Una chiacchierata con Angelo Pizzi: il papà dell’Aglianico del Taburno e della Falanghina

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Insieme ad Angelo Pizzi
Insieme ad Angelo Pizzi

di Pasquale Carlo

Da un incontro mattutino con Angelo Pizzi, tra le mura della cantina ‘Vigne Sannite’, nasce un racconto in pillole del trentennio di vita della moderna viticoltura sannita. La chiacchierata avviene davanti ai bianchi della cantina castelvenerese del gruppo Cecas, l’ultima avventura del bravo enologo che ha segnato la storia di questo trentennio. In attesa di parlare di questi nuovi vini di ‘Vigne Sannite’ ecco un racconto veramente interessante.

L’attenzione di questa ricostruzione è centrata particolarmente sulle aziende di Pizzi, quindi il discorso toccherà soprattutto i luoghi dell’areale del Taburno. L’anno di avvio è il 1982, quello della grande vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio spagnoli. Angelo arriva alla Cantina del Taburno di Foglianise dopo una bella esperienza in terra inglese. La campagna torrecusana-vitulanese, ci racconta, era tutta disegnata dal vitigno aglianico, allevato secondo sistemi vecchi, come il tradizionale a raggiera. I vini che uscivano dalle cantine dell’area avevano una composizione che era quasi sempre la stessa: 70% di uve aglianico, 15% di tintillia e l’altro 15% con l’impiego di uve aglianico dolce. Ne scaturiva un vino bevibile già dopo un anno dalla vendemmia, ben altra cosa rispetto alla tipologia prodotta attualmente. L’altra grande particolarità è che nei terreni si trovava traccia di tutti e tre i cloni del vitigno che oggi caratterizzano le area del Taburno, di Taurasi e del Vulture in Basilicata.

aglianico
aglianico

Di falanghina nell’areale torrecusano-vitulanese non se ne incontrava molta. Angelo racconta che la prima produzione alla Taburno venne ottenuta dalle uve raccolte in un ettaro di terreno di proprietà di un certo maresciallo Izzo, in territorio di Bonea. La cosa che colpisce era il prezzo di quest’uva, che veniva pagata 100mila lire al quintale, praticamente il doppio rispetto al prezzo delle altre uve.  Si trattava di uve del biotipo “verace”, che si presentava con grappolo serrato, ben altra cosa dal biotipo “mascolino”, il cui grappolo si presentava con forma più allungata.

In questo scenario, nell’annata 1985, giunge la prima bottiglia prodotta alla Taburno, l’etichetta ‘Braganello Bianco’. Nel frattempo iniziano le prime produzioni di bottiglie falanghina; nel 1989 arriva la mitica bottiglia allungata che ancora oggi caratterizza la falanghina base dell’azienda di Foglianise. Angelo ricorda che in quell’anno ne vennero prodotte 10.000 bottiglie: le prime 300 vennero acquistate da Luigi Veronelli, che restò praticamente affascinato da questo vino e della ruffianeria che caratterizza il vitigno.

La falanghina della Cantina del Taburno
La falanghina della Cantina del Taburno

Siamo ormai alla svolta, il grosso del lavoro è stato compiuto ed altre realtà crescono all’ombra della Cantina del Taburno e si vanno ad affiancare ai due pionieri delle bottiglie dell’area: Falluto e Aldo Coletta. Nel 1991 viene prodotto il primo aglianico da Orazio Rillo, il papà di Libero. A seguire Orazio in cantina è sempre Pizzi, alla località Fontanavecchia dallo sfuso si inizia a parlare di bottiglie. Allora Libero ancora non pensava al vino, visto che come ci racconta Angelo aspirava ad entrare nella Guardia di Finanza.

Altro punto di svolta è l’annata 1995: sempre alla Taburno arriva la produzione delle prime bottiglie di Amineo, l’etichetta ottenuta con uve coda di volpe. In quell’anno arriva anche il greco. La gamma aziendale si va gonfiando, visto che già dal 1985 veniva prodotto anche il Primofiore, il novello da uve aglianico.

coda di volpe
coda di volpe

Un dato da rimarcare è che fino a questo periodo la presenza del piedirosso era ancora marginale, a differenza della discreta produzione che si registra oggi, anche grazie al fatto che i rossi di pronta beva sono quelli più richiesti attualmente sul mercato.  Altro dato importante è che all’epoca sia il piedirosso che la prima coda di volpe giungeva alla Cantina del Taburno dalla zona di San Giorgio del Sannio.

piedirosso
piedirosso

Negli anni Novanta, con la potenzialità di questi vitigni, Angelo Pizzi ha seguito le realtà emergenti di Fontanavecchia prima e Fattoria La Rivolta poi. Nel 1999 arriva il suo divorzio dalla Taburno e Pizzi prende ad operare anche in Valle Telesina, dove ancora oggi segue i lavori dell’azienda Ca’Stelle dei fratelli Mariano e Raffaele Assini e nel 2007 viene chiamato da Massimo Di Carlo alla Cantina Sociale di Solopaca.

Ma questa è una storia diversa di cui sicuramente avremo modo di parlarne con Angelo. In una delle prossime degustazioni.

5 commenti

  • Paolo De Cristofaro

    (25 marzo 2011 - 12:40)

    Interessantissimo racconto, Pasquale. Complimenti davvero, sei una guida insostituibile per chi vuole approfondire la conoscenza del Sannio vitivinicolo… A presto!

  • Ivana Limata

    (25 marzo 2011 - 12:55)

    ..e che come tutti i papà speriamo sia orgoglioso dei traguardi raggiunti oggi dai “suoi” vini. Bella storia, memoria importantissima quella di Angelo Pizzi.

  • gaspare

    (25 marzo 2011 - 19:07)

    100.000 lire al quintale, nell’82.. Cioè quasi trenta anni fa.. Non l’avrei detto, ma l’avrei pensato!
    Un male e un bene. Un male perché è l’ennesimo segnale di una crisi pluridecennale della nostra agricoltura. Un bene perché ha favorito nettamente la nascita di tutte quelle centinaia di aziende ex conferitrici, che hanno effettivamente creato una miriade di prodotti, quasi tutti ben fatti.

  • Alessandro Marra

    (25 marzo 2011 - 22:24)

    Quoto Paolo!

    P.S.: Curioso che anche Libero Rillo, come Nicola D’Occhio di Torre Varano, aspirasse ad entrare in Finanza…
    Se ce l’avessero fatta, avremmo dovuto fare a meno dei loro ottimi vini.

  • g.p.

    (26 marzo 2011 - 17:23)

    ..detto tra noi io invece ce lo vedevo eccome col cappellone grigio col fiammone dorato sopra..
    ;-)

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