Venticano, tutti i segreti dei cru di Struzziero

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30 novembre 2002

Le stelle e i soli restano in cielo, i bicchieri posati sul tavolo, i grappoli in vigna. Nonostante le clamorose disattenzioni delle guide specializzate ormai troppo concentrate sullo star system affinato in barrique, Mario Struzziero continua a sfoderare grandissimi vini. Così iniziò a fare suo nonno Elisario nel 1920, il padre raccolse il testimone nel dopoguerra e adesso tocca a lui, le mode vanno e vengono, ma per essere tipici e biodiversi in cantina non è sufficiente puntare sui vitigni autoctoni. Ecco un bel tema su cui discutere: è più tipico un Taurasi-frutto massaggiato vigorosamente dal rovere di primo passaggio trasformato in finto cabernet sauvignon o un cabernet sauvignon vero piantato dove prima non c’era uva? Non riflette il terroir molto di più un Montevetrano di certe falanghine trasformate in chardonnay? Dibattito criptico, ce ne rendiamo conto, per chi non è addetto ai lavori. Diciamo allora che il Vigna Giulia, cru di greco di Tufo a Santa Paolina, è un bianco autoctono trattato nel modo più tradizionale possibile, cioé in acciaio. Ma la potenza del frutto è tale da regalargli il massimo splendore anche a tre, quattro vendemmie di distanza. E se parliamo di Campoceraso, nelle due splendide edizioni 1992 e 1997 sappiamo come deve essere il Taurasi autentico della tradizione irpina: capace di vivere tranquillo molto a lungo, abbastanza fresco anche dopo dieci anni. Così riuscite a bere l’anima del bicchiere campano. Struzziero lavora nel centro di Venticano (via Cadorna, 214. Tel. 0825.965065, sito www.struzziero.it), appena fuori l’uscita autostradale di Benevento. Qui segue la filosofia del cru: di Vigna Giulia e Campoceraso abbiamo detto, ci sono poi il greco di Tufo Vigna delle Brecce e il fiano di Avellino Rosato. Visto che finalmente è alle spalle il mese più malinconico dell’anno, vi lasciamo con due stuzzichini niente male: il Roseto passito, pigiato dopo le feste di Natale, la prima fatica del nuovo anno. Risultato? Tanta albicocca secca immersa nel miele, da spendere su caprini lucani. E chiudiamo con il botto, anche se non è così che si aprono le bottiglie di spumante: un greco di tufo lavorato con il metodo champenois dall’incredibile sentore agrumato. Così lontano è capace di arrivare il profumo della Terra delle Sirene spinto dalla salsedine.