Villa Matilde, la tradizione del Falerno

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Tani e Maria Ida Avallone

di Monica Piscitelli

La storia di Villa Matilde è legata a doppio filo a quella del Falerno. Negli anni Cinquanta l’avvocato Francesco Paolo Avallone, assistente presso la cattedra di Diritto romano del professore Arangio Ruiz si appassionò alla storia del leggendario vino decantato dai poeti e storici di Roma antica – Catullo, Orazio, Virgilio, Plinio, Marziale, solo per citare quelli più noti – e cominciò a chiedersi perché mai del Falerno non restassero che le squallide botti e bottiglie accatastate sotto il sole in vendita ai lati della strada che costeggia il litorale domizio.

Salvo il lavoro al tempo intrapreso dalla famiglia Moio di Mondragone, l’antica Sinuessa, del Falerno non restava (e in parte ancor oggi, nonostante il moltiplicarsi di produttori di qualità e le iniziative di rilancio) che un fantasma troppo ingombrante per essere semplicemente scacciato dalla mente. Nel 1960, un po’ per una sfida e un po’ per la sua passione per la campagna, l’avvocato decise di acquistare la fattoria di Cellole (Caserta) dove oggi sorge Villa Matilde. Con sua moglie Matilde Bracci, alla quale dedicò simbolicamente la nuova impresa, dal 1976, iniziò a imbottigliare le sue prime bottiglie di “Falerno Avallone”.

La storia: Falerno Avallone, 1977 - foto m.p.

Cosi’ recita la bottiglia dalla etichetta nera di sapore bordolese che mi mostrano Salvatore e Maria Ida, gli eredi dell’impresa, durante la mia visita.
Dal 1987 i due fratelli, affiancati in vigna dall’agronomo Pierpaolo Sirch e in cantina dall’enologo Riccardo Cotarella, hanno assunto il timone di quella che è una delle realtà vitivinicole storiche della Campania. Dagli uffici di Villa Matilde – lei alle relazioni pubbliche sul mercato domestico, e lui impegnato nello sviluppo della strategia di sviluppo della azienda e alle relazioni sul mercato internazionale – lavorano in accordo confrontandosi di continuo sulle scelte più importanti. Come condurre, raccontano, il prossimo anno, l’azienda nel suo complesso a sfiorare quota 1 milione bottiglie..
Dalle 5-6000 bottiglie degli esordi, realizzate sotto una gestione che Salvatore non ha difficoltà a definire sospinta più dalla passione che da un’autentica consapevolezza di voler fare impresa, si è passati alle 450000 attuali (dato di Cellole). L’azienda conta circa 110 ettari di proprietà, divisi tra i 70 coltivati a Falanghina, Aglianico, Piedirosso, Primitivo e quelli a uliveto (circa 2 ettari), frutteto e orto.

I vigneti di Villa Matilde

Per continuare lungo il cammino di “una crescita progressiva, solida”, come sintetizza i 34 anni di storia della azienda, Maria Ida, oltre il suddetto incremento del numero di bottiglie, e ferme restando “la qualità e una politica dei prezzi è stato uno dei punti di forza della azienda” gli Avallone procedono in maniera razionale nello sviluppo di una strategia di medio e lungo termine. Un approccio che in pochi imprenditori vitivinicoli del Sud danno prova di dominare.
Negli anni Novanta, dallo storico cuore aziendale nel casertano, l’azienda si è estesa verso Irpinia e Sannio dove sono nate la Tenuta D’Altavilla e la Tenuta Rocca dei Leoni, rispettivamente di 30 e 25 ettari. Da quel momento ai vigneti di Parco Nuovo e San Castrese, nell’agro di Cellole e Sessa Aurunca, che, iscritti all’albo della Doc Falerno del Massico e alla Igt Roccamonfina danno vita ai Falerno bianco e rosso base, alla Falanghina, al Cecubo, all’Eleusi e ai cru Caracci e Camarato, si sono affiancati le etichette che si avvalgono delle tre Docg campane oltre a quelle che provengono da vigneti iscritti alle Doc Taburno e Sannio.

Salvatore Avallone nella Tenuta San Castrese - foto m.p.

I terreni di San Castrese, dove si trovano le belle vigne di Caracci e Camarato (entrambe con viti con poco più di 30 anni di età) si sviluppano su due collinette cui fa da quinta il vulcano di Roccamonfina. Da qui la vista spazia dai Monti Aurunci al Massico. Nel mezzo la sagoma bassa e ampia del vulcano sul cui fianco, giocando con quello del Massico, si incuneano le correnti che pettinano i filari in direzione mare fino alle primissime ore del mattino e, poi per inversione della termica, in senso opposto durante il giorno.
Le vigne, tutte nel raggio di 8 chilometri dalla fattoria sono lussureggianti e circondante da ulivi e alberi da frutta. L’azienda da diversi anni si è orientata, spiega Salvatore Avallone, al contenimento dei fabbisogni energetici. Il progetto “Impatto zero”, poi, va anche oltre questo obiettivo e prevede che entro il 2011 l’azienda diventi del tutto autonoma. Già dalla fine di questo luglio, ultimati i lavori di ristrutturazione, Villa Matilde vedrà a regime una serie di interventi tesi ad ottimizzare, in funzione energetica, gli impianti e tutte le strutture aziendali. Intanto prosegue l’attività della foresteria di Villa Matilde, uno dei primissimi Relais del vino della Campania, una struttura che beneficia della presenza del piacevole ristorante in stile campagnolo dal quale si possono ammirare le stanze di elevazione dei vini e che propone piatti della tradizione locale e prodotti della tradizione casearia mondragonese.
Falerno del Massico bianco Doc Caracci 2007
Caracci è un vino che associo a una piacevole visita al Parker’s hotel di alcuni anni fa. Ricordo: alcuni piatti di Baciçt, alias Vincenzo Bacioterracino, resident chef dell’hotel della panoramica Corso Vittorio Emanuele di proprietà della famiglia Avallone. Servito fresco sottolineò in maniera sublime la colazione di lavoro, con la sua eleganza, ma anche con il suo tratto deciso. Resta tra le etichette mie preferite quando penso a un bianco non cervellotico, appagante. Complice il ricordo di quella giornata.

Il Caracci 2007 foto m.p.

Ritrovo il Caracci millesimo 2007 in degustazione al ristorante di Villa Matilde ed è l’incontro con il vino che avevo lasciato. Mi vien spontaneo considerare, mentre lo sorseggio, quanto sia importante avere nel panorama delle aziende della regione, questo genere di realtà: affidabile, confortante. “Nessun mal di mare su una simile portaerei del vino perfino nelle vendemmie più tempestose”.
Come sottolinea il nome, questa etichetta è un cru, uno dei due cru di Villa Matilde nati nel 1981 nel 1989, in quanto proviene da quel fazzoletto di vigna coltivata a guyot che, nel mezzo del saliscendi di filari della Tenuta San Castrese potrete distinguere per il colore rossiccio della terra. Gli Avallone, che vendemmiano per circa il 50% a macchina, questo vigneto lo trattano a mano.
Il vino è paglierino carico e consistente. Al naso ha un profilo netto, tagliente per via di una mineralità marcata e morbido per la ricchezza della frutta a polpa gialla e fresca. E’ tendenzialmente sui toni esotici, ma con una prontezza che fa pensare al mango e all’ananas non troppo matura. In bocca il lieve passaggio in legno (una parte del vino fermenta per 20 giorni in barriques di Allier di media tostatura e poi matura ancora cinque mesi in legno piccolo) ha donato quel tanto di eleganza che merita un cru. Il vino ha una costanza espressiva incredibile: dal primo all’ultimo sorso è appagante, fresco e giustamente sapido. Con il suo equilibrio, finisce lungo e con una chiusura asciutta e un lieve un ricordo sapido e di pera croccante.

2 commenti

  • ENRICO MALGI

    (31 luglio 2010 - 18:10)

    Ottima performance, come al solito Monica. Il Falerno, vino “severus, ardens e fortis”, donato alla terra del Massico dal dio Bacco tremila anni fa, in epoca Romana era un vero mito, come tutti sanno. Ed era molto longevo, tanto che nel Satyricon di Petronio si racconta che al banchetto di Trimalcione fu servito un Falerno di 100 anni! Virgilio nelle “Georgiche” afferma che: “Nec cellis ideo contende Falernis”. Marziale di rimando afferma prima: “Non voglio soltanto rubare i baci della donna che amo bevendo dalla sua coppa, ma baciare le labbra di vecchio Falerno”. Poi dice: “Se si voleva bere del vino comune, bisognava spendere appena un sesterzio; per un buon vino se ne potevano spendere due; se invece si voleva bere il Falerno, allora si dovevano sborsare almeno sei sesterzi”. Orazio, invece, si rammarica di dover offrire al suo amico Mecenate soltanto del Caleno al posto del più pregiato Falerno. Mi fermo qui, ma si potrebbe continuare all’infinito, disquisendo su questo leggendario vino. Abbracci.

    • monica

      (31 luglio 2010 - 19:25)

      Sempre dotto nei tuoi interventi. Bellissimo! Ci sarebbe cosi’ tanto da ricostruire! Parlarne fa bene al falerno che per un momento è sembrato al centro della attenzione della politica regionale. vediamo come andrà…

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