Vini Buoni d’Italia 2009, un po’ di note sparse

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di Gaspare Pellecchia*

Un po’ di note sparse trascritte direttamente dal mio taccuino (e perciò personalissime), su alcuni vini provati in questi giorni di intense degustazioni.Dalle verticali di Coda di Volpe tenutesi alla Fabbrica dei Sapori a Battipaglia ecco Vadiaperti, la sua 2002 inizia a dare i primi segni di cedimento, la 2004 è invece una bevuta tipica e criptica del territorio di appartenenza, la 2006 è bella e floreale; Tenuta del Cavalier Pepe, la sua Coda di volpe è meno territoriale e più usuale di quella precedente: tra la floreale 2005, la bella 2006 e la fresca 2007 ho preferito quest’ultima (devo dire che, più che per questo vitigno, l’azienda mi ha profondamente convinto per il suo eccellente lavoro sul Fiano di Avellino).Passiamo alle degustazioni dell’Explanade (qui un ringraziamento a Diodato Buonora). La Pietra di Tommasone, che bella gamma di bianchi! Mazzella, ottimo il suo lavoro sul Biancolella; il Facetus 2001 viaggia a 1000, ve l’assicuro, ma a me, personalmente, non mi esalta; buona invece la Falanghina di Cantina del Taburno, ma splendida resta, diciamocela tutta, come sempre, la Falanghina di Nifo. Passiamo ai Fiano di Avellino: Colli di San Domenico: è magnifico e tipico il loro prodotto; il Ripa Alta è un altro piccolo grande capolavoro di eleganza di Villa Raiano. Mi ha convinto anche il Pendino, dei Colli di Castelfranci. La Molara, altro bel Fiano; Urciuolo, mamma mia che Fiano: tipico, noccioloso e perciò da manuale; buona anche la versione passata a legno di Terredora; ho trovato invece un po’ chiuso il More Maiorum ’99 di Mastroberardino. Ora due parole sul Cirò, un sorso potente da riscoprire, un vino la cui evoluzione in affinamento ci regala, già dopo soli quattro anni, emozioni inaspettate, una doc vigorosa e di grande spessore: su tutti il Liber Pater magnifico calice firmato da Ippolito. Adesso parliamo un po’ del Re, l’Aglianico… Miervini mi ha convinto per il suo ottimo lavoro, un Irpinia doc pulito, coerente: tipica frustata acida in ingresso al palato, bocca pulita, ritorni di prugna fresca, esemplare! Cinque Querce, parliamo del base, è un po’ deludente. Eccellente il base di Di Meo, un Aglianico in purezza, 2005. Strabiliante l’Aglianico 2006 base di Grotta del Sole (azienda che ha, invece, deluso le mie aspettative sugli altri suoi, più logici, vini…). Su tutti due eccellenze: il 2005 base di Contrade di Taurasi (impeccabile, puntuale e tipica interpretazione di questo difficile vitigno) e quello di Ciro Picariello (lavora sempre meglio).Per finire, una bella batteria di Taurasi. Vesevo, brilla il calice, è potenza pura al naso che vibra sulle note più autentiche del vitigno, interpretate secondo un’elegante partitura boisé; in bocca questo docg 2003 mi ha convinto per la sua ricchezza espressiva: una bomba di Taurasi, insomma! Il Cinque Querce 2003, anche nel suo naso piuttosto banale, convince molto. Mi è piaciuto, e mi ha anche un po’ confuso, invece, il 2004: i Molettieri da un anno all’altro hanno nuovamente mutato registro sui protocolli del loro gioiello aziendale; ne esce questo loro Taurasi 2004, dotato di una nuova, grandissima, eleganza; tipico eppure particolare, da provare. Perillo, dal canto suo, si difende ma non svetta. Pasqualino Di Prisco: come fa non si sa, ma il suo è un Taurasi antico, splendido, che grida: “uva-uva-uva”, un frutto di grande qualità sorregge la beva fresca, intrigante, memorabile e poco legnosa. Una chicca conclusiva, Anna Bosco fa una Barbera che sa appena di Moscato (ma di Moscato dentro non c’è una goccia: ho sbagliato allora, non è una chicca, è un sannitico sorso, tipico e incantevole).A presto!

*Presidente dell’Associazione Terra di Vino