
il tavolo della conferenza da dx Lucio Mastroberardino, Chicco de Pasquale, Luigi de Magistris, Giorgio dell’Orefice, Vito Amendolara, Luigi Moio, Francesco Continisio
Nella sala conferenze dell’hotel è stata presentata l’edizione 2012 di Vitignoitalia: il nuovo claim “Salone dei vini e dei territori vitivinicoli italiani” e tutti i contenuti e le novità del Salone che si svolgerà dal 20 al 22 maggio a Castel dell’Ovo. L’incontro è stato l’ occasione per fare il punto sullo scenario attuale del vino italiano e campano, le opportunità da cogliere e le nuove strategie di Vitignoitalia. Sono intervenuti Luigi Moio, Professore ordinario di Enologia presso il Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università degli Studi di Napoli; Lucio Mastroberardino, Presidente Unione Italiana Vini; Vito Amendolara Consigliere per l’Agricoltura della Presidenza di Regione Campania, Francesco Continisio Presidente nazionale Scuola Europea Sommelier e Chicco De Pasquale, Presidente Vitignoitalia. Ha moderato con ottima cognizione di causa Giorgio dell’Orefice, giornalista di Agrisole – Il Sole 24 ore. La conferenza stampa ha inoltre visto l’intervento straordinario del Sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.
Luigi Moio ha centrato il suo intervento sulla convergenza tra la storia del vino italiano e quella dei rispettivi territori di appartenenza. I vitigni- ha detto il professore, possono viaggiare, adattarsi, i territori no, sono lì, non si spostano, ecco perché l’originalità di un vino è data sì, dal vitigno, ma fondamentalmente dal territorio in cui nasce. Moio è tornato sul concetto di terroir, già definito dai romani circa 3000 anni fa: l’Ager Falernus. L’Italia oggi è conosciuta all’estero più per i territori (Capri, Etna, Vesuvio, costa d’ Amalfi) che, per le uve. Il vitigno storico conferisce originalità , ma da solo non basta. Bisogna ritornare all’identità dei luoghi, alle vocazioni dei suoli e non fare tutto con una stessa uva. La “tuttologia” è il pericolo più grande per la viticoltura italiana: è il Territorio che deve farla da padrone sul singolo brand , in Francia l’hanno capito da un paio di secoli. Solo così il futuro del vino italiano potrebbe guadagnare nuove opportunità di comunicazione e posizionamento sui mercati esteri. Francesco Continisio, ha ripreso l’intervento del prof. Moio, sostenendo la totale impossibilità della viticoltura italiana di giocare una politica di vitigno, ne abbiamo sin troppi ha sostenuto Continisio, ciò che conta è la diversità dei territori, ergo la diversità dei risultati che uno stesso vitigno produce in territori diversi. Per la comunicazione di questo principio diventa fondamentale la figura di un sommelier moderno, profondo conoscitore dei territori e delle diverse espressioni dei singoli vitigni. Un comunicatore a 360° del vino italiano di qualità, capace di esprimersi tecnicamente e con vivacità in diverse lingue straniere. Questa è la figura di sommelier che la Scuola Europea Sommelier sta formando e che ha portato in servizio anche a Vitigno Italia.
Gli interventi istituzionali del Sindaco de Magistris prima e di Vito Amendolara, Consigliere per l’Agricoltura del Presidente della Giunta regionale, poi, hanno teso ad esprimere piena solidarietà e fiducia ad una manifestazione ormai adulta, giunta all’ottava edizione e ricca di grandi novità specificate poi, dall’intervento conclusivo di Chicco De Pasquale, Presidente di Vitigno Italia: grande attenzione ai territori, organizzazione personalizzata dei workshop One to One, in base al paese di provenienza dei singoli buyers; ai più noti e conoscitori del mercato italiano verranno affidati degli office permanenti, dove proseguire ed approfondire trattative iniziate durante il workshop, o, incontrare aziende non inserite nella consueta scheda di appuntamenti.

da sx Antonella Bevilacqua docente Ses, con Alberto Capasso Fiduciario Slow Food Vesuvio, nonché, componente panel Slow Wine e Francesco Continisio Presidente nazionale Scuola Europea Sommelier
Particolarmente fattivo ed incisivo il penultimo intervento di Lucio Mastroberardino, Presidente dell’Unione Italiana Vini sulla situazione del vino campano sui mercati esteri e non solo, lo riportiamo integralmente vista l’elevata qualità del suo contenuto: “Nel mercato estero c’è un grande potenziale, ma se non si fa sistema non c’è chance. Potremo piazzare qualche bottiglia qua e là, ma i riferimenti solidi e stabili per valore d’identità e vendite resteranno sempre gli stessi: Veneto, Toscana, Piemonte, Sicilia, Valpolicella, Barolo, Barbaresco, Brunello, Chianti, Amarone, Prosecco, Soave, Lugana, Pinot Grigio, Nero d’Avola e Primitivo.L’export funziona quando a base c’è una strategia di crescita pianificata, equilibrata. Al momento, in Campania, riesce difficile scorgerla e credere che esista. Oltre la Francia, all’estero, ci sono: Spagna, Germania, Austria, che trenta anni fa esistevano con relativa e limitata presenza, cui si sono aggiunte California, Cile, Argentina, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa, che, addirittura, non esistevano. A fronte di altre aree vitivinicole italiane, la Campania deve ancora colmare il suo deficit sul mercato nazionale, dove, escluse poche enclaves, tra cui Roma, e qualche marchio, la nostra regione non ha una diffusa e stabile copertura del mercato nazionale. Pensare di essere riconoscibili all’estero senza essere esistere o, peggio, senza essere riconosciuti a casa propria è pura follia commerciale. Dedicarsi all’export vuol dire: non dover essere vittime di affanno e dell’ansia da prestazione commerciale; dedicarsi a costruire un rapporto fiduciario col mercato fondato su affidabilità, serietà commerciale, competenza e professionalità nella promozione e, prima di tutto, nella valorizzazione in aderenza ai territori. L’estero richiede, anche, la presenza di aziende dalle spalle larghe capaci di economie di scala e che,imprescindibilmente, vanno assunte come pietra d’angolo, architrave e locomotiva delle strategie d’internazionalizzazione. Per confronto, vale la pena guardare a: Veneto, Toscana, Piemonte, Trentino e Alto Alto Adige, Sicilia, solo per stare in Italia. Tutte realtà, per numeri e valori economici, di grande e buon successo. Un salto di qualità è necessario. Ragionare in modo nuovo, o meglio, iniziare a ragionare. L’endemica carenza di dati induce a pianificazione, programmazione approssimativa e non competente. Se si vendono le bottiglie con una strategia d’insieme, il reddito cresce per tutta la filiera:dal contadino che coltiva le uve a chi vinifica e a chi imbottiglia. Un esempio? Valpolicella, Lugana, Prosecco, Alto Adige, Trentino, Barolo, Barbaresco, Chianti, Asti solo per elencarne alcuni. Affrontare l’estero richiede conoscenza, strategia, pianificazione (Dove, Come, Quando). Strategie delineate dalle imprese in osmosi con le competenze scientifiche e le istituzioni per una progettazione condivisa. Unico strumento capace di innescare dinamiche di sviluppo sul territorio. Solo facendo le cose sul serio e con un progetto globale si è al riparo anche dalle brutte sorprese. Per questo serve autorevolezza riconosciuta, nazionalmente e internazionalmente, organizzazione strutturata di competenza e multi – disciplina. Rapporto osmotico tra la scienza (università) e l’applicazione pratica (l’impresa). Pratica con la grammatica. Per fare della Campania un territorio vitivinicolo maturo, occorre, adeguare la pianificazione dello Sviluppo Rurale. Meno mattoni e più mercato è la priorità. Nel momento macro-economico globale negativo la filiera ha bisogno di stabilizzarsi, consolidarsi e professionalizzare imprese e imprenditori. Suona duro. Dopo anni di crescita tumultuosa, in Campania, su circa 370 imprese che imbottigliano a marchio, meno di 70 sono quelle che lo fanno professionalmente come unica ed esclusiva attività. Per il resto, è complementare e secondaria ad altre e differenti attività economiche o professionali. Tutto questo non è aleatorio, in particolare, quando in giro per il mondo ritrovi tanti che, con quattro o cinque ettari a casa, escono con almeno sei/sette etichette diverse. Come si fa a giustificare la Falanghina Beneventana dal Cilento? il Taurasi da Napoli? la voglia di produrre il Lacryma Christi frizzante? Non c’è credibilità. Insostenibile è la giustificazione in “nome del mercato”. Nel mercato,specie quello cui la Campania guarda, questo è catalogato come immaturità commerciale, dilettantismo nella promozione e, peggio di tutto, della valorizzazione della propria identità e del proprio territorio. Come può essere considerato affidabile chi, nell’ansia da prestazione commerciale, per incrementare il numero delle bottiglie vendute, si lancia nel puro trading? Altrettanto, affidarsi solo al vitigno – sia esso Greco, Falanghina, Aglianico – è una strategia dal fiato corto, domani scoppiasse il successo planetario di uno di essi, oltre che Puglia, Sicilia, Basilicata e Molise, ci ritroveremmo invasi da omologhi del mondo intero, e saremmo qui a dover ripartire da zero. Lo stesso per la distribuzione: domani, Tesco (la grande catena inglese) annusa il business della Falanghina e dopodomani o, si fa la private label o, fa l’asta per il fornitore esclusivo a minor prezzo.
Saremmo qui a farci la guerra sul centesimo. Il fatto è reale e già avvenuto con il Fiano prodotto da una grande cooperativa siciliana. Lo sforzo che dobbiamo fare, noi produttori Campani, è quello di mettere da parte l’ansia di imporre i nostri brand o, peggio ancora il vitigno per far partire un messaggio di unitarietà regionale. Impostare i vini campani come commodity, es.: Pinot grigio, abbandonando il messaggio di aderenza al territorio e l’origine determinata del prodotto non porta a nulla.

Da sx Paola Riccio Alepa e Raffaele Pagano Joaquin Wines esempio di viticoltori imprenditori illuminati
In chiave anticrisi, serve meno edilizia per cantine e più promozione. La strategia e la programmazione
pubblica deve meno aiuti alla costruzione di nuove cantine e più sfida ai mercati e sui mercati. Il futuro
c’è solo con il mercato e nel mercato. In conclusione, la Campania è una talpa, scava ma è così cieca che non può vedere a che punto è arrivata. Non conoscere, significa rendere impossibile elaborare e, di conseguenza, decidere in maniera consapevole, senza attentare alla capacità e volontà imprenditoriale di ciascuna impresa. Avere per il nostro settore, in Campania, un centro di analisi, di scambio di esperienze e confronto attento sui mercati è la partenza per iniziare a delineare delle possibili strategie. A differenza delle grandi aree di eccellenza enologica d’Italia, in Campania è impossibile avere dati,grafici e commenti indispensabili per capire in quale direzione si muove il comparto, per monitorare e seguire in maniera oggettiva e obiettiva il mercato. Per i produttori campani, ad esempio, non sono disponibili utili, accurate e accorte informazioni raccolte, aggregate, analizzate e divulgate su:
a) Potenziale produttivo: produzione potenziale; produzione effettiva; giacenze;
b) Mercato: vendite per DO, per mercato, per prezzi, per tendenze;
Manca qualunque regia, in chiave specialistica, nella costruzione dei mercati e ancorare i prodotti e il territorio. La disponibilità di dati e analisi obiettive e oggettive può fornire alle imprese, tutte, con tempismo le informazioni necessarie perché tutte le aziende possano definire la propria strategia per collocare il prodotto nel modo migliore. Un esempio per tutti: l’osservatorio del Prosecco, nato nel 2003.”
Al termine delle relazioni , nello splendido salone degli specchi dell’Hotel Excelsior , oltre 70 cantine hanno offerto un assaggio di ciò che ci aspetta a Vitigno Italia 2012: un viaggio
da nord a sud, tra splendidi territori alla ricerca di vini di qualità ed emozioni stimolate dai territori di provenienza. Il territorio come trait d’union tra il vino ed il consumatore.


















