I vini Montevertine a Cap’alice

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Montevertine
Montevertine

di Luca Miraglia

Evento doveva essere ed evento è stato.

Come agevolmente prevedibile, l’arrivo a Napoli di uno dei nomi di vertice del panorama vitivinicolo nazionale, l’azienda “Montevertine” di Radda in Chianti – concretizzatosi grazie all’appassionata perseveranza di Marina Alaimo ed alla disponibilità di una location particolarmente accogliente, come l’enosteria Cap’alice di Mario Lombardi – ha generato una corsa alla prenotazione dei pochi posti disponibili ed un pressoché immediato “sold out”.

Montevertine
Montevertine

L’attesa degli appassionati era grande e ad essa ha corrisposto il forte desiderio di Martino e Liviana Manetti, proprietari dell’azienda, di tornare a Napoli dopo ben dodici anni dalla loro prima e fino a ieri unica gita sotto il Vesuvio, di cui anche allora il sottoscritto fu testimone.

D’altra parte come non attendere con ansia l’assaggio di una trilogia di vini che hanno fatto, insieme a pochi altri, la storia della vitivinicoltura toscana degli ultimi decenni, conferendole – specialmente negli anni bui del Chianti, vilipeso ed offeso da produttori senza scrupoli che inondavano il mercato di roba imbevibile ed a bassissimo costo – nuova dignità ed attenzione da parte della critica più esigente, col tempo convintasi del “miracolo” Montevertine.

Questo miracolo ha senza dubbio due autori, che hanno rappresentato una combinazione alchemica di menti e cuori dediti a rendere i loro sogni realtà: Sergio Manetti, un passato di industriale siderurgico a Poggibonsi, e Giulio Gambelli, probabilmente il più illuminato ed innovativo fra gli enologi toscani.

Ma ha anche un nome, ormai assurto al rango di vero e proprio “vino mito”: il “Le Pergole Torte”, di fatto il primo vino ad oltrepassare, insieme ai “supertuscan”, la concezione tradizionale del Chianti così come intesa nell’800 da Bettino Ricasoli, che prevedeva un disciplinare molto rigido con l’utilizzo anche di uve a bacca bianca, segnatamente Trebbiano e Malvasia.

Però, mentre i “supertuscan” propriamente detti strizzavano già l’occhio ai mercati internazionali – essendo sostanzialmente fondati sull’utilizzo di vitigni stranieri quali il Cabernet Sauvignon ed il Cabernet Franc – l’ottica di Sergio Manetti e Giulio Gambelli fu quella di valorizzare appieno, senza commistione alcuna, il Sangiovese chiantigiano (o Sangioveto, nella dizione più tradizionale), vinificandolo in purezza.

Eresia! Come ha ricordato Martino Manetti – figlio e depositario dell’eredità di passione e mestiere di Sergio e di Gambelli, entrambi scomparsi – non bastarono la dialettica ed il carisma paterni a smuovere le ottuse menti delle commissioni di valutazione dell’epoca, cosicchè il vino fu giudicato non rispondente ai canoni produttivi del disciplinare e pertanto non ammissibile alla denominazione “Chianti Classico”.

Gli anni ’80 segnarono quindi, per Sergio Manetti, l’avvio di un percorso in piena autonomia (i suoi erano in origine semplici vini “da tavola”!), che però gli consentì di affermarsi ben oltre i confini nazionali; alfiere di tale successo fu, ovviamente il “Le Pergole Torte”, cui si affiancarono nel tempo non solo il “Montevertine” ed il “Pian del Ciampolo”, assaggiati durante la serata in alcuni millesimi davvero significativi, ma anche altri vini (veri e propri “cru”, in seguito non più prodotti per scelta aziendale) come il “Cannaio” ed il “Sodaccio”, ormai presenti solo nella memoria gustativa di chi ebbe la fortuna di berli.

Non solo: per alcuni anni l’azienda produsse, da un piccolo appezzamento di viti a bacca bianca, un grande vino da invecchiamento (denominato “M”) che non fu però compreso dal mercato; la delusione fu grande ed il vigneto espiantato. Peccato!

Come detto, la produzione, che nel complesso raggiunge all’incirca le 80.000 bottiglie, è costituita esclusivamente dalla terna di rossi presentati nel corso della serata, ben illustrati dagli aneddoti “in lingua” del toscanissimo Martino: il “Pian del Ciampolo”, cosiddetto vino “base”, uvaggio di Sangiovese (90%), Canaiolo e Colorino (5% ciascuno); fermenta in vasche di cemento (“all’epoca si faceva così e non abbiamo mai voluto cambiare”, dice Martino) ed affina per un anno in botti di rovere.

Suo fratello maggiore è il “Montevertine”, stesso uvaggio ma invecchiamento più lungo, sempre in botti di rovere.

Il vertice della produzione aziendale – e, senza tema di smentita, uno dei pilastri dell’enologia italiana – è rappresentato dal “Le Pergole Torte”, Sangiovese in purezza frutto della vendemmia delle vigne più vecchie (alcune risalenti all’epoca di acquisto della proprietà, la fine degli anni’60) e di una selezione rigorosa dei grappoli; anche questo fermenta in vasche di cemento, ma l’affinamento è più complesso ed avviene dapprima in botti e poi in barriques usate.

L’unicità di questi tre vini nasce dalla fusione di molteplici elementi: in primo luogo la peculiarità dell’ambiente geografico, ancora abbastanza selvaggio in quanto lontano dalle grandi arterie stradali e ferroviarie; nel comprensorio di Radda, più che altrove, i campi vitati non sono i protagonisti del paesaggio ma solo comprimari in un contesto in prevalenza boschivo. Si viene così a creare una forte interazione fra i due habitat, e quello più selvatico (il bosco), popolato da molteplici essenze vegetali e specie animali, contribuisce in modo essenziale a preservare l’integrità di quello coltivato (il vigneto) e ad arricchirne la personalità.

Altro elemento da considerare è la composizione dei suoli, ricchi di scheletro calcareo e pressoché privi di argilla, che apportano perciò al vino una spiccata mineralità, ritrovata sia al naso che al sorso di tutte le tipologie assaggiate.

Né vanno, infine, sottovalutate la felice esposizione dei vigneti – che garantisce alle uve un buon irraggiamento solare nella fase di maturazione – e l’altitudine dell’areale di Montevertine – oscillante tra i 420 ed i 450 metri – foriera di significative e preziose escursioni termiche.

Poche volte è capitato, durante le numerose degustazioni organizzate grazie all’instancabile passione che Marina Alaimo ha profuso nei tre anni di vita del ciclo “Storie di vini e vigne”, di trovare in tutti i vini un comune denominatore così forte e caratteristico: in questo caso, quel denominatore è rappresentato dall’estrema eleganza.

Sì, un’eleganza che non abbiamo scorto soltanto nelle annate meno giovani – in cui i tannini scalpitanti del Sangiovese sono stati mitigati dallo scorrere del tempo, fondendosi in un equilibrio di rara finezza – ma anche in quelle appena messe in bottiglia, in cui l’espressività e la forte personalità del vitigno non sovrastano mai la trama dei sentori tipici, a volte floreali, in alcuni casi di frutta rossa croccante, e di onnipresente mineralità, che costituiscono, in definitiva, la spina dorsale di questi vini.

Va notato che, in una scala crescente di complessità, tutti raccontano il loro territorio con accenti inconfondibili, da quelli più semplici del “Pian del Ciampolo” 2014, scattante e sottile, alla spiccata ma nel contempo equilibrata verve del “Montevertine” (presentato nei tre millesimi 2013, 2009 e 2004), per giungere alla maestosa austerità del “Le Pergole Torte”, di cui sono state degustate le annate 2013 (vino “da lunga galoppata nel tempo” secondo Martino) e 2006, ancora giovanissima seppur molto coinvolgente (“associa l’eleganza alla rusticità, ambedue tipiche del Sangiovese di Radda”, sempre con le parole del titolare).

Un tale parterre enoico non poteva essere accompagnato che da grandi pietanze, ed ecco quindi un classico ragout napoletano con le tipiche “candele” spezzate; a seguire un tris di interpretazioni della carne di maiale nero casertano, presentata sotto forma di salsiccia al miele di castagno, di involtino di capocollo con pomodorini del Vesuvio, nonché di filetto in crosta di guanciale, fritto con estrema leggerezza.

La cena si è conclusa con un flan di cioccolato fondente al peperoncino, guarnito da salsa all’arancia.

Serata davvero indimenticabile, conclusa dalla promessa dei coniugi Manetti di non fare attendere altri dodici anni gli appassionati partenopei, desiderosi di sognare ancora, attraverso i loro vini, le magiche atmosfere della campagna toscana.

 

2 commenti

  • Sabino Berardino

    (20 maggio 2016 - 19:27)

    bene !
    la grande Toscana in trasferta a Napoli: son contento che ne sia valsa la pena (di aver fatto da Ambasciatore, mettendo in contatto Liviana, e quindi Martino, con Marina) e son contento che tutti, anche Liviana e Martino, sian rimasti contenti !
    ad majora !
    ;-)

  • Marina Acino Ebbro

    (22 maggio 2016 - 19:46)

    Grazie Sabino, con Martino e Liviana è nata subito un’ottima intesa. Napoli li ha accolti come sa fare essendo città aperta e dal cuore caldo. A Cap’alice sul finire della serata c’è stata una standing ovation per i vini, ma sopratutto per il personaggio. La sua sensibilità e la concretezza sono arrivate in maniera molto diretta agli ospiti creando una energia bellissima. Sicuramente da ripetere.

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