Verticale di Duca Enrico 2004-1984

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di Antonio Prinzo

La Sicilia del Duca di Salaparuta a Roma nelle belle sale del Hotel Cavalieri Hilton a Monte Mario. Da quassù si domina la città e in questo pomeriggio d’autunno la luce del tramonto disegna sulle nuvole un unghia d’arancio, sembra proprio di stare in un quadro del seicento. A Roma non si resta mai indifferenti e oggi più che mai con la Sicilia che scalda i nostri palati e il nostro cuore.

La Duca di Salaparuta è una delle più antiche case vinicole d’Italia, dal 1824 produce vini che hanno fatto la storia vinicola della Sicilia, da qualche anno è stata acquisita dalla Illva di Saronno e insieme al marchio Florio e Corvo rappresenta una produzione di assoluto rilievo e di grande qualità, più di dieci milioni di bottiglie che portano in giro per il mondo i grandi vitigni siciliani. E’ il Duca Enrico il protagonista in una verticale che  dal 1984 primo anno di questo vino, si spinge fino al 2004 e ci rappresenta il nero d’Avola in purezza in una evoluzione di stili e tecnica che in un quarto di secolo  lo ha visto protagonista della produzione di Salaparuta. A rappresentare la casa l’enologo Carlo Casavecchia e per l’AIS Daniela Scrabogna (per me il miglior naso dell’AIS di Roma e non solo) che insieme a Giacomo Tachis ci hanno descritto i grandi passi fatti nella  valorizzazione dei vigneti tradizionali che marcano tutto il nostro paese e ne fanno una realtà unica.

Si comincia con il 1984 che è la prima annata del Duca Enrico,  annata piovosa e vendemmia tardiva, 1 anno in grandi botte e 18 mesi in barrique,  così per tutte le annate fino al 2000 quando si cambia strategia e si passa alla sola barrique per 18 mesi. Questa annata si presenta granato con forte unghia aranciata, luminoso, al naso maturo, elegante con note più dolci che minerali e appunto fico secco, mallo di noce, rosa appassita e anche pepe e ancora liquirizia, l’acidità è buona come pure il tannino, si sente che il vino è in discesa ma se si contano gli anni e si guarda il bicchiere la conferma è quella di un grande rosso. Bella emozione pensare che questo è il primo Duca Enrico.

Ecco il 1987, annata siccitosa, qui il tempo mostra i segni. Bordo aranciato,  ma comunque ancora luminoso, al naso rispetto al precedente si potrebbe dire maschile con toni minerali più accentuati e si sente la grafite, quasi catrame, legno e ciliegia sottospirito, al palato un tannino meno pronunciato comunque un vino austero che conserva l’eleganza seppur su toni più scuri e senza una grande persistenza in bocca.

Il 1990 esce da un’annata calda e siccitosa, la vendemmia fu anticipata a metà settembre e oggi vediamo un granato con tracce di rosso rubino a centro bicchiere, al naso mineralità compatta, spezie, sentori balsamici di menta, legno di cedro,  rosa appassita, un naso molto molto interessante e complesso, all’assaggio, fresco, sapido, forte, elegante il tutto tenuto insieme da un grande equilibrio. Ecco l’assaggio che sposta l’attenzione dalle sensazioni direi tattili a quelle di cuore e di testa che ti fanno viaggiare e  sentire la forza e il calore della terra. Grande 1990.

Arriviamo al 1993, annata piovosa e fresca, colore granato, solo ricordi di rubino, al naso chiuso sicuramente meno complesso del 1990, sentori di spezie e frutta cotta, all’assaggio comunque ancora con una buona acidità, l’ho trovato denso, comunque buona la qualità complessiva.

Il 1997 è l’anno di passaggio dalla denominazione generica di vino da tavola alla denominazione IGT, inverno secco, primavera piovosa e un’estate calda che ha consentito una buona maturazione delle uve. Bella la luminosità, rosso rubino con unghia aranciata, al naso soprattutto sentori di  tabacco, bella la nota minerale di grafite, Daniela suggerisce incenso e un sentore ferroso. Bella la sapidità che alla fine è una caratteristica di questo vino, grande acidità. Un’ ottima bevibilità, una bella sensazione di freschezza.

Ecco il 2000 dove entra in gioco l’enologo Carlo Casavecchia e il cambio di strategia in cantina con un uso dei legni diverso, niente grandi botti e solo barrique per 18 mesi. Inverno piovoso con estate calda, una rese delle uve molto limitata che ha quasi dimezzato la produzione. Colore granato con un bel cuore rubino, al naso fruttato, frutta dolce, anche cioccolato e ciliegia in evidenza, mineralità sotto traccia e belle sensazioni di erbe aromatiche. All’assaggio sapido e fresco, buon tannino, un’annata interessante anche se per me non emozionante.

Il 2002 invece lo trovo una bella sorpresa, annata che nel resto d’Italia è sinonimo di grandi pioggie qui in Sicilia è in controtendenza con un estate calda che ne fa un buon millesimo. Bel rosso rubino con inizio di granato, al naso frutta rossa matura e fiori, rosa, viola, una bella nota mentolata e la parte minerale che comincia ad uscire ma ancora resta in secondo piano. Al gusto fresco, bella spalla acida e tannino ancora scomposto ma ben presente. È un bimbo questo vino ma ne intravedo un evoluzione molto interessante.

Si finisce con il 2004 l’annata attualmente in commercio, calda l’estate e sempre 18 i mesi in barrique. Rubino deciso, grande luminosità, che bello vedere l’ultimo Duca Enrico luminoso e trasparente dopo tutti i neri d’avola in circolazione iperconcentrati ai quali manca poco per diventare marmellate stucchevoli e prive di carattere. Comunque gran bei fiori, sempre rossi, sempre rose, ciliegia che esce prepotente e quella mineralità sul fondo che unito ai tannini ancora in agitazione fa comunque vedere un bell’equilibrio ed eleganza, sensazioni che lasciamo alla maturazione dei prossimi anni.

In definitiva con questa verticale abbiamo esplorato una grande fetta della storia del nero d’Avola, io posso dire di averlo finalmente scoperto in tutte le sue tracce e verso la fine a forza di assaggi me lo sono immaginato con un bel piatto di tonno cucinato in mille modi e magari seduto a un tavolo solitario di Portopalo, nell’angolo estremo di questa luminosa Sicilia. Grande questo sud, grande il Duca Enrico.

Grazie Antonio, per questa fantastica cavalcata nel tempo. Il Duca Enrico è stata la bottiglia che mi ha avvicinato al mondo del vino consapevole e alla scoperta delle possibilità dei vitigni autoctoni.