Cantine del Barone a Cesinali, solo e fortissimamente Fiano di Avellino

Pubblicato in: Giro di vite

di Alessandro Marra

È andata più o meno così: un fugace assaggio ad Avellino nel giorno delle votazioni per il rinnovo del consiglio nazionale AIS, un breve scambio di mail e, qualche giorno dopo, la visita alla cantina.

A Cesinali, in realtà, non c’ero mai stato in vita mia e per questo non ho potuto fare a meno del tom tom che poi, a dirla tutta, non è che mi abbia aiutato più di tanto (ma questa è colpa mia che non aggiorno le mappe da quando l’ho comprato). Eppure questo piccolo borgo dell’Irpinia a 350 metri di altitudine non è così distante da Avellino che, invece, è città che ho bazzicato spesso e volentieri, se non altro per quella fede calcistica che mi s’è appiccicata addosso sin dall’adolescenza, quando capii che tifare per due squadre era un po’ come tifare per nessuno e scelsi i due colori della mia vita – il bianco e il verde – tra i quattro a cui ero rimasto legato fino a quel momento (gli altri due erano, ebbene sì, il rosso e il nero – che non sia stato quello un segno del destino, visto che poi sono finito per lavoro a Milano?).

La Cantina del Barone si trova su una collinetta in contrada Noccioleto, un tempo interamente di proprietà di un signorotto del napoletano. Mezzo ettaro di aglianico e 2 di fiano, compresa la particella 928 (il nome è quello con cui è identificata al catasto), grosso modo mezzo ettaro reimpiantato nel 2008 e oggi vinificato a parte. L’azienda ha iniziato a imbottigliare in proprio nel 1998 ma già prima di quell’anno – e più precisamente dal 1985 – le uve prodotte venivano conferite a Mastroberardino. I terreni sono perlopiù sciolti, con un strato pietroso; le escursioni termiche sono sempre piuttosto accese.

Nel solco della tradizione di famiglia, l’azienda è oggi condotta da Luigi Sarno, una laurea in enologia conseguita con la guida del più illustre Luigi Moio. Proprio al professore è legato uno dei ricordi più belli del giovane Luigi: «mi chiamava scherzosamente il “fianologo” – ricorda con entusiasmo – perché una volta portai in classe una bottiglia del fiano che producevamo; il professore l’assaggiò e gli piacque molto».

Sull’etichetta del cru è raffigurata proprio la forma della “particella 928” che si allarga man mano ci si allontana dall’abitazione di famiglia ed è separata dall’altro vigneto (un tempo “sperimentale” per l’irrigazione di soccorso) da una piccola stradina sterrata. Il vigneto della 928 ha un sesto d’impianto diverso (m1.50 x 2.50) e una maggiore inclinazione che consente alle viti di godere più a lungo dei raggi del sole. Per il resto, le cure che gli vengono riservate sono le stesse: niente sistemici, niente diserbanti, inerbimento manuale delle vigne. Anche il procedimento di vinificazione è uguale per entrambe le etichette di fiano prodotte dall’azienda: pigiatura dell’uva intera senza diraspatura, pressatura soffice, fermentazione per circa 20 giorni, stabilizzazione tartarica a freddo (20/25gg a -4°C), leggera filtrazione e imbottigliamento.

Mentre si parlava dell’andamento stagionale dell’ultima annata – piuttosto regolare fino ai quindici giorni di pioggia precedenti alla vendemmia – ecco tornare Luigi con le bottiglie per la verticale.

Il ‘Particella 928
2009 ha un colore paglierino di bella luminosità che gli vale 5 punti secchi secondo il metodo-Pigna. Naso intenso e molto elegante di mela e fiori, con qualche percezione di frutta secca (nocciola, direi) e una lieve nota erbacea: facciamo 25 punti. Il punto di forza è la mineralità, sempre viva in bocca, che si fonde ai ritorni di frutta. Il sorso è pulito, coerente con l’impianto olfattivo e persistente. Diciamo 26 punti. A quanto sono? Bene, i restanti 30 punti mi sento di darli per la durevolezza e l’eleganza delle sensazioni, al naso come in bocca, e della non-omologazione: niente sdolcinature o pompature strane. E quindi sono 86.

Al Fiano di Avellino 2008 darei qualcosina in meno, diciamo 85. Stessi punti al colore, leggermente più intenso del precedente. Al naso, 24 punti: ché nonostante l’iniziale chiusura, è venuto fuori bene con intensità e finezza, regalando sensazioni floreali e di frutta più matura, ancora di frutta secca. Al palato, direi ancora 26: ha una bella sapidità che tiene sempre in tensione il sorso, ricco, persistente e sempre molto pulito. Non omologazione: 30.

Per il Fiano di Avellino 2006 mi scuserete se non sparo voti. Il motivo è semplice: un po’ di volatile fuori posto e delle sensazioni stranissime di curry e di spezie orientali, di amaretto e cedro candito. Problema della bottiglia che si è accentuato quando l’ho riprovato a tarda sera, visto che Luigi mi aveva permesso di portar via con me tutta la verticale aperta.

Dulcis in fundo, il Fiano di Avellino 2000 che si merita un bel 89. Massimo punteggio per il colore anche se forse avrei potuto dare meno agli altri millesimi per rendergli onore, ma poi perché?, erano belli tutti. Profuma di mandorla e di nocciola, di miele e di radice di liquirizia: tutti profumi di grande evoluzione che gli valgono un 27. In bocca, ugualmente 27: è sempre vivo, il bagaglio di freschezza gli ha permesso di superare indenne la prova del tempo. E, soprattutto, è più che mai integro. Snello e tagliente, chiude lungo con una nota che mi ricorda i fiori leggermente passiti, sempre molto coerente. Non omologazione: 30. Ah, la bottiglia è diversa ché all’epoca la famiglia Sarno imbottigliava nell’alsaziana.

Il voto più alto, però, lo merita Luigi. Il suo Fiano ha stoffa e il “particella 928” verrà fuori con lo scorrere del tempo.


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