata.

Cous cous dolce delle monache di S.Spirito (foto di Sigrid Verbert)
Cous cous dolce delle monache di S.Spirito (foto di Sigrid Verbert)

Rimase come stordita per tutta la sera. Dopo le preghiere di compieta si ritirò e con fatica riuscì ad addormentarsi, avvinghiata al suo cuscino. Nell’aria una nuvola di tabacco e frutti rossi maturi.

 

Crediti

I dolci citati sono quelli, famosi, delle monache cistercensi del Convento di S. Spirito, ad Agrigento

Un commento

  • Marco 50e50

    (26 giugno 2015 - 14:13)

    Profano significa, anche, non iniziato ai misteri della poesia, questo post è esattamente in equilibrio tra sacro e profano ;-)

    OT : ho detto a gdf di lasciare due spazi vuoti in libreria…

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