Verticale storica a Castellare

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I Sodi di San Nicolò in venti vendemmie
Paolo Panerai è un costruttore, appartiene cioé a quella categoria di uomini che invece di adattarsi all’esistente provano a realizzare i propri sogni. Nel mondo giornalistico non ha bisogno di alcuna presentazione, per i non addetti ai lavori diciamo solo che ha fondato Class Editori dopo la direzione fortunata di importanti testate del settore economico. Noi, gli appassionati di questo sito lo avranno già capito, non lo abbiamo incrociato per questa sua virtù professionale, ma per la sua straordinaria lungimiranza che lo ha portato a fondare nel 1978 a Castellina in Chianti, nel cuore cioé della zona classica della docg più famosa d’Italia, una bellissima azienda, chiamata Castellare dal nome della località. Il suo sodale Edmond de Rothschild lo portò pochi mesi dopo da Emile Peynod, anche Veronelli faceva parte di questo fuoriporta a Bordeaux, e il nostro tornò convinto: puntare sul Sangiovese, o Sangioveto come si chiama qui. Come tutti i pionieri veri, Panerai e l’enologo hanno dovuto affrontare problemi che oggi sono scontati per chi deve avviare un’azienda, primi fra tutti la selezione clonale e l’abbattimento delle rese, ma la sua storia ci ricorda bene come l’Italia vanta di essere un paese di antica tradizione facendo millantato credito: consumare quattro litri di vinaccio fatto con uve miste ogni giorno per sopportare la vita da soma nei campi non significa affatto poter piazzare nessuna bandiera perchè la tradizione nasce non quando si consuma, o non solo, bensì quando si commercia un prodotto che anche altri, oltre noi, possono capire e apprezzare. Perciò dall’antichità ad oggi, quando internet sta un po’ cambiando la genesi delle merci, è sempre nelle grandi città che è nato il prodotto: Roma, poi Parigi, Napoli, e ancora dopo Londra, New York, adesso le metropoli asiatiche. Essendo stata Napoli la più grande metropoli italiana dal ‘700 all’inizio del ‘900 si ha la sensazione che tutto sia nato qui, il caffé, la pizza, la pasta, il pomodoro mentre, a ben vedere, sono figli dei traffici di una delle più grandi aree di consumo del vecchio Continente. Senza farla troppo lunga, Panerai anno dopo anno ha prodotto una dei più grandi vini italiani, I Sodi di San Niccolò da uva sangioveto con una percentuale di malvasia nera, uno splendido vitigno che nel Sud è rimasto solo in Puglia. E’ stato uno dei primi rossi ad essere valutato e lanciato nell’empireo dai critici anglosassoni, quelli che appunto fanno il mercato da trent’anni a questa parte.
Il primo novembre Panerai ha organizzato per la stampa specializzata una verticale dei Sodi dalle origini all’ultima uscita, l’annata 2001 non ancora in commercio. Una verticale guidata sapientemente da Daniele Cernilli iniziata dal passato e che ha avuto come fuori programma un 1979 di buona freschezza. Ed ecco come è andata.
1982: l’annata calda ha lasciato note di maturazione eccessiva, un sottofondo di ridotto, mela cotogna e noci al naso con i tannini ormai completamente risolti. Stupefacente l’acidità.
1985: la conferma di un grande naso borgognone, quando si privilegiava l’eleganza alla masticazione anche in Italia, belle notev affumicate, maggiore morbidezza in bocca. Sinceramente non ho vergogna a dire che avrei parlato di pinot nero.
1986: un’annata problematica ha regalato grandi vini. Ha giustamente osservato Cernilli che non sempre dalle stagioni regolari nascono i capolavori, sono contenti gli enologi perché lavorano di meno e fanno il vino con maggiore facilità. In realtà l’enologo si distingue dall’enotecnico perché interpreta sino in fondo il terroir e il suo frutto alla luce dell’andamento climatico. Un po’ come le prestazioni di ciascuno di noi dipendono dal nostro stato fisico, magari otteniamo bei risultati in condizioni disperate. Infatti il 1986 è quello che è piaciuto di più ad Antonio Paolini nasodifata. Ancora affumicato, nota di fragola, bella acidità, tannini risolti ma non esausti.
1988: come si diceva prima, l’annata perfetta ha creato risultati meno entusiasmanti, siamo di fronte ad un 1986 più concentrato in cui tutte le sfumature sono accentuate, maggiore la freschezza, buono il tannino.
1990: è l’annata cara ai collezionisti che continuano a battere bottiglie sino a 750 euro. Il motivo è da ricercare nel tannino rigoroso che promette una buona tenuta attravero l’evoluzione positiva ed equilibrata con la freschezza.
1993: con questo millesimo tornano le note affumicate, molto accentuata la freschezza, salmastra, tartarica, i tannini sono ben interpretati.
1995: entriamo nell’era moderna della viticoltura italiana che non ha molti anni in più di quella australiana. Lo annuncia il colore, più netto. Si è trattato di un’annata molto difficile in Toscana, con la vendemmia a rischio perché la frutta non arrivava a maturazione. Poi il recupero che si riflette nel bicchiere.
1997: ricordate? L’annata del secolo. Ormai il circolo mediatico si era impossessato del vino e ad ogni piè sospinto si lanciavano proclami ottistici. I prezzi schizzavano alle stelle ma Panerai teneva la testa sulle spalle. Fu anche la prima ananta tropicale europea, con uno spettacolare anticipo di vendemmia che in realtà non fa poi molto bene, ma il millesimo ha beneficiato del terroir, siamo a 450 metri sul livello del mare in una zona tutto sommato abbastanza fredda con buone escursioni termiche. Qui nel bicchiere tutto è al suo posto.
1999: grande millesimo in tutta la Toscana, forse il migliore. Non a caso quest’annata ha contesto il primo posto al 1986. Strepitosa complessità olfattiva, eleganza, ottimo equilibrio complessivo.
2000: la seconda annata tropicale. Rosso rusbino, ancora molta eleganza e personalità con prevalenza di frutta.
2001: non è ancora in commercio, ma la conferma di una delle migliori annate di tutti i tempi con spettacolari note evolutive che hanno bisogno del tempo per dispiegarsi fino in fondo.
Quando aziende italiane hanno la possibilità di fare una simile verticale? Poche, sicuramente non più di 70 si è fatta la conta. Al Sud, dove si è sempre prodotto per il Nord e per la Francia, meno di dieci. Vedete dunque quanto è lungo il cammino che la nostra viticoltura deve fare prima che si possa parlare di tradizione.

Castellare, sede in Castellare di Castellina in CHianti (Si). Tel. 0577.742903. www.castellare.it. Enologo: Alessandro Cellai. Bottiglie prodotte: 160.000. Ettari: 23 più 3 in conduzione