Vigna Camarato 1990 Vino da tavola

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Vigna Camarato 1990

VILLA MATILDE

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: nd
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

C’era il precedente del Cecubo 1990. Ne abbiamo parlato sul Mattino esattamente quattro anni fa, 3 aprile 2009. La scena è la stessa, il President di Pompei gestito da Laila e Paolo Gramaglia con passione e impegno.

Le bottiglie e internet segnano il tempo che passa, sono una sorta di moviola che riavvolge immediatamente il nastro prima di ripartire. Avessi dovuto dirlo a memoria, avrei detto un paio di anni fa.
Quel Cecubo uscì semplicemente perfetto a pranzo e siccome stava sulla madia della sala interna insieme al Vigna Camarato 1990 lasciai cadere la battuta: non lo vendere, ce lo beviamo insieme.

Che Paolo l’avesse conservato non avevo dubbi. Le perplessità, piuttosto, riguardano le mie promesse da marinaio che spargo in giro salvo poi rendermi conto di non poterle sempre onorare.

Al termine di una fantastica serata dedicata ai vini vulcanici del Sud per Radici si resta un gruppetto di irriducibili a mangiare aglio e olio e zuppetta di vongole con lo spumante di Sorrentino.

Sembra finita, ci alziamo. Quando si sopure l’una mi diventa indifferente l’ora, ci guardiamo con Paolo e gli faccio la promessa: poi abbiamo sempre la bottiglia da aprire. Facciamolo ora, è la replica del nostro ospite.

Detto fatto.

Il tempo è passato, 23 anni e per prudenza lo scaraffiamo anche se è un rituale liturgico che non amo molto, credo sia più una misura emergenziale. E in effetti decidiamo di farlo perché il tappo si spezza, non regge il tempo.

Nel 1990 l’azienda era diretta da Francesco Paolo Avallone, padre di Maria Ida e Tani, con polso fermo. Prendeva piedi il progetto dei cru (Camarato, Cecubo e Caracci) che poi si è mantenuto fermo nel corso degli anni, un bonus per l’azienda che ha mantenuto la barra del timone dritta su questa impostazione.

In azienda Santolo Bonaiuto, uno dei pionieri insieme a Gennaro Martusciello, Angelo Pizzi, Amodio Pesce che hanno percorso i primi passi di questa professione restando poi fuori dai riflettori mediatici.

Quando il vino raggiunge questo livello non ha più la funzione naturale di accompagnare il cibo, ma di essere considerato da solo, una meditazione sulla evoluzione (naso di foglie secche, cuoio, conserva di frutta rossa), sulla incredibile bevibilità al palato, fresco, sottile, con i tannini ancora presenti ma ben risolti dal tempo, sui risultati di una pratica enologica che all’epoca in Campania non aveva ancora conoscito la barrique. Sugli anni che sono passati, sulla velocità di invecchiamento delle cose umane rispetto al vino.

A distanza di tanti anni questo vino ha tantissima energia da spendere, mi ricorda la mia prima visita a Villa Matilde sotto il cielo azzurra che illuminava le vigne.

Mi ha fatto piacere condividerlo al termine di una serata bellissima dedicata ai vini del Sud con le persone giuste. La compagnia, in fondo, è sempre l’abbinamento più importante per il vino.

Sede a Cellole. SS. Domitiana 18. Tel. 0823.932088. Ettari: 130 di proprietà. Bottiglie prodotte: 700.000 Uva: aglianico, piedirosso

Un commento

  • Mondelli Francesco

    (23 aprile 2013 - 21:58)

    Bisogna ripeterlo più spesso che l’abbinamento meglio riuscito è sempre quello della giusta compagnia:grandi vini e grandi amici.Cosa pretendere di più dalla vita.FM.

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