Volvito 2004 Cirò Rosso Classico Superiore

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Il grande capannone di stile industriale alle porte di Cirò Marina parla del vino di quantità, mosti e sfuso esportati verso il pallido Nord negli anni ’60 e ’70, il cuore delle bottiglie rivela un vino artigiano di squisita qualità. Una storia che nello sguardo di Francesco Mocrì, il cantiniere sin dal primo giorno in servizio nell’azienda. Il rosso più famoso di Caparra&Siciliani, le due famiglie che nel 1963 unirono i loro sforzi in una sola impresa senza mai deviare da questo proposito mentre nel frattempo il mondo cambiava, è di questi ultimi tempi il Mastrogiurato: blend di uve gaglioppo e greco nero,ma noi qui segnaliamo il Volvito, lo squillo di tromba della nuova enologia cirotana. Un bicchiere capace di parlare al mondo, al mercato, senza però per questo tradire l’anima del Cirò, cioé di uno dei pochi, pochissimi, varietali immediatamente riconoscibile e ben definiti sotto il profilo olfattivo e gustativo di tutto il panorama italiano. Già, si ha un bel dire di tipicità e vitigni autoctoni, ma in realtà l’Italia ha iniziato a fare sul serio solo dopo la crisi del metanolo e dunque fare riferimenti territoriali con una storia così breve, un soffio nei tempi lunghi della campagna, è solo un esercizio stilistico. Il terroir, già lo sapevano i romani prima che ce lo insegnassero i francesi, è appunto l’insieme del suolo, dell’uomo e dell’uva condizionati dall’andamento climatico. E Cirò, assieme al Greco di Tufo in Irpinia e all’Aglianico del Vulture è una delle poche zone del Sud capace di poter esprimere un varietale, cioè profumi descrittori universalmente riconosciuti dai degustatori, a cui fare riferimento. Il resto sono chiacchiere, vacanterie, sogni ideologici di persone sicuramente molto appassionate ma non addette ai lavori. Il Volvito 2004 ha dalla sua la grande eleganza regalata da questo millesimo a tutti i rossi, quasi sgrassati dopo la cura di concentrazione praticata nell’annata precedente e dunque ricchi di profumi, dotati di ottimo nerbo acido. L’ingresso in bocca è morbido, quasi una corrispondenza perfetta realizzata dall’enologo umbro Fabrizio Ciufoli (qui al lavoro anche da Dattilo) perchè si ritrovano lo speziato e le fresche e toniche note balsamiche. La beva è lunga e appagante, la struttura ben presente ma non eccessiva, così come i tannini, morbidi e al tempo stesso decisivi in alcuni abbinamenti, come quello con una bruschettina con la ‘nduja se siete tendenzialmente terragni o, in alternativa con la neonata piccante di Cirò. Un vino dalla infinita possibilità evolutiva, capace di sfidare il tempo come solo il Gaglioppo ha dimostrato di saper fare in questi ultimi vent’anni.