Vigna del Vulcano 2003 Lacryma Christi doc

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Vigna del Vulcano 2003 Lacryma Christi bianco
Vigna del Vulcano 2003 Lacryma Christi bianco

VILLA DORA
Uva: coda di volpe e falanghina (20%)
Fascia di prezzo: nd
Fermentazione e maturazione: acciaio e legno

Siamo alla Torre del Saracino, è uso aprire bottiglie vecchie fuori carta perché rimaste uniche o non verificate. Qualcuno dovrà pur provarle per capire come comportarsi ocn le annate successive ed eccoci qui all’ennesima cofnerma di Villa Dora e del suo splendido Vigna del Vulcano, un Lacryma Christi bianco da uve coda di volpe e falanghina leggermente passato in legno.
Abbiamo sempre sostenuto gli sforzi della famiglia Ambrosio perché è l’unica che sul Vesuvio crede ai tempi lunghi dei vini e se questo per i rossi ormai è abbastanza scontato, scoprire la longevità di questi bianchi è davvero una emozione enorme.
Parliamo della 2003, annata calda, la più calda da quando mi occupo di vino ma anche, a quel che sento, a memoria di lo produce. Tanti bianchi sono usciti già carichi di colori e pronti. Ma chi ha saputo interpretare bene l’annata si ritrova dei veri gioielli.
Come, appunto, il Vigna del Vulcano in versione magnum che proviamo sui piatti di Gennaro Esposito. Ci colpisce anzitutto la ricchezza del naso, frutta gialla ben matura, sbuffi di idrocarburi, allungo fumé al naso e sapido, ancora molto fresco, di buon corpo al palato. Un bianco, insomma da godere alla grande, magari servito ad una temperatura non molto bassa proprio per dare modo ai profumi di esprimersi al meglio. Le annate calde sanno essere molto generose con chi le sa interpretare e restano fedeli con il passare del tempo: la conferma dell’importanza della gestione in cantina.
Il Vigna del Vulcano 2003, già provato in più di una occasione, ha tutte le caratteristiche per esprimersi ancora a lungo nei prossimi anni: nessun cedimento, tanta energia, freschezza tonica e priva di ogni cenno di stanchezza. Lo dovessimo paragonare all’età dell’uomo gli daremmo sui 35 anni.
Una strada da inseguire, quella di commercializzare il tempo: difficile, rischiosa, ma che soprattutto richiede una cultura diffusa che ancora manca in Italia oltre che in Campania.

Scheda del 24 dicembre 2009. Se avete qualche bottiglia di bianco vesuviano non c’è serata più adatta per stapparla della Vigilia napoletana: la sapidità e il fondo amaro vulcanico faranno bene la loro parte a tavola dando modo al cibo di esaltarsi nel migliore dei modi possibile.
Villa Dora da tempo ha puntato alla valorizzazione dei vini del territorio anche attraverso il discorso dell’invecchiamento, il bianco è uno di questi casi come potete vedere leggendo del 2002 di recente stappato.
Davanti al 2003 sono rimasto davvero stupito: il naso denuncia inizialmente l’evoluzione verso il cotto, sapete le mele dello strudel piuttosto che l’agrumato caramellato. In bocca la narrazione avviene di slancio, il vino è elastico, assolutamente nelle mie corde: l’attacco non è piacione, ma secco senza concessioni dolci, la beva è assolutamente piena grazie alla struttura rilasciando immediatamente una sensazione di appagamento, l’acidità intonsa ma non scissa dal resto regge la trama rivelando la sensazione salata e, nel finale, persino un gradevolissimo amaro.
Un bel bicchiere, capace di sostenere i cibi di mare ben strutturati, ieri per esempio speso sullo gnocchetto con il baccalà della Cantinella del Mare, un localino in decisa crescita dove abbiamo trascorso l’Antivigilia circondati dal silenzio del mare cilentano e dalla calda atmosfera creata dai piatti di Nando Melileo.
Un bicchiere vesuviano è un inno al territorio in crescita, non a caso l’unica Strada del Vino che ha pubblicato la sua guida in Campania, dove la velocità commerciale si coniuga con la comprensione della ricerca qualititativa per andare avanti: sempre più numerose le aziende dotate di strutture, un’areale che sembra addirittura galvanizzato dalla crisi che invece ha stordito le zone interne, meno propense al commercio e amanti dell’immobilità. Solo l’areale dei Campi Flegrei esprime la stessa vivacità in questo periodo.
Mi fa piacere che Roberto Cipresso non abbia cercato morbidezza in questo vino, una qualità da discutere sui rossi ma assolutamente da eliminare quando si parla di bianchi, e per fortuna devo dire che in Campania tutti, persino i furbetti del trebicchierino, ne sono esenti quando si esprimono in questa categoria.
Villa Dora ha il merito di aver aperto la strada e di essere parte del tutto. E se c’è un augurio che possiamo farci, è proprio che questo discorso vada avanti.
Vi lascio con questo bianco, e leggetevi, a proposito di Vigilia, il grande Lello Brack.

Sede a Terzigno, Via Boscomauro, 1. Tel. 081.5295016, fax 081.8274905. www.cantinevilladora.it. Enologo: Fabio mezza. Ettari: 13 di proprietà. Bottiglie prodotte: 50.000. Vitigni: piedirosso, aglianico, coda di volpe, falanghina.