Vigna Quintodecimo 2004 Taurasi riserva docg

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Vigna Quintodecimo 2004

Uva: aglianico
Fascia di prezzo: 100 euro
Fermentazione e maturazione: legno

Quando parlo dei vini di Luigi Moio mi piacerebbe inaugurare la rubrica “come è andata a finire”, ossia ripubblicare cose scritte qualche anno fa in giro e farle rileggere oggi. Con il passare del tempo ho capito però che le polemiche potevano fare impennare i blog ai tempi delle mille letture al giorno, ma oggi che siamo nell’ordine delle decine di migliaia inevitabilmente disegnano un calo della linea blu di Google Analytics come quasi un off line, soprattutto quando sono rivolte nei confronti di persone poco conosciute.
Ma se le questioni personali non interessano chi si collega a un blog per avere consigli, bisogna pure considerare gli elementi che frenano la crescita di un settore, la corsa a tagliare le gambe a chi ha successo, il piccio di portare in auge qualcuno che non dipende da se stesso ma solo da te perché tu non hai combinato nulla sinora nella vita che non sia distinguerti per un tono supponente e aggressivo.
In effetti quali erano le accuse rivolte a Moio? Sostanzialmente due mantra medioevali, ossia l’uso eccessivo del legno e il costo altrettanto eccessivo delle bottiglie. Più o meno quello che si diceva (non esisteva internet diffuso) nel decennio precedente di Montevetrano  e Terra di Lavoro (qui anche critiche sui sentori vegetali che confondevano il piedirosso con il cabernet franc perché il tema fisso italiano quando si tratta di conterranei  di Terronia è che non si può avere successo senza malafede).
A distanza di dodici anni, la prova dei fatti regala questi vini freschi e fruttati, manco fosse il primo giorno di scuola, in equilibrio gustativo a fronte ad alcune scarnificazioni che sopravvivono solo grazie all’acidità dell’Aglianico e la conferma clamorosa del mercato di vini ancora low cost rispetto a quelli della stessa fascia. Ma soprattutto furono critiche di una subalternità culturale sconcertante nei confronti di miti, o realtà, che devono la propria fama proprio a quei fondamenti di marketing tanto aborriti solo se realizzati al Sud.
Questo effetto clamoroso della memoria dopo dodici anni non serve a stabilire chi avesse ragione o torto, ma semplicemente a distinguere l’appassionato che ama i propri modelli e demonizza gli altri, dal professionista che invece ogni giorno deve dare conto ai lettori e non alle proprie pulsioni.
Ecco, alla fine, forse un po’ tardi,  questo ho capito: come nella facitura del  vino non si può giocare, così nella narrazione del vino è sempre un errore pretendere un atteggiamento professionale da chi invece professionista non è e, soprattutto, non lo vuole o non lo può mai diventare.
E mi chiedo come ha fatto a mantenere la calma chi ha subito tutto ciò dopo aver investito  anni di studio, i propri risparmi, i propri affetti, in una impresa per vedersi demolito da chi invece non ha alcun titolo di studio per poter valutare criticamente un vino.
La risposta è che basta aspettare il tempo. Come questo Taurasi del 2004 ancora giovane, bevuto in una splendida serata dove è facile riconciliarsi con se stesso, con gli anni, e magari chiedersi come è stato possibile anche arrabbiarsi per simili corbellerie invece di riderci sopra.
Una risata vi seppellirà, si diceva nel ’68. Ma per alcuni è andata decisamente peggio: è già oblio assoluto a differenza dei vini che volevano bruciare nell’agorà dei forum.

Scheda dell’8 dicembre 2013. Ora il progetto si compie ed è giusto anticipare il 2004, siamo quasi a dieci anni dalla prima vendemmia di Quintodecimo, a venti dal nostos di Luigi in Campania. Era un pomeriggio di freddo moderato quando con Annarita passammo per Mirabella e visitammo di ritorno dal Sannio la cantina in costruzione: Luigi ci fece luce con la pila, sopra erano ancora tutto scoperto e Laura viveva con Michelino appena nato in un appartamento in fitto.
Una vita di duri sacrifici, in una terra difficile e conservatrice, senza fiducia nel futuro sicché risparmiosa in tutto tranne che nel tempo che disperde inutilmente in aria come i contadini lanciano i semi nei campi mangiati dagli uccelli. Ma dalla fretta non germoglia niente, proprio come dalla presunzione dei piccoli vati della mineralità a 500 euro la botta si ottiene solo la recensione taroccata.

La forza della cultura è mantenere la misura delle cose e andare avanti sul proprio progetto. Ecco perché da qui a cinquant’anni resteranno questi vini e dello starnazzamento di chi non aveva gli strumenti culturali per capirli neanche il ricordo. Sacrifici, durissimi, ma anche una idea precisa di come si costruisce una vigna attorno ad una cantina, di come coniugare le visite dei clienti e degli amici alla funzionalità, avere ben chiaro di cosa sia l’eccellenza mondiale e di come declinarla in Campania.

Tutto questo c’è in questo bicchiere giovanissimo del 2004, un vero infanticidio ieri a tavola, anche se l’agnello impanato di Laura non poteva meritare migliore accompagnamento. Il colore è ancora rosso rubino vivissimo, il naso sa di frutta fresca ma con il tempo riflette note balsamiche, mentolate, liquirizia, leggerissimo tostato. Man mano che il tempo passa il Taurasi continua a cambiare, sempre mutevole, come solo i grandi vini sanno essere. Sottobosco, agrumato, cenere.
In bocca la materia è imponente, ma il tannino, la vera ossessione del Professore, è vellutato, ben presente ma non scisso dall’equilibrio generale del bicchiere, supportato da una incredibile energia di freschezza che si percepisce sempre più man mano che il tempo e le chiacchiere vanno avanti.
Ogni volta che si apre una bottiglia di Luigi non si rimpiange il tempo passato ma quello futuro che avrebbe potuto vivere quel vino. Non c’è stata una sola volta, in tutti questi anni, che mi è capitato di pensare che era stato meglio tirare il collo a una sua etichetta. Tra l’altro molto eleganti e fini, facilmente distinguibili in una provincia dove c’è una strana e sospetta omologazione su questo versante.

La Vigna Quintodecimo 2004 per me è come le Piramidi: di fronte a quelle tombe spettacolari sono cambiate le razze, le lingue, le religioni, le divise dei conquistatori e le armi di distruzione, persino il deserto ha provato ad inghiottirle ma alla fine sono lì perché effetto di una possente volontà capace di esprimersi con precisione geometrica senza eguali e mai più superata.

Questi Taurasi, come quelli di Mastroberardino, sono fatti così. E non è colpa di chi li ha pensati se, a volte, poche per fortuna, chi ne parla non riesce a decifrare la loro scrittura geroglifica.

Perché il tempo, ossia il continuo travaso del divenire dal passato verso il futuro, conferma la giustezza del progetto. Attenzione, non il mercato che pure assottiglia lo stoccaggio in poche settimane, ma il tempo.
Perché poter bere un vino pensato al Sud e fatto al Sud con uva del Sud così è un grande privilegio per un appassionato nato in qualsiasi parte del mondo.

 

Scheda del 19 maggio 2010. L’uomo vive ogni cosa subito per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza aver mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre a uno schizzo. Ma nemmeno “schizzo” è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro. (Milan Kundera, l’insostenibile leggerezza dell’essere)

Luigi Moio come Milan Kundera esprime un concetto talmente semplice e reale quanto sfuggente, presi come siamo ogni giorno dalla continua ricerca, nella vita come nel vino, di una continuità fine a se stessa impossibile da ottenere sistematicamente senza rinunciare alle emozioni.

Alla base di tutto vi è un concetto elementare: ogni nostra azione, ogni nostro istante è irripetibile. Perché la vita stessa è irripetibile. Kundera con il suo meraviglioso libro ci dice che non siamo preparati ad essa e che non abbiamo seconde possibilità. Tutto ciò che scegliamo o consideriamo inizialmente come leggero rivela presto il suo incredibile peso.

Così Moio, in maniera disarmante concede attraverso i suoi vini una chiave di lettura del terroir antica e nuova allo stesso tempo, un ossimoro palpabile ad ogni sorso di questo straordinario Vigna Quintodecimo 2004, autentica territorialità ed eleganza da vendere, nettezza d’aglianico e finezza esemplare, lontana anni luce da quel Taurasi che dopo anni di intimo (non tanto) vagar sospeso tra il tutto ed il niente sembra aver riscoperto nelle piccole imperfezioni dei nuovi interpreti la sua franchezza.

E’ così tanta la strada da fare, perchè pensare di aver già trovato la quadratura del cerchio? E’ perchè sprecare tempo (leggi denaro) e parole invece di investirli in ricerca e conoscenza? Questo il messaggio che mi è parso rileggere, ancora una volta in questo eccellente vino.

Vino incredibilmente espressivo, sin dal colore rubino vivace, concentrato e splendente, con appena accennate sfumature granata sull’unghia. Il naso offre un ventaglio olfattivo delizioso ed intrigante, varietale, intenso e complesso, sensazioni di finissimi terziari in ascesa ma appena espresse. Un ventaglio olfattivo imponente, decisamente aperto a concedere minuto dopo minuto, quarto d’ora dopo quarto d’ora sempre fresche sensazioni olfattive: piccoli frutti neri, fiori passiti a rincorrere nuances di spezie ficcanti ma suadenti, note balsamiche dolcissime cadenzate da nerbo e giustezza.

Vino secco, in bocca entra con la stessa delicatezza delle parole di Kundera, innescando con la sottile invadenza una profondità attesa e allo stesso tempo sorprendente; Il frutto pervade tutto il palato, costantemente sopra le righe, incanta e coinvolge per bene tutte le papille gustative, si ha quasi la sensazione di metterle costantemente in riga a chiedergli di aver ben compreso il messaggio prima di lasciare il campo allo spesso nerbo acido-tannico, presente ma castamente defilato in attesa di tempi migliori. Un vino per i prossimi vent’anni, una emozione per i prossimi cento, aperta ad ogni confronto, la terra d’Irpinia racconta, Luigi Moio ci rende partecipe del suo canto! (Questa scheda è di Angelo Di Costanzo)

Sede a Mirabella Eclano, Via San Leonardo. Tel e fax 0825.449321. www.quintodecimo.it; info@quintodecimo.it. Enologo: Luigi Moio. Ettari: 10 di proprietà. Bottiglie prodotte: 30.000. Vitigni: aglianico, fiano, falanghina e greco.

La scheda precedente del Taurasi 2004 Vigna Quintodecimo

3 commenti

  • […] Vigna Quintodecimo 2004 Taurasi riserva docg sembra essere il primo su Luciano Pignataro […]

  • Angelo D.

    (31 gennaio 2016 - 10:08)

    Tutto arriva a chi sa aspettare!
    La cosa incredibile è che per Luigi, nonostante i lunghi anni di studio quello è e rimane un mero punto di partenza mentre per certi soloni veniva considerato il punto di arrivo.

  • Paolo

    (3 maggio 2016 - 22:45)

    Da cosa è giustificato un prezzo così elevato? Si tratta di taurasi coltivato in vigne così giovani senza storia, di un vitigno comunissimo, in vigne facilmente accessibili e coltivabili con rese standard. Si sta forse mirando al puro feticisno?

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