Poker d’assi di Sclavia al Don Alfonso: Calù, Montecardillo, Granito e Liberi

Pubblicato in: Verticali e orizzontali
Tra Lamperto Lauri e Lello Ferrante

di Teresa Mincione

E’ al Don Alfonso a Sant’Agata sui Due Golfi, tempio indiscusso della cucina italiana e stella Michelin, che si è tenuta la presentazione dei vini dell’Azienda Sclavia. Il relais della famiglia Iaccarino, fiore all’occhiello della cucina mediterranea d’eccellenza, si è trasformato, per qualche ora, in una tecnica sala da degustazione. Due voci a scandire l’evento riservato agli addetti ai lavori della Penisola Sorrentina: Luciano Pignataro e Anna Della Porta, enologa dell’azienda.

Sclavia nasce da un sogno condiviso, da un desiderio di ritornare alla terra. Andrea Granito, medico osteopata, acquistò, nel 2003 un lotto di terra nella cittadina di Liberi, nell’alto Casertano, decidendo di piantarvi i vitigni autoctoni d’eccezione: Pallagrello (nella versione bianca e nera) e Casavecchia. L’amore per la terra, si sa, è contagioso, e questa passione, dopo appena una vendemmia, fu condivisa con l’ amico Lello Ferrara. Un avvocato di Parete con alle spalle una storia di famiglia di vecchi viticoltori, che sin dagli anni ’20 allevarono le viti maritate ai pioppi dell’Asprinio di Aversa. Un borgo rurale di lustro, quello di Liberi, una terra baciata dal sole e ricca di qualità, già nota in epoca romana e a Plinio il Vecchio, che, nella sua Naturalis Historia, lodò questa terra per la qualità dei suoi vini e per le bellezze naturali. Oggi? Per i campani l’Alto Casertano è sempre stato sinonimo di salubrità, di agricoltura caratterizzata dalla biodiversità e tipicità, condizioni queste, destinate a scontrarsi, a livello nazionale, con una condizione resa difficile dall’ombra nera della storia della terra dei fuochi. Ciò considerato, va un ampio placet nei riguardi di chi, come Sclavia, nell’agricoltura continua a credere ed investire. Nonostante i fondatori, oggi a tenere le redini dell’azienda è la componente femminile, in persona di Carmen Granito e Lucia Ferrara (non è un caso che il vino Calù nascea dall’unione dei loro nomi). Produrre un vino di qualità da vitigni autoctoni restando fedeli alla terra, con creatività ed innovazione, dalla cantina alla bottiglia. Un motto, un obiettivo. Il nome Sclavia, ereditato dall’antico nome del comune di Liberi, deriva dalla popolazione longobarda che occupò la Campania nel VI secolo. Nel 1862 il paese, prima Sclavus, poi Sclavia, cambiò il proprio nome in Liberi per disposizione del Regio Decreto. Un’azienda amante del territorio e rispettosa di esso. Numerose le attenzioni poste nella gestione della cantina e dei vigneti: riduzione del consumo energetico della produzione, attraverso l’ausilio di un impianto fotovoltaico; cura delle proprie vigne solo attraverso prodotti fitosanitari ecocompatibili idonei a proteggere la fertilità del suolo; fermentazione dei vini solo con lieviti indigeni non selezionati. Non minor, la certificazione di azienda agricola biologica. Qualità della materia prima, ma anche grande sostenibilità. I primi vigneti furono impiantati più di dieci anni or sono, mentre l’azienda nacque solo nel 2012. Quattordici gli ettari vitati (di proprietà) incastonati in varie altezze attorno alla cantina, fino ad arrivare a quelli più esposti a 500 metri. Quattromila i ceppi per ettaro, a riscontro d’una filosofia produttiva incentrata sulla qualità. I terreni che accolgono le viti, vantano tutti una struttura di tipo argillo-limoso, caratteristica preziosa per la qualità delle uve. Nell’ager dell’Alto Casertano, Sclavia possiede l’estensione maggiore votata a Pallagrello e Casavecchia.

In degustazione è stata proposta l’intera gamma dei prodotti d’azienda, nelle annate 2012 e 2013. I vitigni interessati sono stati:

Il Pallagrello
V
itigno raro, dalla natura sia rossa che bianca, dal grappolo minuto e raccolto. Il suo nome nasce dalla forma dei suoi acini molto simili a piccole palle. E così, dal gergo locale ‘ u pallarell, è diventato nel lessico corrente, il Pallagrello. Il momento di maggior splendore è sicuramente l’ Ottocento, quando Ferdinando IV di Borbone lo fece impiantare nella sua Vigna del Ventaglio. Grazie alle sue poliedriche particolarità, è stato inserito nel Registro Nazionale. Merito all’azienda Sclavia di far rivivere questo vitigno autoctono nel Montecardillo e nel Calù.

Il Casavecchia
U
n vitigno misterioso, la cui storia recente tende a confondersi con la leggenda che racconta che un ceppo di oltre cento anni di età sfuggito ai cataclismi viticoli arrivati dall’America (oidio e fillossera) fu rinvenuto alla fine dell’Ottocento nei pressi di una casa diroccata, ubicata a nord di Caserta nel comune di Pontelatone. Recenti analisi dimostrano come non si tratti di un clone di altro vitigno, ma costituisca una varietà autonoma. La sua diffusione è prettamente locale e tocca il territorio posto a nord di Caserta, formato dai quattro comuni di Pontelatone, Formicola, Liberi e Castel di Sasso, dov’è presente in tutti i vigneti vecchi. Se il suo legame con il territorio è forte, la sua adattabilità ad altre aree è molto scarsa. Grazie alle sue ottime caratteristiche enologiche, è stato iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Tra le caratteristiche che lo denotano, certamente la natura spargola dell’acino che gli consente di conservare un peso contenuto. Ai calici ..

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Calù Terre del Volturno Igp 2013
85% Pallagrello Bianco -15% Gr.13

Un vino che nasce da vigneti posti a 500 mt s.l.m. allevati a spalliera. La resa per ettaro è di 45 quintali. In considerazione di un ritardo (10-15 giorni) nella maturazione, l’epoca di vendemmia si è registrata alla prima decade di Ottobre. La vinificazione del Pallagrello Bianco e del Fiano è stata realizzata congiuntamente. L’uva, dopo esser stata diraspata, è stata sottoposta ad una pressatura soffice per separare il mosto fiore dalla parte solida. Immediatamente dopo la pigiatura, il mosto è stato trasferito in tini di acciaio, dove si è attivata la fermentazione a temperatura controllata tra i 15 – 15°C. Dopo un breve periodo di affinamento sui lieviti (due mesi), il vino è stato travasato, filtrato, imbottigliato e commercializzato. Lavorato solo in acciaio. Giallo paglierino intenso. Il Fiano nella componente olfattiva ha mostrato immediatamente la sua anima floreale e fruttata, regalando refoli di mela e frutta a pasta bianca. Fiori d’arancio. Al palato la freschezza rapisce chi assaggia, rendendo facile il riassaggio. Elegante. Buon allungo sul finale seppur ammandorlato. Ponderato nel corpo e nell’acidità. Bel nerbo. Un bianco che si sgranchisce nel calice e che mostra una propensione a camminare nel tempo. Facilmente abbinabile non solo in un menu di pesce, ma anche con carni bianche.

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Montecardillo Pallagrello Nero Terre del Volturno Igp 2012
100% Pallagrello Gr 13

Anche in questo caso l’altitudine media dei vigneti (allevati a spalliera) è di 500 mt. s.l.m. i cui terreni sono di tipo argillo – limoso. La resa per ettaro è alquanto bassa, aggirandosi intorno ai 40 quintali. L’uva raccolta manualmente, è stata diraspata, pigiata e inviata a tini di vinificazione. Nessun uso di lieviti selezionati. La fermentazione (m. e a.) è avvenuta spontaneamente. Dopo la svinatura, il vino è stato inserito in barriques di rovere francese dove ha trascorso un periodo di affinamento pari a 8 -10 mesi. Rosso rubino luminoso. Frutta rossa croccante, fresca. Leggermente polveroso nell’entrata. Buona la modulazione con le note del legno. Buona freschezza. In bocca si presenta equilibrato, e il tannino è ben integrato. Sapidità interessante. Chiusura decisa e proporzionata. Una performance gradevole e tipica che fa di questo calice un esempio di territorialità di qualità.

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Granito Casavecchia Terre del Volturno Igp 2012
100% Casavecchia Gr. 13

L’altitudine media dei vigneti è di 500 mt s.l.m., con terreni argillo-limosi. La vendemmia è stata manuale. L’uva scelta, è stata diraspata, pigiata e inviata nei tini di vinificazione. Successivamente, lasciata macerare sulle bucce nei tini di acciaio per 15-20 gg a temperature controllate. Anche per questo calice non sono stati utilizzati lieviti selezionati aggiunti. Dopo la svinatura il vino è passato in barriques di rovere francese, dove ha trascorso 10 mesi in affinamento. Anche per il Casavecchia si è registrata una bassa resa per ettaro che si è aggirata attorno ai 40 quintali (non dovuta al terreno, ma al grappolo). Rosso rubino luminoso. Un naso che non ha avuto remore a mostrarsi nella sua colloquialità. Certamente più immediato del precedente. Note di frutta rossa fresca e suadente si sono accompagnate a refoli di mirtilli rossi, ribes. La componente speziata si è fatta spazio nel calice lentamente per poi prendere spazio nelle note di legno di sandalo e pepe nero. In bocca la sapidità ha reso piacevole il riassaggio. Il tannino garbato e gradevole, tipico. Buona acidità e struttura. La chiusura di bocca ha espresso una giusta modulazione tra il frutto e il legno. Lungo e piacevole.

Liberi Casavecchia di Pontelatone Dop 2012
100% Casavecchia Gr 13,5

La cromatura ha giocato lungo i riflessi del rosso rubino intenso. Trama stretta e serrata. L’impatto olfattivo ha offerto profumi avvolgenti, definiti nella chiave fruttata rossa nelle note di ciliegia, mora, gelatina di ribes. Legno appena avvertibile ma ben calibrata la nota scura. Spezie appena accennate. Pepe verde, tabacco dolce, chiodi di garofano. Refoli di fumè ad impreziosire . In bocca si avverte una piacevolezza semplice e diretta. Sapido. Buona spinta acida. I tannini mai scontrosi, hanno bilanciato i toni dolci. Finale caldo e lungo. Certamente non ha raggiunto il perfetto equilibrio, ma certamente ben promette. Interessante.

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