Vitigni autoctoni o internazionali?

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un vigneto ischitano – foto di Sara Marte

di Enrico Malgi

Autarchia o globalizzazione? E’ meglio usare vitigni autoctoni o internazionali nella viticoltura italiana? Da molti anni si dibatte su questo spinoso argomento che divide tutto il mondo vitivinicolo nazionale. C’è chi sostiene a spada tratta la necessità di far uso di varietà alloctone, per migliorare qualitativamente la produzione dei nostri vini e chi invece si batte per l’affermazione di un progetto autoctono.

Il fenomeno dell’incremento ampelografico internazionale in Italia si è sviluppato in modo esponenziale subito dopo lo scandalo del metanolo del 1986 e da allora si è innescato un processo rivoluzionario che continua ancora ai tempi nostri. E dire che l’Italia è il Paese al mondo che possiede più vitigni autoctoni di tutti gli altri e, quindi, teoricamente non avrebbe nessun bisogno di utilizzare specie varietali estere. Che poi, a pensarci bene, vuol dire soprattutto impiantare ceppi di provenienza francese, a parte piccole quantità di vitigni tedeschi nella viticoltura altoatesina, come il kerner, il riesling, il sylvaner, il gewurztraminer e il Muller Thurgau, che comunque insistono sul territorio da molto tempo, anche per affinità di lingua e di cultura.

Per puro paradosso, proprio la Francia è la nazione che possiede meno vitigni autoctoni, ma quelli a disposizione sa sfruttarli molto bene sul suo territorio, valorizzandoli al massimo attraverso i finages e i climats, cioè quelle determinate aree di produzione dei vini locali dalla spiccata tipicità, per cui appena assaggiati anche i meno esperti possono subito riconoscere un Cabernet bordolese, un Pinot nero borgognone, un Riesling alsaziano, un Syrah della Valle del Rodano o uno Chenin blanc della Loira.

E poi i francesi sono molto bravi ad esportare le barbatelle in tutto il mondo vinicolo, dalle Americhe all’Africa, dall’Australia alla Nuova Zelanda, dall’Europa all’Asia. Mentre sul suolo nazionale difficilmente attecchisce qualche specie alloctona. E d’altronde i nostri cugini d’Oltralpe, come si sa, sono famosi per il loro sciovinismo, che li porta a considerare tutto ciò che fa parte del patrimonio nazionale come un bene primario da difendere ad ogni costo, senza intromissione esterna.

In Italia, invece, il discorso è diverso, perché è vero che esistono centinaia di varietà indigene, ma non tutte offrono la certezza di un ottimo risultato finale. E così da alcuni anni su tutto il territorio nazionale, prima timidamente e poi sempre più in modo intensivo, ha preso piede il fenomeno della globalizzazione vitivinicola, anche in quelle regioni dove la viticoltura gode da secoli di una storica e radicata tradizione locale, come il Piemonte e la Toscana per esempio.

Il grande Angelo Gaja ha sperimentato le prime barbatelle di chardonnay nel 1979 con grande successo, tanto è vero  che ancora oggi egli produce in assoluto uno dei migliori e più famosi vini bianchi d’Italia, il Gaia e Rey. E poi, insieme con i grandi rossi ricavati da uva nebbiolo, realizza anche un altrettanto ottimo vino bianco con il sauvignon blanc. Lo stesso dicasi del Marchese Mario Incisa della Rocchetta, piemontese di nascita ma residente in quel di Bolgheri nel Livornese, che si può definire l’antesignano della nuova frontiera, perché è stato il primo produttore moderno che ha dato inizio alla rivoluzione enologica internazionale in Italia, impiantando nella sua proprietà i cabernet sauvignon e franc già a metà degli anni ’40 e successivamente anche il merlot. E la sua più famosa creatura, che gode tuttora ottima salute, è stata il Sassicaia, che ha visto la luce nel 1968! E poi il suo esempio è stato subito seguito in tutta la Toscana, terra comunque privilegiata e patria indiscussa del sangiovese, con cui si producono i famosi vini Chianti, Brunello e Vino Nobile. C’è da aggiungere ancora che nel nord-est d’Italia insistono sul territorio specie varietali di provenienza francese già da molti anni, che si sono acclimatate perfettamente, tanto da essere considerate ormai stanziali.

In conclusione, quindi, si può affermare che l’utilizzo delle barbatelle francesi può essere vantaggioso, laddove i risultati sono soddisfacenti, ma, come sottolineava Orazio, “Est Modus in Rebus”, ci vuole moderazione e non esasperazione, soprattutto in quei territori così vocati alla viticoltura indigena da moltissimi anni, come il sud d’Italia, in cui non mancano vitigni autarchici che danno ottimi vini ed anche per non disperdere il nostro enorme patrimonio ampelografico.