Vinitaly, cento vitigni all'ombra del Vesuvio

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13 aprile 2002

Sapete quanti sono i vitigni campani dai quali nascono le grandi bottiglie? Appena cinque. E sapete quanti ne vengono utilizzati dai produttori? Appena dodici. Ma sapete quanti ce ne sono dal Garigliano al Mingardo? Oltre cento. E sapete quante sciocchezze ci sono in circolazione su questi argomenti? Migliaia. Il barocco scrigno genetico della vite all’ombra del Vesuvio, cioé la nostra biodiversità da difendere nel bicchiere contro il secchio della globalizzazione, è stato aperto grazie al programma dell’assessorato regionale all’Agricoltura e della Facoltà di Agraria di Portici coordinato da Michele Manzo e Antonella Monaco. Nel volume appena pubblicato in occasione del Vinitaly di Verona sono stati descritti e studiati nei dettagli ben trentaquattro vitigni e alcuni, come il repella, ripolo, fenile, ginestra, pallagrello bianco e rosso e casavecchia sono già stati raccomandati nelle rispettive province di diffusione: i primi quattro a Salerno, gli altri a Caserta. Le scoperte? Il caprettone e il pallagrello non hanno nulla a che vedere con la coda di volpe, esistono falanghine molto diverse fra loro, come quella dei Campi Flegrei e quella del Beneventano, il piedirosso e il piedirosso irpino sono due vitigni distinti, l’olivella non è sciascinoso, il santa sofia non è fiano, il san nicola è biancolella, il biancazita non è falanghina ma ginestra. Infine si scopre l’identità tra asprinio e greco. E il vino della settimana? Di fronte a questa rivoluzione copernicana non possiamo che affidarci al Taurasi 1968 di Mastroberardino. La certezza di un classico, le certezze di un anno straordinario, dopo il quale è stato possibile vivere e crescere senza schemi rovistando oltre le paludate apparenze. Forse per questo il ’68 di Mastroberardino è il più giovane dei vini degli anni Ottanta.