
La degustazione della Campania: Mario Busso, Aurora Endrici, di lato Riccardo Modesti. Di spalle Claudia Moriondo (Foto Lorenza Vitali)
Se permettete, la prima critica alla selezione dei vini fatta da Vini Buoni d’Italia me la faccio io: scorrendo la lista delle corone di Campania, Calabria e Basilicata sembra essere indietro di qualche anno. E’ stata questa l’edizione in cui sono tornati i nomi già affermati che non hanno lasciato spazio agli outsider anche se qualche sorpresa tra i finalisti non è mancata e in guida troverete sicuramente appagante turn over.
Qual è il motivo di questi nostos omerici? Della strage di Proci? Noi non abbiamo fatto nulla per aiutarlo, ve lo assicuro: le degustazioni a Paestum sono state rigorosamente coperte mentre nelle finali nazionali svolte a Telese in provincia di Benevento è stata applicata la regola secondo la quale il coordinatore non vota, ma si limita a presentare la regione. Io ho rivoluzionato la degustazione che parte dal bianco e arriva al rosso, iniziando invece dai Taurasi e dall’Aglianico, poi passando a Fiano e Greco, ritornando ai rossi campani e chiudendo con gli altri bianchi. Uno zig zag che ha dato buoni risultati perché la Campania si piazza immediatamente alle spalle delle superpotenze Toscana, Piemonte, Veneto e Friuli con quattordici corone. Ho persino rinunciato a giocare il jolly, cioé ad assegnare una corona, l’unica consentita al coordinatore, perché il lavoro della Commissione mi è apparso equilibrato e non ho ritenuto giusto forzare la mano.
Anche per la Calabria e la Basilicata si può parlare del ritorno del classico: Paternoster, Alovini di Oronzo Alò, Macarico, Librandi, Ippolito.
Sapete cosa? L’effetto crisi.
In effetti l’onda lunga della crisi del vino, con l’eccedenza dell’offerta costantemente superiore alla domanda, si bacia con l’onda della crisi economica. In questi frangenti chi ha avuto l’opportunità di capitalizzare in passato, intendo anche in esperienza produttiva e commerciale, età dei vigneti, attrezzature in cantina, ha sicuramente maggiori possibilità di affrontare il momento difficile. In qualche caso queste aziende hanno affrontato periodi ben più critici come la guerra. Credo che questa sia la spiegazione base di questo fenomeno: anche il consumatore, l’operatore, di fronte all’alluvione di etichette, preferiscono rifugiarsi nei marchi già affermati, quelli che si vendono con maggiore facilità.
Tutta questa situazione non può non avere un riflesso anche nella qualità della proposta perché parliamo di aziende familiari dove la vita produttiva è molto più facilmente influenzabile e modificabile.
Quanto all’analisi per territorio meridionale, la sintesi delle criticità è questa.
Nonostante sconcertanti fenomeni, come quello del tutti che fanno tutto per tutti, l’assenza di associazionismo efficiente, l’inesistenza di una rete turistica appena degna di questo attributo, il navigare a vista vedendo quel che fa il vicino, l’Irpinia si conferma ormai territorio leader grazie alla qualità indiscussa dei prodotti. Una qualità leggibile non solo a chi la conosce ma anche all’esterno. In particolare i due bianchi, Fiano soprattutto, hanno davvero spiazzato e colpito. Bene anche i Taurasi, ma non con la stessa faciltà. Favorisce questo trend positivo la tendenza all’alleggerimento dei legni in corso in provincia di Avellino.
Il Beneventano si mantiene con i nomi storici, Mustilli e Ocone, che si affermano con il Piedirosso, un altro segno dei tempi. Ossia della voglia di vini freschi, non concettuali, abbinabili. Qui alcune piccole cantine continuano ad avere problemi di pulizia olfattiva e notiamo una sorta di passo indietro nella media dei vini presentati.
Stesso discorso per il Salernitano, con la triade De Concilis, Maffini e Marisa Cuomo. Alle loro spalle bravi produttori come Apicella, Sammarco Ettore e soprattutto Rotolo che ha colpito l’immaginazione con la versione 2008 del suo Valentina. Il Cilento si conferma ottimo terroir soprattutto perché le aziende sembrano avere idee chiare sullo stile e non lo modificano in continuazione.
A Caserta c’è una fase di stasi, torna il Falerno. Ma è la provincia che ha la proporzione più bassa tra i finalisti e le corone, anzi la corona. Anche qui troviamo problemi di pulizia olfattiva.
Napoli continua ad essere la provincia assente alle finali: nessun vino supera l’asticella degli 85 punti. Eppure Falanghina e Piedirosso hanno dalla loro semplicità, come pure il Biancolella d’Ischia. Domanda ontologica: forse non dobbiamo aspettarci i 300 all’ora da tutti i tipi di vino. A ben pensarci, resta la provincia più tipica e saldamente legata ai suoi idealtipi produttivi.
La Basilicata attraversa un momento negativo, quasi un ritrarsi dopo le aspettative maturate alla fine degli anni ’90. Lo annunciò con anticipo qualche anno fa sul Gambero il bravissimo Luciano Di Lello e in effetti fu buon profeta: per me, se posso azzardare un paragone, il Vulture dovrebbe stare all’Irpinia come la Valtellina al Barolo. Ossia l’Aglianico lucano, più morbido e meno esasperato, dovrebbe giocare in finezza, eleganza, bevibilità, capacità di conquistare con parole semplici l’appassionato. Invece si insegue ancora il modello Supertuscan con vini concentrati, pieni di legno, difficilmente risolvibili negli anni. Ma c’è di più: nei bianchi subentra lo strano fenomeno della importazione di vitigni come il traminer e lo chardonnay sicché alcuni produttori mi ricordano l’ultima scena di Thelma e Luise. Insomma, non si ha fiducia nel proprio patrimonio, nella grande tradizione, si orecchia invece di studiare il mercato. A quando un Albana di Romagna a Maschito?
Stesso discorso per la Calabria, dove i produttori sono impegnati a fare troppi ‘nguacchi, ciascuno convinto di avere la ricetta giusta per fare il vino migliore del mondo. Eppure, ache in questo caso, il Gaglioppo cerca la finezza e la bevibilità, la lenta maturazione. Il Magliocco ha enormi carte da giocare, il Greco Bianco e il Pecorello sono vitigni capaci di dare molte soddisfazioni.
In Puglia c’è la risalita del Primitivo di Gioia e dei rosati del Salento: anche in questo caso a tirare la carretta sono nomi storici, affermati negli anni. Qui sembra esserci più chiarezza sull’uso degli autoctoni come carta vincente dopo gli schiaffi commerciali e culturali ricevuti negli anni passati. Molti produttori hanno adottato il Fiano riuscendo a capire quello che sfugge ai loro colleghi limitrofi lucani.
La Sicilia salva l’Etna dal mare di omologazione in cui ha scelto di nuotare beatamente e popputamente negli anni ’90. Ma qui davvero non possiamo parlare più di potenzialità, bensì di realizzazione di uno stile grandioso, capace di affascinare e colpire positivamente gli appassionati con la biodiversità del territorio e delle sue uve. Confesso il mio amore sviscerato per questo vulcano.
L’Abruzzo sembra essere regione maggiormente in stato di grazia nonostante la perdita di Valentini e Masciarelli. Al binomio Montepulciano e Trebbiamo si sono affiancati piacevolmente Pecorino e Cococciola, la regione ha ormai un suo stile consolidato e riconoscibile, vini longevi, ottimi prezzi. Si candida a leader.
Complessivamente dunque il Mezzogiorno sembra essere ben affidabile in alcuni territori ormai consolidati, in cerca di autore in altri. Ma non c’è dubbio che sia qui lo scrigno ampelografico e territoriale a cui attingere nell’immediato futuro.
Crescono le critiche sulle Guide cartacee e sui metodi di valutazione. Direi che sono due cose distinte che non vanno accomunate in alcun modo.
La Guide cartacee sono destinate a durare ancora anni, ma dovranno coabitare con internet e la rete, proprio come succede negli altri paesi. Questa in fondo è la verità rispetto al passato anche recente, la nascita di una pluralità di punti di vista, che prima comuque esistevano solo nel parlato e nel tam tam del circuito enogastronomico.
Quanto ai punteggi, ipercriticati, c’è da dire che nessuno ha sinora inventato un modo migliore per analizzare i vini. Io li prendo come un fermo immagine ben curato. Un punto da cui ripartire, quel senso di riassunto ancora impossibile da trovare nel web, più ricco di spunti che di quadri esaustivi o comunque con l’ambizione di esserlo.
Di questa guida mi piace comunque la assoluta libertà lasciata nelle selezioni da parte dei due curatori, Mario Busso e Luigi Cremona, una sostanziale leggerezza dell’essere nell’affrontare le finale, l’avere alle spalle un editore come il Touring che apre a pubblici diversi, la competenza e la passione dei coordinatori regionali.
Ah, si. Nasce a settembre L’OSSERVATORIO SULL’INVECCHIAMENTO DEI VINI BIANCHI DEL SUD
Ma di questo parleremo in seguito. Intanto ci limitiamo all’effetto annuncio.













