Vignali 2003 Aglianico del Vulture doc

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Vignali 2003 Aglianico del Vulture doc

«Ok gente, le vacanze sono finite da un pezzo, la scuola è ricominciata, ma dobbiamo tornare indietro per una ripetizione. Perché? Perché mi sono imbattuto in un vocabolo di cruciale importanza nel lessico dei vini italiani, finora trascurato. La parola è Aglianico, uno dei maggiori vitigni a bacca rossa del Sud Italia». Inizia così un articolo che potrebbe cambiare il destino di parte della viticoltura meridionale, pubblicato esattamente una settimana fa dal critico americano del New York Times, Eric Asimov, che riporta i risultati di un panel svolto con 25 vini provenienti dalla Campania, dalla Basilicata e dalla Puglia. L’analisi è molto interessante perché contraddice tanti luoghi comuni sul cosiddetto «gusto internazionale» in nome del quale è stata immolata l’eleganza a favore della concentrazione e dell’alcol per non dire dell’aggiunta di uve internazionali, non sempre lecita in alcuni disciplinari, citiamo Brunello, Amarone e Nobile che sono nella bufera da qualche mese. Invece Asimov sembra preferire decisamente vini non asfissiati dal legno eccessivo, capaci di farsi attraversare dallo sguardo degli appassionati. Ma, sopra ogni considerazione, resta decisivo il rapporto con il prezzo. Per questo il vino che ha avuto la migliore valutazione è il Vignali 2003 della Cantina di Venosa: «Vale – scrive Asimov – i suoi dieci dollari. L’abbiamo trovato fitto e pulito con i classici marcatori dell’Aglianico: ciliegia, mineralità e cuoio». Anche noi, da sempre accesi fan della cantina lucana presieduta da Teodoro Palermo, siamo tornati su questa annata che, nei vini base quale è questo, sotto cioè il Carato Venusio e il Madrigale, paradossalmente ha aggiunto naturalmente un po’ di materia alla frutta lavorata senza forzature in cantina. Un altro vino, che ha sostanzialmente gli stessi parametri, è l’Aglianico del Taburno di Mimmo Ocone, anche questo base. Così il Cretarossa de I Favati. Un giudizio così preciso obbliga a ripensamenti, almeno a chi è interessato al mercato anglosassone. Favorire cioè l’espressione più immediata del vino e della sua annata senza forzare con legni, residui zuccherini, potature di stile talebano: in fondo il vantaggio di stare al Sud è proprio questo. Cercando di prendere la palla al balzo della ricerca di novità dopo l’alluvione di vitigni internazionali che non hanno con il territorio il rapporto costruito dai francesi nel corso degli ultimi decenni. Cabernet, Chardonnay e Merlot sono diventate, usiamo l’espressione del professore Attilio Scienza alla presentazione del progetto Aglianico dei Feudi, delle commodity al pari del grano e della soia. Il vino, si sa, è però altra cosa.