La verticale dli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico a Cap’alice

Letture: 120
verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico, Mario Lombardi e Marina Alaimo con le produttrici Eugenia Sasso ed Emanuela Mastrodomenico
verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico, Mario Lombardi e Marina Alaimo con le produttrici Eugenia Sasso ed Emanuela Mastrodomenico

di Luca Miraglia    

Serata tutta al femminile per il nuovo appuntamento di “Storie di vini e vigne”, la rassegna di incontri tematici organizzati da Marina Alaimo nell’accogliente cornice dell’enosteria “Cap’alice” di Mario Lombardi.

Al femminile, dunque, perché ospiti della serata sono state due giovani e dinamiche vignaiole, Eugenia Sasso dell’Azienda Agricola Eubea ed Emanuela Mastrodomenico, contitolare dell’omonima casa vinicola, entrambe provenienti da uno degli areali più affascinanti e ricchi di storia – ma al contempo meno conosciuti – dell’intera Italia vitivinicola: il comprensorio del Vulture che, sin dagli albori della civiltà della Magna Grecia, è la patria di un vino di austera e fiera personalità, l’Aglianico del Vulture (cui già nel lontano 1971 è stata conferita la Denominazione di Origine Controllata).

Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico
Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico

Il vitigno Aglianico – che, come è noto, fu importato nelle nostre regioni dai coloni greci intorno al VII secolo a.C. – ha allignato al meglio nella zona montuosa del massiccio vulcanico del Vulture, sviluppando caratteristiche tipiche che lo differenziano non poco dal proprio cugino irpino, soprattutto per la differente natura dei suoli che, nel caso del biotipo lucano, forniscono al vitigno stesso una serie di apporti chimico-fisici strettamente connessi alla loro origine vulcanica.

Intanto, la refrattarietà all’attecchimento della fillossera ha consentito ai viticultori della zona di preservare vigneti a piede franco (ovverosia non innestati) dall’età elevata e dalla caratteristica forma di coltivazione “ad alberello” (che ritroviamo anche in altri areali vulcanici, come l’Etna); poi, la profondità di penetrazione nel terreno dell’apparato radicale, che instaura un rapporto per così dire viscerale con il sottosuolo e, in definitiva, col territorio.

L’Aglianico del Vulture evidenzia perciò una personalità decisa ed indiscutibile, che può essere amata profondamente oppure appena tollerata se non odiata, al pari – nel puntuale paragone prospettato da Marina Alaimo – della pittura caravaggesca, estremamente espressiva ma dai chiaroscuri non sempre compresi, frutto comunque di grande tecnica e della conoscenza profonda che il pittore seicentesco aveva del proprio mestiere.

verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico
verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico

Così, il vitigno lucano richiede conoscenza e cultura, perché è difficile da coltivare, con acini dalla buccia sottile eppure a lenta maturazione, il che porta a vendemmie usualmente effettuate nella seconda metà di Ottobre – con tutti i conseguenti rischi climatici – pur se durante il periodo estivo le temperature diurne raggiungono livelli molto elevati.

Ecco, le temperature – o meglio le escursioni termiche giorno/notte, che in Agosto possono raggiungere differenziali quasi incredibili anche di trenta gradi centigradi! – rappresentano, forse, l’elemento che più degli altri incide sull’espressività così decisa ed inconfondibile di questo vino, che non a caso è stato a lungo definito, anche per la sua naturale eleganza, “il Barolo del Sud”.

Ed il tratto particolarmente elegante ha costituito l’elemento che più ha accomunato i vini assaggiati nel corso della serata, prodotti – come detto – da due aziende a conduzione strettamente familiare: l’una, l’Azienda Agricola Eubea, con sede a Ripacandida e titolare di 15 ettari di vigneti nella zona di Barile; la seconda, Vigne Mastrodomenico, con sede a Barile e vigneti (estesi 8 ettari) concentrati nel territorio collinare denominato Contrada Acquarossa, il cui nome origina dalla presenza di sorgenti di acqua ferrosa, che restituiscono alle viti ed al vino una mineralità fuori dal comune.

Il filo rosso che unisce il lavoro delle due giovani produttrici è la ricerca della narrazione, attraverso il vino, del proprio territorio con la massima fedeltà possibile, ed entrambe hanno voluto presentare in assaggio il meglio della loro produzione, i vini simbolo delle rispettive aziende: il “Roinos” (amorevolmente dedicato a Riccardo, primogenito di Eugenia) ed il “Likos” (nome che deriva da “Liki”, l’antico popolo greco che ha portato il vitigno Aglianico in Italia); ambedue uniscono note comuni di grande struttura, potenza ed austerità, ma, all’assaggio, hanno manifestato personalità ben distinte tra loro, frutto, tra l’altro, di tecniche di lavorazione in cantina alquanto dissimili.

Il “Roinos” è stato presentato nei millesimi 2008, 2009 e 2012; tutti evidenziano una grande concentrazione ed un colore rubino molto carico, sotto certe angolazioni quasi cupo.

Nell’annata 2008 prevale un naso molto profondo di amarena in confettura, accompagnato da note di pepe; il palato è deciso, l’alcool è sì presente, ma bilanciato da grande eleganza e freschezza.

La 2009 è stata un’annata climaticamente felice ed i risultati si percepiscono immediatamente, con sentori olfattivi molto variegati, dalla buccia d’arancia alle erbe aromatiche di sottile pungenza; il sorso è fresco, scorrevole ed elegante, ma si intuiscono le ulteriori potenzialità di invecchiamento del vino.

La 2012 differisce dalle due precedenti per un colore più violaceo e brillante, segno inequivocabile di gioventù; il naso è ampio, speziato di chiodo di garofano, mentre la bocca, piacevole per una già raggiunta finezza dei tannini, invoglia al sorso successivo.

Il “Likos”, dal canto suo, è stato presentato nei millesimi 2007, 2009 e 2011e si discosta notevolmente dal precedente per l’impressionante impenetrabilità del colore rubino, cui però, inaspettatamente, fa da contraltare una notevole brillantezza.

L’annata 2007 evidenzia una grande pulizia nei profumi, con sentori netti di liquirizia, pepe e cenere; il sorso è scorrevole, con tannini ben temperati, ed il finale è molto lungo.

Anche per questo vino la 2009 è da considerarsi annata particolarmente felice sia sotto il profilo olfattivo, con note accentuate di ribes, mora e ciliegia in confettura, sia al palato, che risulta caldo, intenso ed avvolgente; il sorso appare quasi sinuoso tanta è l’eleganza.

La 2011, ancora giovanissima, mostra al naso un’alcolicità volitiva, che richiede ancora tempo per esprimersi, ma il vino è già adesso austero, con un gradevole chiusura amara.

I piatti che hanno, come di consueto, accompagnato la serata si sono dimostrati assolutamente in linea con l’importanza dei vini: le annate più giovani hanno sposato con efficacia un tortino di baccalà, carciofi e patate su un letto di provola fusa, guarnito da peperone crusco di Senise.

verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico, tortino di baccalà, carciofi e patate su un letto di provola fusa, guarnito da peperone crusco di Senise
verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico, tortino di baccalà, carciofi e patate su un letto di provola fusa, guarnito da peperone crusco di Senise

Il cosciotto al forno di agnello laticauda con riduzione di Aglianico, accompagnato da piselli, ha reso onore alle due interpretazioni del millesimo 2009; infine, la pastiera napoletana in formato monoporzione si è integrata con successo con le note speziate ed agrumate delle annate meno giovani.

verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico, cosciotto al forno di agnello laticauda con riduzione di Aglianico, accompagnato da piselli
verticale degli Aglianico del Vulture Roinos di Eubea e Likos di Mastrodomenico, cosciotto al forno di agnello laticauda con riduzione di Aglianico, accompagnato da piselli

Ancora una serata, quindi, che ha raggiunto il duplice scopo – sin dall’inizio posto alla base del lavoro di ricerca di Marina Alaimo – di aprire il sipario su vini di grande personalità – anche se, come in questo caso, ancora lontani, nonostante il pieno merito, dalle luci della ribalta enoica – coniugandoli con la spensierata convivialità che da sempre rende così gradevoli gli appuntamenti da “Cap’alice”.

 

Un commento

  • cris pastore

    (29 marzo 2016 - 08:11)

    …nun c’ stann cchiù e vini…so rimast sul e nomm (ma in questo caso il vino c’è ancora….!!)

I commenti sono chiusi.