Vini da vigne storiche campane, l’elenco ufficiale. Una buona idea per Pasqua

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Luigi Tecce, Flavio Castaldo, Antonella Lonardo e Daniela Di Gruttola

Una idea per bere la Campania in modo diverso può essere scegliere i vini ottenuti da uve raccolte in vigne storiche, ossia con almeno una quarantina di anni di età. Per farlo basta fare riferimento alla pubblicazione presentata un paio di settimane fa dall’Osservatorio dell’Appennino Meridionale prsieduto dal professore Aurelio Tommasetti e diretto da Raffaele Beato, un vero e proprio catalogo di biodiversità messo a punto dopo alcuni anni di lavoro e di ricerca da questo ente che vede la partecipazione della regione Campania e dell’Università degli Studi di Salerno.
E partiamo proprio dalla provincia di Salerno, dove Giuseppe Apicella a Tramonti presenta ’a Scippata, ottenuta da uva Titnore tipica dell’areale dei monti lattari. Sempre nella stessa area c’è il mitico Furore riserva di Marisa Cuomo (piedirosso e aglianico), Monte di Grazia a Tramonti con l’omonimo rosso e Reale con i suoi quattro vino: il rosato Getis, l’Aliseo bianco e i rossi Cardamone e Borgo di Gete


A Napoli i protagonisti sono Agnanum di Raffaele Moccia con i due Piedirosso e le due Falanghina, Antonio Mazzella a ischia con il Vigna del Lume, Grotta del Sole con i due Piedirosso (Montegauro e il base), Iovino e La Sibilla con il Piedirosso.


Molto ricca anche Caserta: I Borboni con i tre Asprinio (base, frizzante e spumante), Castello Ducale con il Pallagrello Nero, Contessa Ferarra, Papa con il Campantuono, Regina Viarum con il Barone e Vestini Campagnano con Asprinio.

Due sole, invece le cantine a Benevento: Cantina del Taburno con il Bue Apis e Masseria Frattasi con il Karnios, il Nyphis Sacrae, il Donnalaura, Taburno, Bonea e Moscato di Baselice.


Infine Avellino. Cantina Giardino è presente con Le Fole, Drogone, Nude e Paski: del resto Daniela e Antonio Di Gruttola hanno fatto di questa filosofia l’asse portante della ricerca e della proposta enologica. Lonardo ha il Grecomusc’, Colli di Castelfranci presenta il Paladino, Cortecrbo con il Taurasi Antyco, Feudi di san Gregorio con il Serpico e Tecce con il Taurasi Poliphemo.

Come vedete, ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche: dolci, bianchi, rosati, spumanti e rossi, giovani e invecchiati. Il motivo è semplice, la Campania ha una enorme ricchezza varietale e nella dorsale appenninica le tradizioni sono state sicuramente conservate meglio perché la produzione era sostanzialmente destinata all’autoconsumo nella maggior parte dei casi.
Ecco un caso in cui l’ente pubblico ha un ruolo concreto positivo: sostenere la ricerca con intelligenza invece di inseguire la visibilità fine a se stessa. Che in enologia è addirittura controproducente.