Un pomeriggio dai Pentri

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di Vittorio Guerrazzi

Tutto sommato è semplice aprire il librone di turno e scegliere l’etichetta più grappolata o bicchierata o stellata o …. insomma ci siamo capiti: felici noi e felici saranno gli ospiti della nostra tavola. Tutt’altra storia invece è andare a cercare quella chicca di cui nessuno (o quasi) ha mai sentito parlare, metterlo in tavola e vedere le facce sbigottite degli amici che non credono alle loro papille e alle loro orecchie, sentendo quanto l’hai pagato: se poi gli racconti il pomeriggio che hai passato in compagnia di chi quel vino non solo lo produce, ma lo accompagna per mano con amorevole cura, allora i calici si riempiono di passione.
Non è comunque facile riuscire a trasmettere le sensazioni del pomeriggio trascorso con Dionisio e Lina, 20 anni spesi in vigna e da 5 che etichettano per conto proprio: il mio invito torna ad essere quello di muoversi dalle sedie e dagli schermi di pc per andare a cercare il vino sul campo… non c’è modo più ricco ed intenso di viverlo! I Pentri prendono il nome da una antica tribù sannita che popolava l’area in cui attualmente sorge l’azienda: la strada che percorrerete per arrivare a Castelvenere è costeggiata, a destra e a manca, da una distesa interminabile di vigneti che si adagiano sulle dolci pianure e colline locali… siamo nel comune più vitato della Campania. Arriviamo un po’ prima dell’orario concordato, proviamo a tenerci in disparte ma in pochi minuti compare Lia sull’uscio e ci invita ad entrare: si scusa dei panni di lavoro ma veniva da una potatura di uliveti… personalmente, preferisco di gran lunga così che in giacca e cravatta.
Dopo poco ci raggiunge Dionisio e si intavola la discussione; arrivano anche le prime bottiglie. Si parla, guarda caso, delle guide in cui non sono presenti, delle difficoltà che si incontrano a presentare un prodotto ad 1 anno dalla commercializzazione standardizzata, della scelta di optare per la IGT per essere liberi di autodisciplinarsi, di non usare i legni sui bianchi per produrre prodotti importanti (finalmente!), dei lieviti indigeni utilizzati (“compro ogni anno i lieviti selezionati” confessa Dionisio “perché non sai mai la natura che scherzo ti può fare, ma finisco per buttarli sistematicamente”).

Saltano via i primi tappi e Lia compare con del pane con i cicoli, salamini di produzione propria e taralli.
Iniziamo con Flora, la falanghina “d’annata”, la 2005: splendido da subito, ricco ed avvolgente al naso, forse appena un accenno di diluizione al palato, ma l’acidità, pur non assestandosi su livelli da guinnes, è assolutamente tagliente. Lungo ma non lunghissimo, si arricchisce di ricordi di polvere da sparo, minerali e a tratti quasi metalliche, tradendo il lungo lavoro fatto sui lieviti. Arrivano quindi la 2003 e anche la 2002 (da bottiglia già aperta): la prima ha un potere ammaliante straordinario e il naso mi conquista all’istante! Ampio, ricco, opulento già dopo una breve ossigenazione: tutte le note fruttate e minerali che abbiamo trovato nella 2005 sembrano qui aver raggiunto una nitidezza ancora maggiore, con contorni decisi e ben definiti, pur perfettamente tra loro integrati. La beva è qui lunghissima, grassa, sapida, ma la freschezza non ha ceduto di un millimetro, essendo solo meglio bilanciata dalla morbidezza. Attenzione! Qui non si chardonneggia neanche per sogno! Al bando ogni pastosità mascellare… qui c’è da bersi tutta la vigna senza stancarsi.

Stupefacente anche la 2002 che, pur avendo perso i vertici d’intensità della 2003 a causa della bottiglia già aperta, al palato non ha ceduto assolutamente niente all’età, mostrando diversità dovute solo alla peculiarità dell’annata. Non so quante bottiglie avessero ma io ho fatto scorte consistenti per me.
Non contenti di stupire, giocano la carta del “taglio”: il Perna, ovvero Falanghina, Fiano e Malvasia (non aromatica). Il naso, se è possibile, si presenta ancora più originale e conturbante, arricchito di sentori vegetali e resinosi, quasi di macchia mediterranea. Al palato forse delude un filino le aspettative create al naso, ma rimane un prodotto di grande interesse; aspettiamo il fiano in purezza, per uno scontro/incontro con i cugini irpini e cilentani.
Via con i rossi: innanzitutto l’Imbres, anche qui un taglio, Aglianico, Sciascinoso e Cabernet Sauvignon (originario della zona): un prodotto sicuramente ben fatto che però non brilla particolarmente in originalità.
Tutt’altra storia l’Aglianico: generoso, rustico e delicato, lavorato solo acciaio invade il palato con una freschezza invidiabile e un tannino che ha già perso le punte più graffianti. Il frutto non è polposo ma gentile, così come il floreale, accompagnato da un leggero terziario naturale del vitigno.
Arriviamo quindi al Kerres, vino di punta dell’azienda, Piedirosso al 100% con un prolungato invecchiamento in rovere: è uno dei pochi piedirosso lavorati in purezza capaci di emozionare (ricordiamo il Montegauro di Grotta del Sole, l’Agnanum Vigna delle Volpi di Raffaele Moccia e, prendendoci una certa libertà, il Per’ ‘e Palummo di Casa D’Ambra) ed il motivo è presto detto. Dionisio ci confessa che è un vitigno estremamente difficile da lavorare, molto soggetto all’annata e dal carattere piuttosto sfuggente: evidentemente il suolo sannita regala una spinta in più a quest’uva! L’annata è la 2003, il colore è un nero inchiostro con riflessi melanzana, la consistenza appare piuttosto alta. Il naso è impegnativo, il frutto sembra voler giocare a nascondino con gli aromi terragni da un lato e le suggestioni del rovere, piuttosto presente, dall’altro. Anche al palato si conferma di sostanza, con tannini molto ben delineati, freschezza su buoni livelli e potente corposità: più ancora che al naso, la frutta sembra faticare a ritagliarsi uno spazio e solo dopo prolungata ossigenazione emerge una frutta di bosco a bacca nera, ma sempre piuttosto timida. Considerata la tipicità del vitigno, il risultato raggiunto è stupefacente: forse dovrebbe solo liberarsi un po’ dal complesso aromatico fornito dal rovere, lasciando più spazio a quel fruttato che il vitigno può offrire.
Si potrebbe pensare che il pomeriggio, ormai diventata sera inoltrata, sia finito qui, ma i nostri ospiti hanno ancora un paio di cartucce da sparare: arriva una malvasia in purezza… titolo alcolico oltre i 17°! Si, avete letto bene…“Non l’abbiamo voluta noi, è la natura che ce l’ha fatta!” ci confessa Lia: l’idea era quella di fare una malvasia da vendemmia tardiva che conservasse un residuo zuccherino, ma dopo la solfitazione per bloccare i lieviti, questi hanno lentamente ripreso vigore, fino a mangiarsi tutto lo zucchero… friggendo in barrique sotto una coltre di neve. Il naso ricorda quello del passito, senza però le sensazioni dolciastre: frutta gialla essiccata, tabacco dolce fresco, camomilla e spezie orientali. In bocca l’alcol è assolutamente integrato a dispetto dei numeri e la freschezza anche qui non indietreggia nulla… veramente incredibile! “Si però alla fine ci siamo riusciti a fare il passito”… ed ecco che spunta una nuova bottiglia, anche questa senza etichetta: Fiano e Malvasia in egual misura, i profumi ricordano quelli della bottiglia precedente, arricchiti e sfumati dal contributo dato dal Fiano, ma allo stesso tempo ulteriormente concentrati. La beva è piacevolissima e mai stucchevole, da poter durare all’infinito: veramente l’acidità e la freschezza sono i caratteri distintivi del loro lavoro duro e tenace. Ci infilano in un cartone tutte le bottiglie stappate e ci salutano con grandi sorrisi, con la promessa di tornare presto… promessa impossibile da tradire!